18 Novembre 2019 – Incontro di Preghiera

Incontro di Preghiera
Preghiera dei Vespri del Lunedì I settimana del salterio

Al posto della lettura breve: Dal Vangelo secondo Matteo 6,19-23
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!”

Preghiera
O Dio, fortezza di chi spera in te, ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici con la tua grazia, perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Riflessione

  • Nel vangelo ascoltato bisogna anzitutto tenere presente il Discorso della Montagna (cap 5: le beatitudini; la luce delle buone opere “voi siete il sale della terra”; il compimento della legge; l’ira…ecc). Questo, il cap 6, ci parla della pratica delle tre opere di pietà: elemosina (Mt 6,1-4), preghiera (Mt 6,5-15) e digiuno (Mt 6,16-18).
    Il nostro brano, invece, e il passo seguente presenta quattro raccomandazioni sul rapporto con i beni materiali, esplicitando così come vivere la povertà della prima beatitudine: (a) non accumulare (Mt 6,19-21); (b) avere una visione corretta dei beni materiali (Mt 6,22-23); (c) non servire due padroni (Mt 6,24); (d) abbandonarsi alla provvidenza divina (Mt 6,25-34). Questo passo presenta le due prime raccomandazioni: non accumulare beni (6,19-21) e non guardare il mondo con occhi malati (6,22-23).
  • Matteo 6,19-21: Non accumulare tesori sulla terra. Se, per esempio, oggi in TV si annuncia che il mese prossimo mancheranno nel mercato zucchero e caffè, tutti compreremo il massimo possibile di caffè e zucchero. Accumuliamo, perché non abbiamo fiducia. Nei quaranta anni di deserto, la gente è stata provata per vedere se era capace di osservare la legge di Dio (Es 16,4). La prova consisteva in questo: vedere se erano capaci di raccogliere solamente la manna necessaria per un solo giorno, e non accumulare per il giorno seguente. Gesù dice: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano.” Cosa significa accumulare tesori nel cielo? Si tratta di sapere dove pongo la base della mia esistenza. Se la pongo nei beni materiali di questa terra, corro sempre il pericolo di perdere ciò che ho accumulato. Se metto la base in Dio, nessuno potrà distruggerla ed avrò la libertà interiore di condividere con gli altri ciò che posso. Per fare in modo che questo sia possibile e vivibile, è importante giungere ad una convivenza comunitaria che favorisca la condivisione e l’aiuto reciproco, ed in cui la maggiore ricchezza o tesoro non è la ricchezza materiale, bensì la ricchezza o il tesoro della convivenza fraterna nata dalla certezza portata da Gesù: Dio è Padre e Madre di tutti. Perché là dove è il tuo tesoro, è anche il tuo cuore.
  • Matteo 6,22-23: La lucerna del corpo è l’occhio. Per capire ciò che Gesù chiede è necessario avere occhi nuovi. Gesù è esigente e chiede molto: non accumulare (6,19-21), non servire Dio e il denaro insieme (6,24), non preoccuparsi del cibo e delle bevande (6,25-34). Queste raccomandazioni esigenti hanno a che vedere con quella parte della vita umana dove le persone hanno più angoscia e preoccupazioni. Fa parte anche del Discorso della Montagna, che è più difficile da capire e praticare. Per questo Gesù dice: “Se il tuo occhio è malato, ….”. Alcuni traducono occhio malato e occhio sano. Altri traducono occhio meschino e occhio generoso. E’ uguale. In realtà, la peggiore malattia che si possa immaginare è una persona chiusa in se stessa e nei suoi beni e che si fida solo di loro. È la malattia della meschinità! Chi guarda la vita con questi occhi vivrà nella tristezza e nell’oscurità. La medicina per curare questa malattia è la conversione, il cambio di mentalità e di ideologia. Mettere la base della vita in Dio e così lo sguardo diventa generoso e la vita tutta diventa luminosa, perché fa nascere la condivisione e la fraternità.
  • Gesù vuole un cambiamento radicale. Vuole l’osservanza della legge dell’anno sabbatico, dove viene detto che nella comunità dei credenti, non ci possono essere poveri (Dt 15,4). La convivenza umana deve essere organizzata in modo tale che una persona non debba preoccuparsi del cibo e delle bevande, dei vestiti e della casa, della salute e dell’educazione (Mt 6,25-34). Ma ciò è possibile se tutti cerchiamo prima il Regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6,33). Il Regno di Dio vuol dire permettere che Dio regni: è imitare Dio (Mt 5,48). L’imitazione di Dio porta alla condivisione giusta dei beni e dell’amore creativo, che genera una vera fraternità. La Provvidenza Divina deve essere mediata dall’organizzazione fraterna. Solo così è possibile eliminare qualsiasi preoccupazione per il domani (Mt 6,34).

Per un confronto personale

  • Gesù disse: “Là dove è il tuo tesoro, è anche il tuo cuore”. Dove si trova la mia ricchezza: nel denaro o nella fraternità?
  • Qual è la luce che ho nei miei occhi per guardare la vita, gli avvenimenti?

 Come vivere questa Parola?
L’occhio esprime la luce che abita il cuore e se il cuore è ingolfato l’occhio lo mostra perché si poserà sulla realtà che lo circonda e la vedrà così come gli suggerisce il cuore. La vedrà ingolfata.
L’occhio non è solo uno dei cinque sensi che permette alla realtà di entrare nell’uomo ma è anche l’organo ( fisico e spiritale insieme) da cui esce la luce o la tenebra che ci abita. Luce e tenebra che si proietteranno su ciò che ci circonda. Chi è abitato dalla pace saprà vedere occasioni e gesti di pace intorno a lui, chi è abitato dalla guerra non saprà vedere che guerra. Chi è guidato dalla bontà riuscirà a tirare fuori dal prossimo il bene nascosto senza scoraggiarsi per la corazza dura che magari ha di fronte, chi al contrario è amareggiato e incattivito affronta tutti come se fossero nemici. Siamo responsabili di ciò che diffondiamo: luce o tenebra. E diffondiamo ciò di cui è colmo il nostro cuore. Non può essere altrimenti, anche se a volte ci illudiamo che un falso sorriso stampato sule labbra basti ad imbellire una situazione.
Gesù di sé ha detto: “Io sono la luce del mondo”. A lui dobbiamo esporci e a tutto ciò che ci parla di lui.
E, come quando si va in spiaggia, dobbiamo liberarci dei vestiti pesanti, dagli accumuli di cose che tanto promettono e tanto deludono, di ciò che appunto ci ingolfa, per rimanere a pelle nuda davanti al sole che nasce per noi, quel sole che Dio fa sorgere su ogni uomo, giusto o ingiusto, perché nel suo cuore la luce vinca sulle tenebre. E vedremo il mondo con occhi diversi, sotto un’altra luce.

Aiutami Signore a guadare al mio cuore e a riconoscere la mia tenebra per esporla alla tua luce. Lava i miei occhi con il collirio della tua Parola e della tua grazia perché da essi possa uscire la tua luce.

La voce di un predicatore
“Chi diffonde tenebra invece di luce quanto buio deve avere nel cuore! La luce, principio della creazione e della vita, esce dalla bocca di Dio, che dice: Sia luce, e la luce fu. La tenebra è la bocca del nulla, che tutto mangia e seppellisce nella morte.”

4 Novembre 2019 – Collatio Laboratorio 2: I Tappa

La dimensione penitenziale del carisma minimo
Leggendo l’Enciclica di Papa Francesco “Laudato Sì”
Penitenza evangelica ed ecologia integrale

I Tappa: “Il soggettivismo si presta a giustificare le scelte di comodo e apre la porta
al disimpegno morale”
Relazione di Francesca Vescio

Il gruppo ha iniziato la discussione con la lettura della sintesi e delle domande.

Alla lettura della prima domanda: Cosa si intende in genere per libertà di coscienza e cosa significa per noi agire secondo coscienza? è sorta in noi la domanda: cos’è per me la coscienza? e allora ci è venuto più semplice rispondere alla prima domanda dopo aver letto e risposto la domanda: Credo che la coscienza è la voce di Dio che mi giuda nell’intimo? Tutto il gruppo è stato concorde nel dire che la nostra coscienza è la voce di Dio, e se la nostra coscienza è la voce di Dio, da Cristiani, interiorizzare questo trasformerà i nostri occhi negli occhi di Dio, le nostre parole nelle parole di Dio, il nostro agire nell’agire di Dio, e nel prendere una decisione sappiamo già se la scelta è giusta o sbagliata secondo Dio.

Agire secondo coscienza è quindi, agire secondo la voce di Dio che mi guida.
Per libertà di coscienza intendiamo la libertà di agire nelle nostre scelte cercando di agire sempre secondo la nostra coscienza, anche e soprattutto nelle situazioni negative, quelle in cui ci verrebbe d’agire d’istinto, proprio in queste situazioni bisogna riflettere molto, prima ma anche dopo aver preso la decisione nel proprio intimo e riflettere bene prima di esternarla. E’ importante sempre mettersi in discussione per capire fin dove arrivano i nostri limiti.

Che cosa posso fare per avere una coscienza retta (educazione e formazione della coscienza)?
Se una persona è retta, è retta in ogni sua azione, in tutto e per tutto, per sé e per gli altri. Sicuramente bisogna interiorizzare le norme cristiane, farle nostre, farne il nostro vivere quotidiano e sicuramente questo non è facile, ci interroghiamo spesso, abbiamo dei momenti di sconforto ma senza farci distrarre dal nostro interesse e dalle scelte di comodo cerchiamo quanto più ci è possibile di non fare del male al nostro prossimo.
Per educare la coscienza abbiamo a disposizione la preghiera, singola e comunitaria, l’ascolto della Parola e la vita sacramentale che non deve mai mancare, le riunioni e gli incontri che suscitano in noi la creazione di una coscienza cristiana, così come la testimonianza secondo verità e carità, che forse ci viene un po’ più difficile, non sempre riusciamo ad essere dei buoni testimoni, ci proviamo ma, prima di testimoniare bene dobbiamo essere!

Dovremmo trovare e soprattutto volere fortemente del tempo da dedicare all’educazione della nostra coscienza, così come lo troviamo per fare tante altre cose meno utili alla nostra crescita spirituale.

Sono convinto di essere comunque limitato dalla mia fragilità umana e perciò bisognoso di una guida spirituale con cui confrontarmi? Credo che il sacramento della confessione restituisce e aumenta la grazia, cioè la presenza di Dio in me? Non si procede da soli in questo cammino, qualcuno diceva che si diventa santi insieme, il primo confronto che abbiamo è con la parola di Dio, il nostro Vangelo è la nostra giuda, il secondo passo è il dialogo, se non mi confronto con l’altro non mi educo e da qui la presenza di una giuda spirituale che ci aiuta a fare chiarezza è assolutamente fondamentale.

Coltivo l’abitudine di ripensare ai miei comportamenti quotidiani? Vivo la domenica come occasione per “ricaricare le batterie” della mia coscienza incontrando Gesù e la Comunità alla mensa della Parola e dell’Eucarestia? La sera cerchiamo di fare il nostro esame di coscienza ed attraverso questo anche quando  abbiamo preso una decisione d’impulso, abbiamo la possibilità di ritornare sulla retta via.

Sarebbe buona abitudine andare a messa ogni giorno, per noi terziari dovrebbe essere un desiderio quotidiano perché lì troviamo tutto, la parola di Dio, l’Adorazione, la Contemplazione, l’eucarestia che non deve mai mancare e se vediamo nell’eucarestia la pienezza di Dio, siamo ricaricati.

Anche nell’andare a votare dobbiamo rispondere alla nostra coscienza cristiana  e non dobbiamo mettere prima i nostri interessi e dopo la nostra coscienza come spesso facciamo. Dovremmo interpellare più spesso la nostra coscienza, per la politica per il tema dei migranti, dei rifiuti, del lavoro.

Impegniamoci ad essere prima di tutto buoni terziari, perché abbiamo scelto il Terz’Ordine come via per la santità e abbiamo professato davanti a Dio e San Francesco in coscienza, non accontentiamoci di un cristianesimo annacquato. Abbiamo tanti stimoli per allenare la nostra coscienza e per non rischiare di fare troppa teoria e poca pratica impariamo a mettere in pratica il Vangelo perché se non lo attualizziamo non lo dimostriamo.

Riprendendo la sintesi.. L’antico testamento non usa mai la parola coscienza per indicare il centro intimo dell’uomo, si serve di un termine equivalente: cuore. Con il cuore si distingue il bene dal male; si ama il Signore Dio e lo si tradisce; si ascolta la sua parola e la si respinge. Anche noi identifichiamo la coscienza con il cuore e se non ascoltiamo la voce di Cristo nel nostro cuore non abbiamo fatto niente, allora, citando una consorella, il nostro volto deve luccicare come il nostro cuore per essere la voce di Dio.

4 Novembre 2019 – Collatio Laboratorio 1: I Tappa

La dimensione penitenziale del carisma minimo
Leggendo l’Enciclica di Papa Francesco “Laudato Sì”
Penitenza evangelica ed ecologia integrale

I Tappa: “Il soggettivismo si presta a giustificare le scelte di comodo e apre la porta
al disimpegno morale”
Relazione di Luciano Rocca

All’inizio di questo Anno Pastorale siamo stati chiamati ad interrogarci sull’importante tema della coscienza cristiana, che guida il nostro cammino di fede.
Affrontiamo questo tema come introduzione all’argomento al centro del programma annuale: la lettera enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune, il nostro pianeta, la terra, dal titolo LAUDATO SI’.
Avendo come riferimento il capitolo 23 del catechismo degli adulti e la riflessione curata da P. Giovanni, ci siamo interrogati sull’argomento, ben consapevoli che la coscienza è il luogo della chiamata personale di Dio e della risposta di ogni uomo.
Ma cos’è la coscienza?
Prima di ricercare definizioni più o meno appropriate si è subito detto che la coscienza viene immediatamente avvertita quando sentiamo rimorso per qualcosa che abbiamo fatto o non fatto e non avremmo dovuto fare o invece avremmo dovuto fare. Il rimorso ci rende presente la coscienza perché è come se dentro di noi sanguinasse qualcosa, che ci procura dolore e sofferenza. Da questo dolore che sentiamo dentro di noi, avvertiamo che una voce ci sta rimproverando, ammonendo e consigliando.
Questa voce è quella realtà nascosta dentro di noi che chiamiamo coscienza.
Ovviamente la coscienza non si contenta di avvertirci ma ci chiede di riparare a quanto accaduto, ci sprona quindi a migliorare ed a correggere i nostri errori ed a volte le nostre infedeltà.
Si è detto pure che di fronte a quanto accade intorno a noi, sembra che questa coscienza non sempre sia avvertita dagli uomini in quello che fanno. Ci siamo interrogati dunque se essa possa essere in qualche modo messa a tacere o manipolata o traviata.
La risposta è stata affermativa. Se la coscienza non è educata e formata non è più luce della nostra vita, lampada per i nostri passi, sostegno nelle nostre incertezze, giudizio per le nostre azioni. Tutto allora appare tenebroso ed incerto e l’uomo si smarrisce.
Ecco allora l’importanza fin da bambini di educare in famiglia la coscienza, farla maturare, possibilmente, secondo i principi cristiani e secondo ragione.
La bella abitudine, secondo il racconto di alcuni di noi, di fare alla sera l’esame di coscienza, esprime questo bisogno di guardarsi dentro, di verificare d’aver agito durante il giorno secondo coscienza, di interrogarsi e di ragionare quindi sulle cose che non vanno, per cercare di migliorare.
Sembra esserci quindi nella coscienza di ciascuno di noi un dialogo fra la ragione ed i principi che custodiamo gelosamente nel nostro intimo, nel nostro essere persona, nel nostro sentire, luogo che la Sacra Scrittura chiama il cuore dell’uomo.
La ragione è fondamentale nel distinguere il bene dal male, per cui una coscienza formata ed educata è anche una coscienza abituata a ragionare, ad interrogarsi, a procedere con attenzione e discernimento.
Ma la coscienza è soprattutto libertà, anche di sbagliare, purché si è disposti poi a rendere conto delle proprie azioni, principalmente a noi stessi e poi agli altri.
Si parla oggi di coscienza sociale, coscienza ecologica, coscienza politica, coscienza morale.
Tutti questi atteggiamenti rappresentano un utile tentativo di uscire fuori da noi, dal nostro io, per relazionarci ed interessarci del mondo che ci circonda. Una coscienza formata è una coscienza che si interessa agli altri ed alle cose, che non si chiude in se stessa. Nel confronto con l’esterno matura il nostro essere, la nostra responsabilità, la nostra umanità. Più ci interessiamo agli altri, più diventiamo uomini e donne.
Il bisogno di Dio nasce proprio da questo bisogno di relazionarci, ma presuppone un po’ di umiltà, capire cioè che da soli non siamo felici e dobbiamo tendere la nostra vita verso orizzonti che da soli non potremmo mai raggiungere.
La coscienza, per dono di Dio, incita al bene ogni uomo, perché siamo stati creati per un fine di bene non di male. Ma la libertà che è dentro di noi può tradirci e spingerci a compiere il male. Se educheremo bene questa libertà alla luce del Vangelo essa sarà orientata certamente verso il bene, verso la felicità nostra e dei nostri fratelli.
Ritornando al rimorso, da cui eravamo partiti all’inizio, esso ci segnala una ferita che ci siamo procurati da soli, che spesso è conseguenza di una ferita procurata ad altri.
Per questo la coscienza ci avverte prima di compiere ogni nostra azione, perché prima di fare male agli altri, facciamo male a noi stessi.
Condividiamo quanto espresso nel Catechismo degli adulti circa il fatto che non dobbiamo mai assolutizzare la nostra coscienza come fosse una verità infallibile ma, nel confronto con i fratelli essere pronti sempre a correggersi, ad aprirsi a rivedere le proprie convinzioni.
Nella formazione non siamo soli ma siamo guidati dalla voce dello Spirito e dall’insegnamento di Cristo trasmesso dalla Chiesa.
Pertanto nel nostro gruppo è emersa forte soprattutto l’esigenza di ben formare e custodire una buona coscienza, piuttosto che ricercare a tutti i costi una verità da soli o rivendicare spazi di libertà assoluta ed incondizionata, se necessario con l’assistenza di guide spirituali, come alcune testimonianze hanno riferito.
La coscienza è il nostro spazio di libertà entro cui realizzare la nostra vita e la nostra felicità.
Siamo convinti che con l’aiuto di Cristo e dei fratelli questo scrigno prezioso possa aiutarci ad edificare noi stessi e la Chiesa ed aiutare la stessa società umana a diventare più giusta.
Concludendo, in sintesi, possiamo affermare che la libertà di coscienza non è agire senza alcuna regola, secondo un soggettivismo egoista ma, essere capaci di confrontarsi con il proprio essere, con profonda onestà ed umanità.
Sentiamo la voce di Dio nel nostro intimo, Egli ci ammonisce in ogni modo, in particolare con la sua Parola e con i sacramenti ma anche attraverso le esperienze della vita. Dio non abita lontano dalla nostra coscienza.
La mensa eucaristica rappresenta il momento più importante e solenne per presentare la nostra coscienza davanti a Dio, consapevoli della nostra grande fragilità e del nostro bisogno di misericordia infinita.

28 Ottobre 2019 – Incontro di Formazione: I Tappa

La dimensione penitenziale del carisma minimo
Leggendo l’Enciclica di Papa Francesco “Laudato Sì”
Penitenza evangelica ed ecologia integrale

I Tappa: “Il soggettivismo si presta a giustificare le scelte di comodo e apre la porta
al disimpegno morale”
Relazione di P. Giovanni Sposato O. M.

Capitolo 23
LA COSCIENZA CRISTIANA
«La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. Se dunque il tuo corpo è tutto luminoso, senza avere alcuna parte nelle tenebre, sarà tutto nella luce, come quando la lampada ti illumina con il suo fulgore» (Luca 11, 34-36).

CHE COS’È LA COSCIENZA MORALE? Presente nell’intimo della persona, la coscienza è:
● la percezione naturale dei principi morali fondamentali, la loro applicazione in circostanze particolari e il giudizio finale su ciò che si deve fare (o che si è fatto)
● ‘il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo’ (GS 16), il santuario della persona, che decide per le azioni dell’uomo.
“un giudizio della ragione, mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto” (CCC, 1778). Senza l’uso della ragione non esiste coscienza.
Essa non è:
● un sentire immediato, che invece tante volte è frutto o di uno stato d’animo particolare o di una pressione dall’esterno, ad esempio dei mezzi di comunicazione sociale o dell’opinione della maggioranza
● legata all’istinto e neppure al soggettivismo relativista, che porta ad affermare che al di sopra della coscienza non ci può essere nessuna istanza superiore
● la sorgente stessa di verità e di valori
● un assoluto, posto al di sopra della verità e dell’errore, del bene e del male
● un agire secondo la propria personale interpretazione o umore e senza risponderne a chicchessia.

QUAL È IL COMPITO DELLA COSCIENZA? Essa consente di:
● percepire i principi della moralità
● applicarli agli avvenimenti e circostanze di fatto mediante un discernimento pratico delle motivazioni e dei beni
● compiere il bene ed evitare il male
● esprimere il giudizio sulla qualità morale degli atti concreti che si devono compiere o che sono già stati compiuti
● assumere la responsabilità degli atti compiuti: “Se l’uomo commette il male, il retto giudizio della coscienza può rimanere in lui testimone della verità universale del bene e, al tempo stesso, della malizia della sua scelta particolare. La sentenza del giudizio di coscienza resta un pegno di speranza e di misericordia. Attestando la colpa commessa, richiama al perdono da chiedere, al bene da praticare ancora e alla virtù da coltivare incessantemente con la grazia di Dio” (CCC, 1781).

La coscienza pertanto ha un triplice compito:
● deduttivo: conosce, riconosce e applica le norme morali alle varie situazioni e scelte
● imperativo: decide il comportamento morale della persona, alla luce della legge morale, della voce interiore dello Spirito, degli insegnamenti di Cristo trasmessi in maniera certa e autorevole da parte dei Pastori, prescelti da Cristo stesso
● creativo: adotta strategie, progetta soluzioni, individua tonalità e modalità nel fare il bene.

Catechismo degli adulti
1. APPELLO PERSONALE DI DIO
Coscienza e soggettivismo etico La libertà di coscienza è gelosamente rivendicata nella nostra cultura, anzi si arriva a considerarla sorgente di verità e di valori. Essa, però, non va confusa con il soggettivismo che si presta a giustificare scelte di comodo e apre la porta al disimpegno morale (906 CdA).
Per il cristiano la coscienza è il luogo della chiamata personale di Dio e della risposta di ogni uomo. Essa non crea i valori, ma li riceve.
L’Antico Testamento non usa quasi mai questa parola per indicare il centro intimo dell’uomo, si serve di un termine equivalente: cuore. Con il cuore si distingue il bene dal male; si ama il Signore Dio e lo si tradisce; si ascolta la sua parola e la si respinge. Ce lo confermano il re Davide e il re Salomone nel dialogo con Dio. Salmo 50 (51) 12-19 – 1° Re 3,9-12

Anche l’insegnamento di Gesù mette al centro della vita morale il cuore da cui vengono i pensieri, le parole e le azioni buone e cattive.
E diceva: “ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”. Marco 7, 20-23
Nel cuore nascono la fede e l’incredulità. Il Vangelo è accolto da un cuore retto e umile, purificato dall’orgoglio, dalla cupidigia, da ogni disordine…
La coscienza è il luogo più intimo e segreto dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio che lo ama e gli suggerisce come amare Lui e il prossimo. Per il cristiano è vivere secondo la verità di Dio che è amore, e dell’uomo che è sua immagine.
La carità è l’unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto. Siamo responsabili davanti alla nostra coscienza perché è il portavoce di Dio, ma siamo anche responsabili della nostra coscienza perché deve essere educata.
Come educarla? Quali mezzi o strumenti abbiamo a disposizione?
Preghiera, ascolto della Parola, vita sacramentale, testimonianza secondo verità e carità nella Chiesa, sono i mezzi per educarla.
Ci dà forza la certezza che Cristo, una volta incontrato, rimane in noi e rischiara il nostro cammino perché è la luce vera.

[911] La coscienza è appello personale da parte di Dio nella singola situazione concreta. Simultaneamente è giudizio dell’uomo su un atto da compiere, che si sta compiendo o che già è stato compiuto, e implicitamente giudizio su se stesso in relazione al fine ultimo.

PER L’ITINERARIO DI FEDE (pag. 448 del Catechismo degli adulti)
La coscienza è il luogo della responsabilità e della libertà personale nell’agire, perché è il luogo del dialogo con Dio, con la sua parola di verità. Essa non può essere quindi intesa in modo soggettivamente chiuso o come la sorgente stessa di verità e di valori. Davanti al rischio di un certo determinismo deresponsabilizzante o al rischio di un puro soggettivismo etico, la coscienza cristiana, educata e formata, si pone come esercizio autentico di sapiente discernimento, di scelte libere e responsabili; come spazio abitato dallo Spirito che ci libera non dall’esterno ma nel profondo del cuore, ci configura a Cristo per poter scegliere e agire come Lui.

Per la riflessione:

  • Cosa si intende in genere per libertà di coscienza e cosa significa per noi agire secondo coscienza?
  • Credo che la coscienza è la voce di Dio che mi guida nell’intimo?
  • Che cosa posso fare per avere una coscienza retta (educazione e formazione della coscienza)? Sono convinto di essere comunque limitato dalla mia fragilità umana e perciò bisognoso di una guida spirituale con cui confrontarmi? Credo che il Sacramento della confessione restituisce e aumenta la grazia, cioè la presenza di Dio in me?
  • Coltivo l’abitudine di ripensare i miei comportamenti quotidiani? Vivo la domenica come occasione per “ricaricare le batterie” della mia coscienza incontrando Gesù e la Comunità alla mensa della Parola e dell’Eucarestia?

14 Ottobre – Relazione Congresso Provinciale Delegato Fraternità

Congresso Provinciale
7-8 Settembre 2019
Paterno Calabro
Relazione di Luigi Albanese – Delegato Fraternità di Sambiase

La provincia del TOM si ritrova per rinnovare il Direttivo e per discutere del TOM confrontandosi con altri Terz’Ordini.

Dopo i saluti di benvenuto da parte della Correttrice Provinciale Teresa  Paonessa, il Correttore Nazionale Franco Romeo, sostenendo che la fede è adesione a Cristo, quindi al contenuto del Vangelo, dice che ogni individuo ha i suoi limiti e non sempre è capace di mettersi totalmente in gioco.

Centro del Congresso sono  le differenze tra Francesco di Paola e Francesco di Assisi.

L’intervento di Padre Pietro dell’Ordine Francescano Minore dei Cappuccini dice che tra il suo Ordine e l’Ordine Minimo di San Francesco di Paola c’è grande affinità. In generale le Regole valide per i laici sono le stesse. Non si può vivere una Regola e poi comportarsi in modo diverso. Essere Terziario è una professione e si deve vivere nel quotidiano con la spiritualità del nostro Fondatore; il Terziario può essere anche membro di associazioni di volontariato ma senza avere ruoli.

La Fraternità deve essere uno strumento di crescita personale e comunitaria dove alla base di tutto c’è la formazione:
personale :  per il cammino che una persona fa vivendo la Parola di Dio costantemente;
comunitaria :  perché la Fraternità deve essere propositiva, organizzare, proporre anche agli organi superiori;
permanente :  perché essere Terziario è una vocazione senza timore di testimoniarlo, mantenendo sempre lo stile di vita che ci distingue.

La spiritualità di San Francesco di Paola quanto è stata influenzata da quella di San Francesco di Assisi.

Don Cecè Alempi , diacono e ministro provinciale TOF,  ci dice che di fatto San Francesco di Paola si ispira al Vangelo secondo il suo carisma che voleva essere più ultimo rispetto a San Francesco di Assisi e che non vuol dire non voler conoscere e sapere.
Due grandi Santi, due figure  molto diverse, molto influenti in modo completamente diverso sulla Chiesa. Li accomuna la semplicità, l’umiltà e la sobrietà.

Solo se si conosce si può essere capaci di confrontarsi. I Fratelli non si scelgono, si accettano perché sono un dono di Dio. Gli amici si scelgono.
Oggi il problema di fondo è la crisi della famiglia, dovremmo riflettere su questo stato e poi iniziare ad amare ciò che Dio ha fatto.

Padre Marco invece ha ribadito la necessità  di conoscere il Carisma.

Il Fondatore ha voluto ed istituito tre rami quindi ognuno deve seguire il cammino in unione con gli altri rami.
Il TOM necessita di persone che fanno qualche sacrificio, si deve partecipare… Importante è stato il discorso sulla formazione.
Il Carisma si vive e si comprende nelle Fraternità, la stessa funziona sapendo affrontare le difficoltà. Si deve parlare, ci si deve confrontare, non dobbiamo fare pettegolezzi e critiche… La critica va fatta solo per migliorare, per capire se ci sono errori, ma sempre con Umiltà.

Chi entra nel TOM deve dare un piccolo aiuto, non devono fare sempre le stesse persone.

Allora, Teresa  Paonessa ricorda che quando un consiglio di fraternità da solo non si sente capace di svolgere il compito attribuito, potrà essere aiutato da altri, quindi oltre ai membri previsti dalle norme, si possono creare gruppi di supporto, sempre con l’intento di crescere e fare del bene al TOM.

Congratulazioni agli eletti del nuovo Consiglio Provinciale per l’amore dimostrato al TOM in parte ricandidandosi,  altrimenti penso che ci sarebbe stata difficoltà a formarlo in quanto ho notato scarsa adesione a candidarsi e per di più poca disponibilità al sacrificio che lo stesso comporta. Non ho visto tanta partecipazione di giovani terziari anzi, al contrario più persone adulte. Ciò mi ha intristito.

14 Ottobre – Relazione Congresso Provinciale Presidente Provinciale TOM

Congresso Provinciale
7-8 Settembre 2019
Paterno Calabro
Relazione di Teresa Paonessa – Presidente Provinciale TOM Provincia San Francesco

Anche se è doveroso riportare in fraternità quello che si è vissuto nella due giorni del congresso provinciale, non è certamente semplice.

Come è stato detto il primo giorno abbiamo ospitato il OFS di San Francesco d’Assisi, nelle figure del P. Provinciale P. Pietro e del Ministro Provinciale don Cecè Alempi, diacono.

P. Pietro ha subito esternato la sua gioia di essere presente in questo congresso. Ha sottolineato la sua devozione verso San Francesco, conosce la vita ma, della regola dell’Ordine conosce poco. Non perde occasione per recarsi a Paola sia personalmente, sia la pone come meta per i gruppi che visitano i conventi dei cappuccini, accompagnandoli personalmente.

E’ noto a tutti il rapporto tra San Francesco di Paola e San Francesco d’Assisi, come la Spiritualità di S. Francesco di Paola richiama quella di San Francesco di Assisi, presente in lui fin dalla nascita e trasmessa dai genitori.
Tra la famiglia del TOM e del OFS c’è un rapporto stretto.

Una bella riflessione, P. Pietro, ha fatto sul quadro che si trova nella cappella di San Francesco a Paola.
L’artista ha raffigurato i due santi uno di fronte all’altro come fossero lo specchio l’uno dell’altro, mettendoli a confronto nella stessa posizione del corpo.

Ha illustrato poi la Regola dell’OFS. San Francesco d’Assisi non ha scritto una Regola per il Terz’Ordine ma una lettera indirizzata “ai fratelli e sorelle della penitenza”. La prima parte dedicata a chi vuole fare penitenza, l’altra a coloro che non vogliono fare penitenza. A  questa lettera seguono tre stesure di Regole fino ad arrivare al 1978, con Paolo VI che abroga la precedente Regola, questo perché i Terz’Ordini di San Francesco d’Assisi si riuniscono nell’OFS.
Al secondo capitolo della Regola leggiamo “I francescani secolari, si impegnino inoltre, ad una assidua lettura del Vangelo, passando dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo. Bisogna confrontarsi ogni giorno con Gesù e il suo Vangelo, viverlo in ogni circostanza o situazione che la vita ci presenta. Abbandonare quello che oggi si definisce “bipolarismo” (sono qui e mi comporto così, vado nell’altra stanza e cambio comportamento, adattandomi ad ogni circostanza).

Nel fare riferimento alle fraternità dell’OFS personalmente ho avuto conferma che i problemi del TOM sono problemi dell’OFS e vedremo degli altri Ordini. “Ci sono Fraternità vivaci, belle che camminano abbastanza speditamente, dove ci sono ingressi e dove si respira la Fraternità. Altre dove si vive più personalmente che come Fraternità. Riferendosi ai Padri assistenti, ha riferito che alcuni seguono le Fraternità con dedizione con interesse, altri in modo apatico.

P. Piero ha continuato ribadendo che la vita dei terziari deve avere due aspetti: vita personale e vita fraterna.
Vita personale che deve essere un cammino di santità, con la consapevolezza di essere stati dei chiamati e di essere dei consacrati. Quindi come consacrati dobbiamo intraprendere una vita spirituale che deve avere come compagni di viaggio: la preghiera, la meditazione e la formazione personale. La vita del terziario si deve calare nelle realtà di ogni giorno, famiglia, lavoro, gioie, sofferenze, vita con gli atri  e vita sociale. Il loro segno distintivo è il Tau, importante per far vedere che si appartiene al OFS. E’ importante trasferire tutto nella vita di Fraternità, dove spesso abbiamo incomprensioni, litigi e contrapposizioni.

Don Cecè ha iniziato con il saluto dei francescani PACE E BENE, che è il saluto del Cristo Risorto apparso agli apostoli. Augurando la pace e il bene non facciamo altro che augurare Dio stesso che è pace e bene.

Ha ricordato che la tradizione ci ricorda che San Francesco di Paola era Terziario Francescano, come probabilmente anche i genitori erano Terziari Francescani. Poi ha ricordato alcuni punti comuni di ispirazione.

Povertà, minimità. Il ministro è un servo.

P. Marco ha iniziato dicendo che il carisma minimo si esprime interamente nella triplice espressione del Primo, Secondo e Terz’Ordine. Sperando che questa comunione possa crescere di bene in meglio, come dice San Francesco, ha salutato e ringraziato il consiglio sottolineando che questa esperienza di servizio è stata un’esperienza di fraternità, riconoscendo che nonostante le difficoltà si è riusciti a dare un valido contributo al TOM della nostra provincia.

Nel rapporto con i Padri assistenti la difficoltà esiste, anche se è stato fatto un timido passo in avanti, c’è la necessita di un maggiore dialogo condividendo i motivi e i metodi del TOM con serietà e convinzione, così si potranno avere frutti di comunione.
Bisogna superare la fase di dialogo che sembra tra differenti, tra opposti, spesso con un’aria di sospettosità, di pettegolezzi, di accuse, non si riesce ad essere capaci di trovare i punti in comune.
Si parla troppo e si chiacchiera troppo. Dei problemi si discute prima fuori, con ogni persona che si incontra e poi con il diretto interessato. Non facciamo parte di un partito polito o di un’associazione qualsiasi, in una famiglia religiosa questo non è possibile e deteriora anche i rapporti nelle Fraternità.

7 Ottobre 2019 – Rosario Missionario per l’inizio dell’Anno Pastorale 2019-2020

Santuario Diocesano San Francesco di Paola
Parrocchie San Francesco di Paola e San Pancrazio

Rosario Missionario
Battezzati e Inviati
Ottobre 2019 – Mese missionario straordinario

Anche il rosario è un percorso di annuncio e di approfondimento, nel quale il mistero di Cristo viene continuamente ripresentato ai diversi livelli dell’esperienza cristiana. Attraverso una presentazione orante e contemplativa, che mira a plasmare il discepolo secondo il cuore di Cristo, percorreremo le strade del progetto di Dio su ciascuno di noi e su tutta l’umanità. La Vergine del Rosario continua anche in questo modo la sua opera di annuncio di Cristo. “Battezzati e inviati” anche noi come lei, possiamo portare Gesù al mondo.

Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

V- O Dio, vieni a salvarmi.
R- Signore, vieni presto in mio aiuto.
V- Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
R- Come era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen

Nel Mistero della Contemplazione meditiamo la gioia che viene dal Battesimo
Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: «Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita». E rivoltosi a Filippo l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Allora Filippo prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c’era acqua e l’eunuco disse: «Ecco qui c’è acqua: che cosa mi impedisce di essere battezzato?». Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’Eunuco, ed egli lo battezzò. Quando furono usciti dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino. (At. 8, 26-40)

Il Battesimo ci regala la gioia di essere cristiani e di appartenere alla Chiesa. È la gioia che scaturisce dalla consapevolezza di avere ricevuto un grande dono da Dio, la fede appunto, un dono che nessuno di noi ha potuto meritare, ma che ci è stato dato gratuitamente e al quale abbiamo risposto con il nostro Sì. È la gioia di riconoscerci figli di Dio, di scoprirci affidati alle sue mani, di sentirci accolti in un abbraccio d’amore, allo stesso modo in cui una mamma sostiene ed abbraccia il suo bambino. Questa gioia, che orienta il cammino di ogni cristiano, si fonda su un rapporto personale con Gesù, un rapporto che orienta l’intera esistenza umana. È Lui infatti il senso della nostra vita, Colui sul quale vale la pena tenere fisso lo sguardo, per essere illuminati dalla sua Verità e poter vivere in pienezza. Ci affidiamo a Maria perché ciascuno di noi sappia manifestare apertamente e senza compromessi ciò in cui crede, anche di fronte ad una società che considera spesso fuori moda e fuori tempo coloro che vivono della fede in Gesù.

Preghiamo  per  l’ASIA,  perché  la  sua  popolazione  possa  ricevere  e  accogliere  l’annuncio  del Vangelo, e con gioia e stupore sentirsi, con tutta la sua ricchezza culturale e sociale, parte del Popolo di Dio.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

 

Nel Mistero della Vocazione meditiamo il progetto di Dio che ci invia nel mondo
E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». (Mc. 16, 15-18)

Siamo chiamati e inviati da Dio. Ciascuno di noi ha ricevuto questa chiamata a uscire dalla sua terra. Dalla situazione in cui ciascuno si trova, siamo chiamati ad aprire il nostro sguardo verso il mondo che attende. Preghiamo Maria perché possiamo rinnovare la coscienza di essere chiamati e inviati e possiamo rispondere all’invito di Dio con la nostra vita.

Offriamo questa decina per l’Europa, perché riconosca la fiducia con la quale è chiamata ad annunciare il Vangelo, in questo particolare momento di sofferenza di tanti fratelli che cercano in essa rifugio, condividendo i valori dell’accoglienza e della solidarietà dei popoli.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

Nel Mistero dell’Annuncio meditiamo la Buona Notizia che ci ha raggiunti
Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli; e fissando lo sguardo su Gesù, che passava, disse: «Ecco l’Agnello di Dio!» I suoi due discepoli, avendolo udito parlare, seguirono Gesù. Gesù, voltatosi, e osservando che lo seguivano, domandò loro: «Che cosa cercate?» Ed essi gli dissero: «Rabbi (che, tradotto, vuol dire Maestro), dove abiti? Egli rispose loro: «Venite e vedrete». Essi dunque andarono, videro dove abitava e stettero con lui quel giorno. Era circa la decima ora. Andrea, fratello di Simon Pietro, era uno dei due che avevano udito Giovanni e avevano seguito Gesù. Egli per primo trovò suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» (che, tradotto, vuol dire Cristo). (Gv. 1, 35-41)

Abbiamo trovato il Messia, fu l’annuncio di Andrea. Abbiamo trovato Colui che cambia la nostra storia, le nostre storie! Da un incontro vero nasce il desiderio di incontrare e annunciare agli altri. “Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1, 41)”. (EG 120). Maria è madre dell’annuncio, colei cha ha ricevuto l’annuncio dell’angelo diventa la prima annunciatrice. Ci affidiamo a lei nostra compagna perché possiamo essere strumenti a servizio dell’annuncio.

Offriamo  questa  decina  per  l’Africa,  perché  ogni  popolo  di  questo  continente,  raggiunto dall’annuncio della Buona Notizia trasmetta con gioia la fede e la speranza laddove si trovano guerre, ingiustizie e soprusi dei potenti.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

Nel Mistero dell’Amore meditiamo il sogno di Dio per l’umanità
Di nuovo Gesù si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva.  Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». E diceva: “Chi ha orecchi per intendere intenda!”. (Mc 4, 1-9)

 “Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” (Mt 4, 17). Sono le prime parole di Gesù dopo il lungo silenzio di Nazareth. Altre non potevano essere. Egli è presenza di Dio, che rinnova la faccia della terra e comincia a costruire nuovi spazi di fraternità. È vicino il Regno, cioè accanto, affianco a chi ascolta, perché è interamente presente nella persona di Gesù, che si fa prossimo. Ma è vicino, ancora promessa perciò, perché esso è un cantiere, che Gesù inaugura. I suoi gesti raccontano di un Regno, vivo, operante, efficace, qui e ora nel perimetro della storia. La realtà dinamica del Regno è evidente nel discorso di Gesù quando parla del progetto del Padre come lievito che fa crescere la massa (Lc 13,21), ma soprattutto quando lo racconta come seme (Mc 4, 3-20), che arriva lentamente a portare pieno frutto, ma deve sopravvivere alla fame degli uccelli, all’aridità della pietra, all’aggressione del sole, all’abbraccio dei rovi.

Il Regno ci interpella, interroga il senso del nostro essere discepoli di Gesù, ci chiede continua conversione. La cittadinanza del Regno non è mai acquisita una volta per tutte, perché è vita secondo la logica spiazzante delle Beatitudini.   Preghiamo Maria, madre e discepola del Regno, perché ci insegni a custodire e a far fruttificare i germi del Regno che lo Spirito ha sparso nel mondo.

Offriamo questa decina per  l’America, perché le diverse culture, i diversi popoli che la abitano possano aver cura gli uni degli altri, costruendo una nuova civiltà dell’amore; i fratelli che vivono in Paesi vittime di persecuzione  possano fissare la  loro speranza nel tesoro del Regno che siamo chiamati a costruire insieme.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

Nel Mistero del Ringraziamento meditiamo l’Amore di Dio che ha cura
di ciascuno di noi e della sua creazione
Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. (Mt. 6, 25-33)

Dio Padre ci accompagna con amore premuroso e attento. Ha cura noi, si preoccupa delle nostre vite. Siamo importanti ai suoi occhi. Il nostro creatore custodisce e ha cura degli uccelli del cielo, dei gigli del campo e ancor più di noi suoi figli. Preghiamo Maria, madre della fiducia, perché ci aiuti a fidarci in ogni nostro passo per essere missionari dell’Amore che si preoccupa di ogni uomo  e ha cura di tutto il creato.

Offriamo questa decina per l’Oceania, perché i suoi abitanti si prendano cura della vita e della bellezza del creato e possano vivere come fratelli nel rispetto delle diverse culture e nella costruzione di una nuova civiltà dell’amore.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

Litanie missionarie
Madre di tutti i popoli
Madre delle giovani Chiese
Madre di ogni battezzato
Madre di ogni uomo di buona volontà
Madre di chi lotta per amore dei fratelli
Madre di ogni famiglia
Madre dei giovani
Madre dei consacrati
Madre dei laici
Madre dei poveri
Madre dei senza voce
Madre dei bambini lavoratori
Madre delle ragazze costrette alla prostituzione
Madre di tutti i condannati a morte
Madre di chi è costretto ad uccidere
Madre di chi è costretto a lasciare la propria terra
Sostegno dei missionari del Vangelo
Casa di chi non ha casa
Giustizia degli oppressi
Rifugio dei profughi
Parola di chi è senza diritti
Speranza di chi attende un futuro migliore
Stella dell’evangelizzazione
Fonte di speranza
Giardino della creazione
Profezia di una fede senza confini
Compagna di viaggio
Attesa di liberazione
Nostra Signora di tutti i popoli
Madre della creazione nuova
Regina di ogni continente

Preghiera: Annunciatori (Paolo VI)
Signore Gesù! Eccoci pronti a partire per annunciare ancora una volta il tuo Vangelo al mondo, nel quale la tua arcana, ma amorosa provvidenza ci ha posti a vivere!
Signore, prega, come hai promesso, il Padre affinché per mezzo tuo ci mandi lo Spirito Santo, lo Spirito di verità e di fortezza, lo Spirito di consolazione, che renda aperta, buona ed efficace, la nostra testimonianza. Sii con noi, Signore, per renderci tutti uno in Te e idonei, per tua virtù, a trasmettere al mondo la tua pace e la tua salvezza. Amen.

Padre nostro,
il Tuo Figlio Unigenito Gesù Cristo
risorto dai morti
affidò ai Suoi discepoli il mandato di
andare e fare discepoli tutti i popoli“;
Tu ci ricordi che attraverso il nostro battesimo
siamo resi partecipi della missione della Chiesa.
Per i doni del Tuo Santo Spirito, concedi a noi la grazia
di essere testimoni del Vangelo, coraggiosi e zelanti,
affinché la missione affidata alla Chiesa,
ancora lontana dall’essere realizzata,
possa trovare nuove e efficaci espressioni
che portino vita e luce al mondo.
Aiutaci a far sì che tutti i popoli
possano incontrarsi con l’amore salvifico
e la misericordia di Gesù Cristo,
Lui che è Dio, e vive e regna con Te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

7 Ottobre 2019 – Introduzione per l’inizio dell’Anno Pastorale 2019-2020

Introduzione per l’inizio dell’Anno Pastorale 2019-2020
di P. Giovanni Sposato O. M. 

L’odierna festa liturgica (Madonna del Rosario) mi ha suggerito di proporre, per questo inizio del percorso formativo della nostra Fraternità nell’anno 2019-2020, questo momento di preghiera e riflessione che vivremo fra poco, guidati da Maria Santissima, Vergine del Rosario, in questo “mese mariano” (ottobre appunto), da pochi giorni iniziato e che da diversi anni ormai (93) è dedicato alle Missioni.

Il nostro incontro di questa sera vuole essere inoltre l’occasione per inserirci nel cammino che la Chiesa universale sta vivendo: la sera del 1 ottobre 2019 la celebrazione dei Vespri ha aperto, nella Basilica Vaticana, il “Mese missionario straordinario” che il Papa ha annunciato nell’Angelus del 22 ottobre 2017, «al fine di alimentare l’ardore dell’attività evangelizzatrice».
Siamo quindi invitati anche noi, figli del Penitente Paolano, a vivere la nostra chiamata missionaria comprendendo sempre di più che essere missionari significa «diventare attivi nel bene, non notai della fede e guardiani della grazia», né tanto meno vivere una «fede da sagrestia».
Perciò, il mese missionario straordinario che si è aperto ieri «vuole essere una scossa» proprio in tal senso. E noi vogliamo lasciarci provocare, smuovere, interpellare da questo evento di grazia che la Chiesa ci propone, per dare la nostra risposta personale e comunitaria e prendere coscienza che siamo chiamati ad essere “Fraternità in uscita”. E proprio sull’essenziale della Chiesa si è soffermato il Vescovo di Roma. Dio, ha ricordato, «ama una Chiesa in uscita». Anzi, «se non è in uscita non è Chiesa. Una Chiesa in uscita, missionaria, – ha poi soggiunto – è una Chiesa che non perde tempo a piangere le cose che non vanno, i fedeli che non ha più, i valori di un tempo che non ci sono più». Dunque «una Chiesa che non cerca oasi protette per stare tranquilla; desidera solo essere sale della terra e lievito per il mondo. Sa che questa è la sua forza, la stessa di Gesù: non la rilevanza sociale o istituzionale, ma l’amore umile e gratuito». Come non fare nostro questo invito? Come non farci provocare da queste parole? Noi che abbiamo abbracciato il carisma penitenziale della conversione permanente…

Il Papa ha invitato a fare missione soprattutto con la testimonianza di vita, sul modello dei martiri che «sanno che la fede non è propaganda o proselitismo», ma appunto «dono di vita».
Da questo punto di vista, ha spiegato il Pontefice, il contrario della missione è l’omissione. Riferendosi alla parabola dei talenti, ha sottolineato che il peccato del servo che ha giocato sulla difensiva è stato «non aver fatto del bene». Una omissione, dunque. «E questo può essere il peccato di una vita intera, perché abbiamo ricevuto la vita non per sotterrarla, ma per metterla in gioco, non per trattenerla, ma per donarla».
Quand’è, dunque, che si configura il peccato di omissione? «Pecchiamo di omissione, cioè contro la missione – ha detto il Papa –, quando, anziché diffondere la gioia, ci chiudiamo in un triste vittimismo», quando cediamo alla rassegnazione: “Non ce la faccio, non sono capace”. Ma come? Dio ti ha dato dei talenti e tu ti credi così povero da non poter arricchire nessuno?» Pecchiamo contro la missione, ha aggiunto Francesco, «quando, lamentosi, continuiamo a dire che va tutto male, nel mondo come nella Chiesa. Pecchiamo contro la missione quando siamo schiavi delle paure che immobilizzano e ci lasciamo paralizzare dal “si è sempre fatto così”. E pecchiamo contro la missione quando viviamo la vita come un peso e non come un dono; quando al centro ci siamo noi con le nostre fatiche, non i fratelli e le sorelle che attendono di essere amati».

Guardiamo al recente passato della vita della nostra Fraternità…cosa ci dicono queste parole? Vittimismo, rassegnazione, essere lamentosi, si è sempre fatto così,… c’è gioia nella nostra Fraternità? La gioia che nasce dal riconoscersi e vivere la comunione fraterna…

Il Papa ha indicato, in questo ottobre missionario, tre figure di “servi” che sull’esempio di quelli buoni della parabola hanno portato molto frutto. «Ci mostra la via santa Teresa di Gesù Bambino – ha detto innanzitutto Francesco. Ella «fece della preghiera il combustibile dell’azione missionaria nel mondo. Questo è anche il mese del Rosario: quanto preghiamo per la diffusione del Vangelo, per convertirci dall’omissione alla missione?».
C’è poi san Francesco Saverio, ha proseguito, «forse dopo san Paolo il più grande missionario della storia. Anch’egli ci scuote: usciamo dai nostri gusci, siamo capaci di lasciare le nostre comodità per il Vangelo?».
Infine, «c’è la venerabile Pauline Jaricot, un’operaia che sostenne le missioni col suo lavoro quotidiano: con le offerte che detraeva dal salario, fu agli inizi delle Pontificie Opere Missionarie».
Sono una religiosa, un sacerdote e una laica. Ci dicono, ha commentato il Pontefice, «che nessuno è escluso dalla missione della Chiesa». Quindi «in questo mese il Signore chiama anche te. Chiama te, padre e madre di famiglia; te, giovane che sogni grandi cose; te, che lavori in una fabbrica, in un negozio, in una banca, in un ristorante; te, che sei senza lavoro; te, che sei in un letto di ospedale… Il Signore ti chiede di farti dono lì dove sei, così come sei, con chi ti sta vicino; di non subire la vita, ma di donarla; di non piangerti addosso, ma di lasciarti scavare dalle lacrime di chi soffre». «Coraggio – ha concluso –, il Signore si aspetta tanto da te. La Chiesa ritrovi fecondità nella missione».

Battezzati e inviati: è questo lo slogan per la Giornata missionaria mondiale 2019 e per il Mese Missionario Straordinario, fortemente voluto da Papa Francesco: “Per rinnovare l’ardore e la passione, motore spirituale dell’attività apostolica di innumerevoli santi e martiri missionari, ho accolto con molto favore la vostra proposta, elaborata assieme alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, di indire un tempo straordinario di preghiera e riflessione sulla missio ad gentes. Chiederò a tutta la Chiesa di dedicare il mese di ottobre dell’anno 2019 a questa finalità, perché in quell’anno celebreremo il centenario della Lettera Apostolica Maximum illud, del Papa Benedetto XVI” (Discorso del Santo Padre ai partecipanti all’Assemblea delle Pontificie Opere Missionarie – 3 giugno 2017).
La Fondazione Missio, organismo pastorale della Cei, suggerisce questo tema per il mese di ottobre e tutto l’anno pastorale 2019-2020, alle comunità diocesane, unitamente alle tematiche relative al Sinodo panamazzonico che si celebrerà sempre nel mese di ottobre.
Pregheremo, questa sera, il Rosario missionario, seguendo lo schema suggeritoci da questo organismo della CEI.

Buona preghiera e buon cammino.

08 Aprile 2019 – Collatio Laboratorio 2: La santità, il volto più bello della chiesa

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale
Relazione di Maria Serena Cefalà

Papa Francesco nella Gaudete et exultate scrive: “ La santità non è prerogativa privilegiata, né esclusiva di vescovi, sacerdoti, religiosi o religiose. Ma “tutti sono chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (GE14). Da questa definizione viene evidenziato, che il primo compito per un cristiano e ancora di più per noi terziari minimi è “svuotarci”, annientare quell’Io che invece di far parlare di Dio, del Vangelo della carità, annuncia se stesso, mettendo al centro delle relazioni le sue voglie e i suoi desideri, le proprie visioni. Il Vescovo di Roma, dando delle indicazioni concrete e pratiche su come crescere nella via della santità, ha ricordato alcuni pericoli che possono allontanarci da questa comune vocazione. Al numero 115  della Gaudete et exsultate afferma: “è significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “non dire falsa testimonianza”, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà. Lì dice il Papa si manifesta senza alcun controllo che la “lingua” è il mondo del male e “incendia tutta la nostra vita traendo la sua fiamma dalla Geenna” (Gc 3,6). Da questa citazione della lettera di Giacomo, il Santo Padre, sottolinea come la crescita di un gruppo o di un’associazione, qual è la nostra, passa attraverso la costruzione di un ambiente al cui interno minimamente sono presenti, calunnie, critiche, o parole che possono annientare l’immagine e l’operato dell’altro. A tal proposito a partire da alcune lettere di Giacomo (capitolo 3° e 4°) si cercherà di evidenziare quali sono i “nemici” che possono ostacolare l’instaurazione di un vero ambiente evangelico in famiglia, a lavoro e nello specifico in un gruppo ecclesiale.

SCHIAVI DEL PETTEGOLEZZO E DEI GIUDIZI
Nel capitolo terzo Giacomo riprende due temi già accennati all’inizio della lettera: la moderazione della lingua e la vera sapienza. Certamente l’insistenza su questi punti mette in luce la realtà di comunità cristiane dove erano molto forti le divisioni, i giudizi tra persone, le lotte tra gruppi.

L’uso perverso della parola
Riprendendo i forti richiami di Gesù ai maestri della legge e ai responsabili della religione ebraica, riferiti da Matteo nel Discorso della Montagna  e nel Discorso contro gli ipocriti, Giacomo ammonisce se stesso e tutti i cristiani ad essere ben coscienti sulla responsabilità nell’uso della parola. La parola è un grande dono che permette di lodare Dio, di comunicare tra persone, di sostenere chi è in difficoltà, di cantare la bellezza e la gioia della vita, di dare espressione alla creatività umana e alla parola di Dio. Dio stesso si è fatto “Parola” per entrare in comunione più intima con l’umanità e manifestare la sua vita divina. Ma la parola è anche arma di offesa, strumento di menzogna, mezzo di sopraffazione verso i più deboli, causa di discordie, motivo di odi e violenze. Partendo dalla sua realtà di persona fragile e soggetta a sbagliare nel suo ruolo di responsabile, Giacomo riconosce i suoi errori e ne trae motivo per invitare i cristiani ad essere molto vigilanti sull’uso della comunicazione nella comunità. Rifacendosi ad antiche e molto diffuse concezioni proverbiali, fa sua una visione molto negativa della parola, presentata come una cosa malvagia e incontenibile, causa di molti problemi nelle convivenze umane e religiose. Assistiamo ad una inflazione di parole interessate, guidate, studiate per imbonire le persone, per guidarle a fini prestabiliti; siamo sommersi da un mare di parole vuote, false, dettate dal bisogno di suscitare consensi e applausi, più che dalla ricerca della verità. Una parola irrefrenabile e senza controllo per confondere, stordire e creare consenso. Veramente le parole di Giacomo illustrano una realtà ancora attuale! Ma la realtà della comunicazione umana non è solo negativa: permette anche spazi di dialogo e di partecipazione, di creatività e di rapporto fra persone e culture, di riflessione e di approfondimento, di crescita culturale e di ricchezza delle diversità, di espressione della bellezza e della gioia di vivere. Questa comunicazione, però, richiede regole di comportamento e lavoro di selezione, controllo nel modo di esprimersi e rispetto di ogni idea, gusto della ricerca e capacità di essere critici. La parola è dono che chiede silenzio d’ascolto e desiderio di ricevere, riflessione personale e scambio comunitario, ricerca del positivo e amore alla verità, coraggio di mettersi in discussione e rifiuto dell’interesse, purezza di cuore e rispetto di ogni persona. E’ la gioia e la fatica di comunicare in profondità! Anche nella Chiesa oggi assistiamo ad una inflazione di parole, di documenti, di interventi su ogni argomento e in ogni circostanza. L’invito alla moderazione e al controllo della comunicazione diventa importante anche per la comunità cristiana, tentata a volte di seguire e imitare i mezzi della comunicazione sociale nel loro modo di rapportarsi con la parola e la notizia. Siamo chiamati ad essere un segno con alcune scelte di comportamenti e di stile che privilegino i contenuti sulla forma, i valori sugli indici di ascolto, la riflessione pacata sulle emozioni violente, le esperienze positive sulle vicende di cronaca nera, i messaggi di vita sui resoconti di morte.

L’arroganza del giudizio
Sempre per collegamento con la frase precedente, Giacomo torna a sottolineare un aspetto già trattato nel discorso sulla comunicazione: l’arroganza di chi giudica le persone e sparla di loro. L’orgoglio che si annida nel cuore dell’uomo, se non è frenato e dominato, può portarlo a sentirsi superiore agli altri, a ritenersi possessore della verità e giudice del bene e del male nella vita delle persone. Anche questa è una causa di molti contrasti e litigi nelle famiglie e nei gruppi. Molte volte ritorna nel Nuovo Testamento l’invito a non giudicare mai nessuno, specialmente i più deboli e indifesi; a rispettare le scelte degli altri; a guardare i propri limiti più che quelli degli altri; ad essere duri verso se stessi e misericordiosi verso gli altri. L’arroganza della verità, e l’ergersi a giudici del bene e del male, porta fatalmente anche ad un altro fatto, ancora più grave e purtroppo molto diffuso: si arriva a giudicare Dio e il suo modo di agire, a voler insegnare a Dio come dovrebbe comportarsi con le persone, come dovrebbe intervenire nella storia. La troppa sicurezza di essere nel giusto e il ragionare secondo la logica umana (cioè con il metro della giustizia distributiva e del merito-castigo) porta spesso a dimenticare il messaggio che Gesù ha ripetuto tante volte e che Giacomo riprende qui: C’è uno solo che può giudicare: Dio. Gesù stesso non è venuto a giudicare le persone (anche se avrebbe potuto farlo a pieno diritto), ma a salvarle e ha affidato al giudizio del Padre la sua stessa vita e la storia dell’umanità. Di fronte all’esempio di Cristo, di fronte ai nostri limiti di persone e di Chiesa, come si può ergersi a giudici di tutto e di tutti? Come coltivare ancora quell’orgoglio della verità che ci fa unici detentori della salvezza e del bene? Come non superare atteggiamenti di durezza, di condanna, di esclusione, di intolleranza umana e religiosa? Con la stessa misura con cui voi trattate gli altri, Dio tratterà voi – la misura sarà la misericordia per chi avrà usato misericordia, il perdono per chi avrà perdonato, l’amore per chi avrà amato.

La superbia della vita
Con il termine “superbia della vita” Giacomo intende quell’atteggiamento di orgogliosa sicurezza e tronfia “sufficienza” di chi si crede padrone della propria vita e sempre a posto nei confronti di Dio. E’ l’atteggiamento che fa dimenticare il senso del proprio limite; che assolutizza le cose terrene; che fa perdere il riferimento alla Provvidenza di Dio e fa trascurare l’amore verso il prossimo. Non è l’uomo il padrone della vita e delle cose! A sostegno di questa dimensione umile e fiduciosa del vivere Giacomo cita un modo di dire popolare molto diffuso nell’antichità e presente ancora oggi in vari popoli: Se il Signore vuole. Lo era anche tra i cristiani di un tempo con l’ormai dimenticato “a Dio piacendo” dei nostri nonni. E’ solo un intercalare, ma può esprimere, per chi ha fede, un richiamo convinto al senso della Provvidenza e all’umile fiducia nel Dio della vita. L’ultimo versetto sottolinea un’altra conseguenza di questa superbia della vita: giustificare la scelta di pensare solo a se stessi, o alla propria famiglia, con il fatto del tanto lavoro, delle mille cose da fare, di non aver mai un minuto libero… Giacomo richiama alla coscienza dei doni che Dio ha affidato ad ogni persona, alla responsabilità di fare il bene che è nelle possibilità di ciascuno senza nascondersi dietro scuse di comodo o motivazioni familiari. Ad ognuno sarà chiesto conto di come ha usato i doni che ha ricevuto da Dio. Il tema delle “omissioni” ricorda gli ammonimenti di Gesù nei confronti dei responsabili ebrei  .

“La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita”

Papa Francesco ci aiuta a capire che il cammino della santità è anche il cammino della croce, per essere capaci di “amare come Gesù ci ha amati” e non è mai un cammino solitario ma condiviso dove ci si aiuta come fratelli e sorelle figli di un unico Padre: «Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito».

Che bello pensare, credere e poter toccare con mano la santità di coloro che vivono anche vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio.

08 Aprile 2019 – Collatio Laboratorio 1: La santità, il volto più bello della chiesa

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale
Relazione di Elisa Martelli

Quando si parla di santità il riferimento immediato riporta tutti a pensare ai grandi Santi, nel nostro caso a San Francesco di Paola, e ci si rende conto di quanto si è piccoli di fronte a persone che sono salite agli onori degli altari. Tutti siamo chiamati alla santità ma i passi da fare sono tanti ed il più delle volte difficili. Non sempre si pensa alla santità come obiettivo da perseguire ma, proprio il fulcro della fede del terziario minimo ci indirizza in quella direzione agendo nella vita, in coerenza con Cristo e nel rispetto della Regola, facendo scelte coraggiose per il bene proprio e degli altri senza scoraggiarsi alle prime difficoltà perché le fragilità sono di ostacolo per questo cammino.

Non tutti sono chiamati a fare cose grandi ma ognuno, secondo il proprio stato e nella propria condizione, ha il desiderio di camminare verso la santità, attirato sicuramente da San Francesco ma anche dall’esempio di terziari che, nel nascondimento, hanno incarnato la Regola sviluppando sentimenti di amore e misericordia e desiderio di prodigarsi in una carità operosa in chiesa, verso i malati, i poveri, ecc.

Alla domanda “Penso che sia roba per altri e non per me?” tutti sono consapevoli che bisogna mettersi in gioco in prima persona, e il primo luogo dove allenarsi alla santità è in famiglia. Qualcuno ha fatto l’esempio di Natuzza, che non si muoveva mai da casa, eppure non faceva mancare nulla ai suoi. Accoglieva tutti e quando i figli le chiedevano chi fossero quelle persone che andavano a trovarla, diceva che erano fratelli ed ha dato esempio di grandissima umiltà definendosi “verme di terra”.

La fraternità è fondamentale nel cammino verso la santità perché la formazione cambia in meglio il carattere, il sostegno e l’aiuto reciproco aiuta a superare ostacoli che sembrano insormontabili. Si tende a non giudicare, a guardare prima di tutto la trave nel proprio occhio e a perdonare, anche se non è facile. In merito al perdono ho potuto rilevare 2 scuole di pensiero: una parte ritiene che il torto ricevuto non si dimentica, torna a galla e bisogna sforzarsi di vivere senza rancore e superare il problema; l’altra parte ritiene che bisogna dimenticare il torto ricevuto, mettendo da parte il proprio orgoglio e la propria ragione definitivamente.

Essere santi minimi è la sfida che oggi, come ha fatto San Francesco ai suoi tempi, ci spinge ad andare contro corrente rispetto al pensare comune, rinunciare a sé stessi per essere persone libere in un mondo che ingabbia tutto e tutti in stereotipi prefissati; ma soprattutto accettare le persone così come sono, guardare negli occhi tutti alla stessa maniera senza pregiudizi, mostrarsi sempre sorridenti, gioiosi e accoglienti.