14 Ottobre – Relazione Congresso Provinciale Delegato Fraternità

Congresso Provinciale
7-8 Settembre 2019
Paterno Calabro
Relazione di Luigi Albanese – Delegato Fraternità di Sambiase

La provincia del TOM si ritrova per rinnovare il Direttivo e per discutere del TOM confrontandosi con altri Terz’Ordini.

Dopo i saluti di benvenuto da parte della Correttrice Provinciale Teresa  Paonessa, il Correttore Nazionale Franco Romeo, sostenendo che la fede è adesione a Cristo, quindi al contenuto del Vangelo, dice che ogni individuo ha i suoi limiti e non sempre è capace di mettersi totalmente in gioco.

Centro del Congresso sono  le differenze tra Francesco di Paola e Francesco di Assisi.

L’intervento di Padre Pietro dell’Ordine Francescano Minore dei Cappuccini dice che tra il suo Ordine e l’Ordine Minimo di San Francesco di Paola c’è grande affinità. In generale le Regole valide per i laici sono le stesse. Non si può vivere una Regola e poi comportarsi in modo diverso. Essere Terziario è una professione e si deve vivere nel quotidiano con la spiritualità del nostro Fondatore; il Terziario può essere anche membro di associazioni di volontariato ma senza avere ruoli.

La Fraternità deve essere uno strumento di crescita personale e comunitaria dove alla base di tutto c’è la formazione:
personale :  per il cammino che una persona fa vivendo la Parola di Dio costantemente;
comunitaria :  perché la Fraternità deve essere propositiva, organizzare, proporre anche agli organi superiori;
permanente :  perché essere Terziario è una vocazione senza timore di testimoniarlo, mantenendo sempre lo stile di vita che ci distingue.

La spiritualità di San Francesco di Paola quanto è stata influenzata da quella di San Francesco di Assisi.

Don Cecè Alempi , diacono e ministro provinciale TOF,  ci dice che di fatto San Francesco di Paola si ispira al Vangelo secondo il suo carisma che voleva essere più ultimo rispetto a San Francesco di Assisi e che non vuol dire non voler conoscere e sapere.
Due grandi Santi, due figure  molto diverse, molto influenti in modo completamente diverso sulla Chiesa. Li accomuna la semplicità, l’umiltà e la sobrietà.

Solo se si conosce si può essere capaci di confrontarsi. I Fratelli non si scelgono, si accettano perché sono un dono di Dio. Gli amici si scelgono.
Oggi il problema di fondo è la crisi della famiglia, dovremmo riflettere su questo stato e poi iniziare ad amare ciò che Dio ha fatto.

Padre Marco invece ha ribadito la necessità  di conoscere il Carisma.

Il Fondatore ha voluto ed istituito tre rami quindi ognuno deve seguire il cammino in unione con gli altri rami.
Il TOM necessita di persone che fanno qualche sacrificio, si deve partecipare… Importante è stato il discorso sulla formazione.
Il Carisma si vive e si comprende nelle Fraternità, la stessa funziona sapendo affrontare le difficoltà. Si deve parlare, ci si deve confrontare, non dobbiamo fare pettegolezzi e critiche… La critica va fatta solo per migliorare, per capire se ci sono errori, ma sempre con Umiltà.

Chi entra nel TOM deve dare un piccolo aiuto, non devono fare sempre le stesse persone.

Allora, Teresa  Paonessa ricorda che quando un consiglio di fraternità da solo non si sente capace di svolgere il compito attribuito, potrà essere aiutato da altri, quindi oltre ai membri previsti dalle norme, si possono creare gruppi di supporto, sempre con l’intento di crescere e fare del bene al TOM.

Congratulazioni agli eletti del nuovo Consiglio Provinciale per l’amore dimostrato al TOM in parte ricandidandosi,  altrimenti penso che ci sarebbe stata difficoltà a formarlo in quanto ho notato scarsa adesione a candidarsi e per di più poca disponibilità al sacrificio che lo stesso comporta. Non ho visto tanta partecipazione di giovani terziari anzi, al contrario più persone adulte. Ciò mi ha intristito.

14 Ottobre – Relazione Congresso Provinciale Presidente Provinciale TOM

Congresso Provinciale
7-8 Settembre 2019
Paterno Calabro
Relazione di Teresa Paonessa – Presidente Provinciale TOM Provincia San Francesco

Anche se è doveroso riportare in fraternità quello che si è vissuto nella due giorni del congresso provinciale, non è certamente semplice.

Come è stato detto il primo giorno abbiamo ospitato il OFS di San Francesco d’Assisi, nelle figure del P. Provinciale P. Pietro e del Ministro Provinciale don Cecè Alempi, diacono.

P. Pietro ha subito esternato la sua gioia di essere presente in questo congresso. Ha sottolineato la sua devozione verso San Francesco, conosce la vita ma, della regola dell’Ordine conosce poco. Non perde occasione per recarsi a Paola sia personalmente, sia la pone come meta per i gruppi che visitano i conventi dei cappuccini, accompagnandoli personalmente.

E’ noto a tutti il rapporto tra San Francesco di Paola e San Francesco d’Assisi, come la Spiritualità di S. Francesco di Paola richiama quella di San Francesco di Assisi, presente in lui fin dalla nascita e trasmessa dai genitori.
Tra la famiglia del TOM e del OFS c’è un rapporto stretto.

Una bella riflessione, P. Pietro, ha fatto sul quadro che si trova nella cappella di San Francesco a Paola.
L’artista ha raffigurato i due santi uno di fronte all’altro come fossero lo specchio l’uno dell’altro, mettendoli a confronto nella stessa posizione del corpo.

Ha illustrato poi la Regola dell’OFS. San Francesco d’Assisi non ha scritto una Regola per il Terz’Ordine ma una lettera indirizzata “ai fratelli e sorelle della penitenza”. La prima parte dedicata a chi vuole fare penitenza, l’altra a coloro che non vogliono fare penitenza. A  questa lettera seguono tre stesure di Regole fino ad arrivare al 1978, con Paolo VI che abroga la precedente Regola, questo perché i Terz’Ordini di San Francesco d’Assisi si riuniscono nell’OFS.
Al secondo capitolo della Regola leggiamo “I francescani secolari, si impegnino inoltre, ad una assidua lettura del Vangelo, passando dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo. Bisogna confrontarsi ogni giorno con Gesù e il suo Vangelo, viverlo in ogni circostanza o situazione che la vita ci presenta. Abbandonare quello che oggi si definisce “bipolarismo” (sono qui e mi comporto così, vado nell’altra stanza e cambio comportamento, adattandomi ad ogni circostanza).

Nel fare riferimento alle fraternità dell’OFS personalmente ho avuto conferma che i problemi del TOM sono problemi dell’OFS e vedremo degli altri Ordini. “Ci sono Fraternità vivaci, belle che camminano abbastanza speditamente, dove ci sono ingressi e dove si respira la Fraternità. Altre dove si vive più personalmente che come Fraternità. Riferendosi ai Padri assistenti, ha riferito che alcuni seguono le Fraternità con dedizione con interesse, altri in modo apatico.

P. Piero ha continuato ribadendo che la vita dei terziari deve avere due aspetti: vita personale e vita fraterna.
Vita personale che deve essere un cammino di santità, con la consapevolezza di essere stati dei chiamati e di essere dei consacrati. Quindi come consacrati dobbiamo intraprendere una vita spirituale che deve avere come compagni di viaggio: la preghiera, la meditazione e la formazione personale. La vita del terziario si deve calare nelle realtà di ogni giorno, famiglia, lavoro, gioie, sofferenze, vita con gli atri  e vita sociale. Il loro segno distintivo è il Tau, importante per far vedere che si appartiene al OFS. E’ importante trasferire tutto nella vita di Fraternità, dove spesso abbiamo incomprensioni, litigi e contrapposizioni.

Don Cecè ha iniziato con il saluto dei francescani PACE E BENE, che è il saluto del Cristo Risorto apparso agli apostoli. Augurando la pace e il bene non facciamo altro che augurare Dio stesso che è pace e bene.

Ha ricordato che la tradizione ci ricorda che San Francesco di Paola era Terziario Francescano, come probabilmente anche i genitori erano Terziari Francescani. Poi ha ricordato alcuni punti comuni di ispirazione.

Povertà, minimità. Il ministro è un servo.

P. Marco ha iniziato dicendo che il carisma minimo si esprime interamente nella triplice espressione del Primo, Secondo e Terz’Ordine. Sperando che questa comunione possa crescere di bene in meglio, come dice San Francesco, ha salutato e ringraziato il consiglio sottolineando che questa esperienza di servizio è stata un’esperienza di fraternità, riconoscendo che nonostante le difficoltà si è riusciti a dare un valido contributo al TOM della nostra provincia.

Nel rapporto con i Padri assistenti la difficoltà esiste, anche se è stato fatto un timido passo in avanti, c’è la necessita di un maggiore dialogo condividendo i motivi e i metodi del TOM con serietà e convinzione, così si potranno avere frutti di comunione.
Bisogna superare la fase di dialogo che sembra tra differenti, tra opposti, spesso con un’aria di sospettosità, di pettegolezzi, di accuse, non si riesce ad essere capaci di trovare i punti in comune.
Si parla troppo e si chiacchiera troppo. Dei problemi si discute prima fuori, con ogni persona che si incontra e poi con il diretto interessato. Non facciamo parte di un partito polito o di un’associazione qualsiasi, in una famiglia religiosa questo non è possibile e deteriora anche i rapporti nelle Fraternità.

7 Ottobre 2019 – Rosario Missionario per l’inizio dell’Anno Pastorale 2019-2020

Santuario Diocesano San Francesco di Paola
Parrocchie San Francesco di Paola e San Pancrazio

Rosario Missionario
Battezzati e Inviati
Ottobre 2019 – Mese missionario straordinario

Anche il rosario è un percorso di annuncio e di approfondimento, nel quale il mistero di Cristo viene continuamente ripresentato ai diversi livelli dell’esperienza cristiana. Attraverso una presentazione orante e contemplativa, che mira a plasmare il discepolo secondo il cuore di Cristo, percorreremo le strade del progetto di Dio su ciascuno di noi e su tutta l’umanità. La Vergine del Rosario continua anche in questo modo la sua opera di annuncio di Cristo. “Battezzati e inviati” anche noi come lei, possiamo portare Gesù al mondo.

Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

V- O Dio, vieni a salvarmi.
R- Signore, vieni presto in mio aiuto.
V- Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
R- Come era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen

Nel Mistero della Contemplazione meditiamo la gioia che viene dal Battesimo
Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: «Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita». E rivoltosi a Filippo l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Allora Filippo prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c’era acqua e l’eunuco disse: «Ecco qui c’è acqua: che cosa mi impedisce di essere battezzato?». Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’Eunuco, ed egli lo battezzò. Quando furono usciti dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino. (At. 8, 26-40)

Il Battesimo ci regala la gioia di essere cristiani e di appartenere alla Chiesa. È la gioia che scaturisce dalla consapevolezza di avere ricevuto un grande dono da Dio, la fede appunto, un dono che nessuno di noi ha potuto meritare, ma che ci è stato dato gratuitamente e al quale abbiamo risposto con il nostro Sì. È la gioia di riconoscerci figli di Dio, di scoprirci affidati alle sue mani, di sentirci accolti in un abbraccio d’amore, allo stesso modo in cui una mamma sostiene ed abbraccia il suo bambino. Questa gioia, che orienta il cammino di ogni cristiano, si fonda su un rapporto personale con Gesù, un rapporto che orienta l’intera esistenza umana. È Lui infatti il senso della nostra vita, Colui sul quale vale la pena tenere fisso lo sguardo, per essere illuminati dalla sua Verità e poter vivere in pienezza. Ci affidiamo a Maria perché ciascuno di noi sappia manifestare apertamente e senza compromessi ciò in cui crede, anche di fronte ad una società che considera spesso fuori moda e fuori tempo coloro che vivono della fede in Gesù.

Preghiamo  per  l’ASIA,  perché  la  sua  popolazione  possa  ricevere  e  accogliere  l’annuncio  del Vangelo, e con gioia e stupore sentirsi, con tutta la sua ricchezza culturale e sociale, parte del Popolo di Dio.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

 

Nel Mistero della Vocazione meditiamo il progetto di Dio che ci invia nel mondo
E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». (Mc. 16, 15-18)

Siamo chiamati e inviati da Dio. Ciascuno di noi ha ricevuto questa chiamata a uscire dalla sua terra. Dalla situazione in cui ciascuno si trova, siamo chiamati ad aprire il nostro sguardo verso il mondo che attende. Preghiamo Maria perché possiamo rinnovare la coscienza di essere chiamati e inviati e possiamo rispondere all’invito di Dio con la nostra vita.

Offriamo questa decina per l’Europa, perché riconosca la fiducia con la quale è chiamata ad annunciare il Vangelo, in questo particolare momento di sofferenza di tanti fratelli che cercano in essa rifugio, condividendo i valori dell’accoglienza e della solidarietà dei popoli.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

Nel Mistero dell’Annuncio meditiamo la Buona Notizia che ci ha raggiunti
Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli; e fissando lo sguardo su Gesù, che passava, disse: «Ecco l’Agnello di Dio!» I suoi due discepoli, avendolo udito parlare, seguirono Gesù. Gesù, voltatosi, e osservando che lo seguivano, domandò loro: «Che cosa cercate?» Ed essi gli dissero: «Rabbi (che, tradotto, vuol dire Maestro), dove abiti? Egli rispose loro: «Venite e vedrete». Essi dunque andarono, videro dove abitava e stettero con lui quel giorno. Era circa la decima ora. Andrea, fratello di Simon Pietro, era uno dei due che avevano udito Giovanni e avevano seguito Gesù. Egli per primo trovò suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» (che, tradotto, vuol dire Cristo). (Gv. 1, 35-41)

Abbiamo trovato il Messia, fu l’annuncio di Andrea. Abbiamo trovato Colui che cambia la nostra storia, le nostre storie! Da un incontro vero nasce il desiderio di incontrare e annunciare agli altri. “Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1, 41)”. (EG 120). Maria è madre dell’annuncio, colei cha ha ricevuto l’annuncio dell’angelo diventa la prima annunciatrice. Ci affidiamo a lei nostra compagna perché possiamo essere strumenti a servizio dell’annuncio.

Offriamo  questa  decina  per  l’Africa,  perché  ogni  popolo  di  questo  continente,  raggiunto dall’annuncio della Buona Notizia trasmetta con gioia la fede e la speranza laddove si trovano guerre, ingiustizie e soprusi dei potenti.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

Nel Mistero dell’Amore meditiamo il sogno di Dio per l’umanità
Di nuovo Gesù si mise a insegnare lungo il mare. E si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli salì su una barca e là restò seduto, stando in mare, mentre la folla era a terra lungo la riva.  Insegnava loro molte cose in parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno». E diceva: “Chi ha orecchi per intendere intenda!”. (Mc 4, 1-9)

 “Convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” (Mt 4, 17). Sono le prime parole di Gesù dopo il lungo silenzio di Nazareth. Altre non potevano essere. Egli è presenza di Dio, che rinnova la faccia della terra e comincia a costruire nuovi spazi di fraternità. È vicino il Regno, cioè accanto, affianco a chi ascolta, perché è interamente presente nella persona di Gesù, che si fa prossimo. Ma è vicino, ancora promessa perciò, perché esso è un cantiere, che Gesù inaugura. I suoi gesti raccontano di un Regno, vivo, operante, efficace, qui e ora nel perimetro della storia. La realtà dinamica del Regno è evidente nel discorso di Gesù quando parla del progetto del Padre come lievito che fa crescere la massa (Lc 13,21), ma soprattutto quando lo racconta come seme (Mc 4, 3-20), che arriva lentamente a portare pieno frutto, ma deve sopravvivere alla fame degli uccelli, all’aridità della pietra, all’aggressione del sole, all’abbraccio dei rovi.

Il Regno ci interpella, interroga il senso del nostro essere discepoli di Gesù, ci chiede continua conversione. La cittadinanza del Regno non è mai acquisita una volta per tutte, perché è vita secondo la logica spiazzante delle Beatitudini.   Preghiamo Maria, madre e discepola del Regno, perché ci insegni a custodire e a far fruttificare i germi del Regno che lo Spirito ha sparso nel mondo.

Offriamo questa decina per  l’America, perché le diverse culture, i diversi popoli che la abitano possano aver cura gli uni degli altri, costruendo una nuova civiltà dell’amore; i fratelli che vivono in Paesi vittime di persecuzione  possano fissare la  loro speranza nel tesoro del Regno che siamo chiamati a costruire insieme.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

Nel Mistero del Ringraziamento meditiamo l’Amore di Dio che ha cura
di ciascuno di noi e della sua creazione
Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. (Mt. 6, 25-33)

Dio Padre ci accompagna con amore premuroso e attento. Ha cura noi, si preoccupa delle nostre vite. Siamo importanti ai suoi occhi. Il nostro creatore custodisce e ha cura degli uccelli del cielo, dei gigli del campo e ancor più di noi suoi figli. Preghiamo Maria, madre della fiducia, perché ci aiuti a fidarci in ogni nostro passo per essere missionari dell’Amore che si preoccupa di ogni uomo  e ha cura di tutto il creato.

Offriamo questa decina per l’Oceania, perché i suoi abitanti si prendano cura della vita e della bellezza del creato e possano vivere come fratelli nel rispetto delle diverse culture e nella costruzione di una nuova civiltà dell’amore.

Padre Nostro, Ave Maria e Gloria al Padre

Litanie missionarie
Madre di tutti i popoli
Madre delle giovani Chiese
Madre di ogni battezzato
Madre di ogni uomo di buona volontà
Madre di chi lotta per amore dei fratelli
Madre di ogni famiglia
Madre dei giovani
Madre dei consacrati
Madre dei laici
Madre dei poveri
Madre dei senza voce
Madre dei bambini lavoratori
Madre delle ragazze costrette alla prostituzione
Madre di tutti i condannati a morte
Madre di chi è costretto ad uccidere
Madre di chi è costretto a lasciare la propria terra
Sostegno dei missionari del Vangelo
Casa di chi non ha casa
Giustizia degli oppressi
Rifugio dei profughi
Parola di chi è senza diritti
Speranza di chi attende un futuro migliore
Stella dell’evangelizzazione
Fonte di speranza
Giardino della creazione
Profezia di una fede senza confini
Compagna di viaggio
Attesa di liberazione
Nostra Signora di tutti i popoli
Madre della creazione nuova
Regina di ogni continente

Preghiera: Annunciatori (Paolo VI)
Signore Gesù! Eccoci pronti a partire per annunciare ancora una volta il tuo Vangelo al mondo, nel quale la tua arcana, ma amorosa provvidenza ci ha posti a vivere!
Signore, prega, come hai promesso, il Padre affinché per mezzo tuo ci mandi lo Spirito Santo, lo Spirito di verità e di fortezza, lo Spirito di consolazione, che renda aperta, buona ed efficace, la nostra testimonianza. Sii con noi, Signore, per renderci tutti uno in Te e idonei, per tua virtù, a trasmettere al mondo la tua pace e la tua salvezza. Amen.

Padre nostro,
il Tuo Figlio Unigenito Gesù Cristo
risorto dai morti
affidò ai Suoi discepoli il mandato di
andare e fare discepoli tutti i popoli“;
Tu ci ricordi che attraverso il nostro battesimo
siamo resi partecipi della missione della Chiesa.
Per i doni del Tuo Santo Spirito, concedi a noi la grazia
di essere testimoni del Vangelo, coraggiosi e zelanti,
affinché la missione affidata alla Chiesa,
ancora lontana dall’essere realizzata,
possa trovare nuove e efficaci espressioni
che portino vita e luce al mondo.
Aiutaci a far sì che tutti i popoli
possano incontrarsi con l’amore salvifico
e la misericordia di Gesù Cristo,
Lui che è Dio, e vive e regna con Te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

7 Ottobre 2019 – Introduzione per l’inizio dell’Anno Pastorale 2019-2020

Introduzione per l’inizio dell’Anno Pastorale 2019-2020
di P. Giovanni Sposato O. M. 

L’odierna festa liturgica (Madonna del Rosario) mi ha suggerito di proporre, per questo inizio del percorso formativo della nostra Fraternità nell’anno 2019-2020, questo momento di preghiera e riflessione che vivremo fra poco, guidati da Maria Santissima, Vergine del Rosario, in questo “mese mariano” (ottobre appunto), da pochi giorni iniziato e che da diversi anni ormai (93) è dedicato alle Missioni.

Il nostro incontro di questa sera vuole essere inoltre l’occasione per inserirci nel cammino che la Chiesa universale sta vivendo: la sera del 1 ottobre 2019 la celebrazione dei Vespri ha aperto, nella Basilica Vaticana, il “Mese missionario straordinario” che il Papa ha annunciato nell’Angelus del 22 ottobre 2017, «al fine di alimentare l’ardore dell’attività evangelizzatrice».
Siamo quindi invitati anche noi, figli del Penitente Paolano, a vivere la nostra chiamata missionaria comprendendo sempre di più che essere missionari significa «diventare attivi nel bene, non notai della fede e guardiani della grazia», né tanto meno vivere una «fede da sagrestia».
Perciò, il mese missionario straordinario che si è aperto ieri «vuole essere una scossa» proprio in tal senso. E noi vogliamo lasciarci provocare, smuovere, interpellare da questo evento di grazia che la Chiesa ci propone, per dare la nostra risposta personale e comunitaria e prendere coscienza che siamo chiamati ad essere “Fraternità in uscita”. E proprio sull’essenziale della Chiesa si è soffermato il Vescovo di Roma. Dio, ha ricordato, «ama una Chiesa in uscita». Anzi, «se non è in uscita non è Chiesa. Una Chiesa in uscita, missionaria, – ha poi soggiunto – è una Chiesa che non perde tempo a piangere le cose che non vanno, i fedeli che non ha più, i valori di un tempo che non ci sono più». Dunque «una Chiesa che non cerca oasi protette per stare tranquilla; desidera solo essere sale della terra e lievito per il mondo. Sa che questa è la sua forza, la stessa di Gesù: non la rilevanza sociale o istituzionale, ma l’amore umile e gratuito». Come non fare nostro questo invito? Come non farci provocare da queste parole? Noi che abbiamo abbracciato il carisma penitenziale della conversione permanente…

Il Papa ha invitato a fare missione soprattutto con la testimonianza di vita, sul modello dei martiri che «sanno che la fede non è propaganda o proselitismo», ma appunto «dono di vita».
Da questo punto di vista, ha spiegato il Pontefice, il contrario della missione è l’omissione. Riferendosi alla parabola dei talenti, ha sottolineato che il peccato del servo che ha giocato sulla difensiva è stato «non aver fatto del bene». Una omissione, dunque. «E questo può essere il peccato di una vita intera, perché abbiamo ricevuto la vita non per sotterrarla, ma per metterla in gioco, non per trattenerla, ma per donarla».
Quand’è, dunque, che si configura il peccato di omissione? «Pecchiamo di omissione, cioè contro la missione – ha detto il Papa –, quando, anziché diffondere la gioia, ci chiudiamo in un triste vittimismo», quando cediamo alla rassegnazione: “Non ce la faccio, non sono capace”. Ma come? Dio ti ha dato dei talenti e tu ti credi così povero da non poter arricchire nessuno?» Pecchiamo contro la missione, ha aggiunto Francesco, «quando, lamentosi, continuiamo a dire che va tutto male, nel mondo come nella Chiesa. Pecchiamo contro la missione quando siamo schiavi delle paure che immobilizzano e ci lasciamo paralizzare dal “si è sempre fatto così”. E pecchiamo contro la missione quando viviamo la vita come un peso e non come un dono; quando al centro ci siamo noi con le nostre fatiche, non i fratelli e le sorelle che attendono di essere amati».

Guardiamo al recente passato della vita della nostra Fraternità…cosa ci dicono queste parole? Vittimismo, rassegnazione, essere lamentosi, si è sempre fatto così,… c’è gioia nella nostra Fraternità? La gioia che nasce dal riconoscersi e vivere la comunione fraterna…

Il Papa ha indicato, in questo ottobre missionario, tre figure di “servi” che sull’esempio di quelli buoni della parabola hanno portato molto frutto. «Ci mostra la via santa Teresa di Gesù Bambino – ha detto innanzitutto Francesco. Ella «fece della preghiera il combustibile dell’azione missionaria nel mondo. Questo è anche il mese del Rosario: quanto preghiamo per la diffusione del Vangelo, per convertirci dall’omissione alla missione?».
C’è poi san Francesco Saverio, ha proseguito, «forse dopo san Paolo il più grande missionario della storia. Anch’egli ci scuote: usciamo dai nostri gusci, siamo capaci di lasciare le nostre comodità per il Vangelo?».
Infine, «c’è la venerabile Pauline Jaricot, un’operaia che sostenne le missioni col suo lavoro quotidiano: con le offerte che detraeva dal salario, fu agli inizi delle Pontificie Opere Missionarie».
Sono una religiosa, un sacerdote e una laica. Ci dicono, ha commentato il Pontefice, «che nessuno è escluso dalla missione della Chiesa». Quindi «in questo mese il Signore chiama anche te. Chiama te, padre e madre di famiglia; te, giovane che sogni grandi cose; te, che lavori in una fabbrica, in un negozio, in una banca, in un ristorante; te, che sei senza lavoro; te, che sei in un letto di ospedale… Il Signore ti chiede di farti dono lì dove sei, così come sei, con chi ti sta vicino; di non subire la vita, ma di donarla; di non piangerti addosso, ma di lasciarti scavare dalle lacrime di chi soffre». «Coraggio – ha concluso –, il Signore si aspetta tanto da te. La Chiesa ritrovi fecondità nella missione».

Battezzati e inviati: è questo lo slogan per la Giornata missionaria mondiale 2019 e per il Mese Missionario Straordinario, fortemente voluto da Papa Francesco: “Per rinnovare l’ardore e la passione, motore spirituale dell’attività apostolica di innumerevoli santi e martiri missionari, ho accolto con molto favore la vostra proposta, elaborata assieme alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, di indire un tempo straordinario di preghiera e riflessione sulla missio ad gentes. Chiederò a tutta la Chiesa di dedicare il mese di ottobre dell’anno 2019 a questa finalità, perché in quell’anno celebreremo il centenario della Lettera Apostolica Maximum illud, del Papa Benedetto XVI” (Discorso del Santo Padre ai partecipanti all’Assemblea delle Pontificie Opere Missionarie – 3 giugno 2017).
La Fondazione Missio, organismo pastorale della Cei, suggerisce questo tema per il mese di ottobre e tutto l’anno pastorale 2019-2020, alle comunità diocesane, unitamente alle tematiche relative al Sinodo panamazzonico che si celebrerà sempre nel mese di ottobre.
Pregheremo, questa sera, il Rosario missionario, seguendo lo schema suggeritoci da questo organismo della CEI.

Buona preghiera e buon cammino.

08 Aprile 2019 – Collatio Laboratorio 2: La santità, il volto più bello della chiesa

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale
Relazione di Maria Serena Cefalà

Papa Francesco nella Gaudete et exultate scrive: “ La santità non è prerogativa privilegiata, né esclusiva di vescovi, sacerdoti, religiosi o religiose. Ma “tutti sono chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (GE14). Da questa definizione viene evidenziato, che il primo compito per un cristiano e ancora di più per noi terziari minimi è “svuotarci”, annientare quell’Io che invece di far parlare di Dio, del Vangelo della carità, annuncia se stesso, mettendo al centro delle relazioni le sue voglie e i suoi desideri, le proprie visioni. Il Vescovo di Roma, dando delle indicazioni concrete e pratiche su come crescere nella via della santità, ha ricordato alcuni pericoli che possono allontanarci da questa comune vocazione. Al numero 115  della Gaudete et exsultate afferma: “è significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “non dire falsa testimonianza”, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà. Lì dice il Papa si manifesta senza alcun controllo che la “lingua” è il mondo del male e “incendia tutta la nostra vita traendo la sua fiamma dalla Geenna” (Gc 3,6). Da questa citazione della lettera di Giacomo, il Santo Padre, sottolinea come la crescita di un gruppo o di un’associazione, qual è la nostra, passa attraverso la costruzione di un ambiente al cui interno minimamente sono presenti, calunnie, critiche, o parole che possono annientare l’immagine e l’operato dell’altro. A tal proposito a partire da alcune lettere di Giacomo (capitolo 3° e 4°) si cercherà di evidenziare quali sono i “nemici” che possono ostacolare l’instaurazione di un vero ambiente evangelico in famiglia, a lavoro e nello specifico in un gruppo ecclesiale.

SCHIAVI DEL PETTEGOLEZZO E DEI GIUDIZI
Nel capitolo terzo Giacomo riprende due temi già accennati all’inizio della lettera: la moderazione della lingua e la vera sapienza. Certamente l’insistenza su questi punti mette in luce la realtà di comunità cristiane dove erano molto forti le divisioni, i giudizi tra persone, le lotte tra gruppi.

L’uso perverso della parola
Riprendendo i forti richiami di Gesù ai maestri della legge e ai responsabili della religione ebraica, riferiti da Matteo nel Discorso della Montagna  e nel Discorso contro gli ipocriti, Giacomo ammonisce se stesso e tutti i cristiani ad essere ben coscienti sulla responsabilità nell’uso della parola. La parola è un grande dono che permette di lodare Dio, di comunicare tra persone, di sostenere chi è in difficoltà, di cantare la bellezza e la gioia della vita, di dare espressione alla creatività umana e alla parola di Dio. Dio stesso si è fatto “Parola” per entrare in comunione più intima con l’umanità e manifestare la sua vita divina. Ma la parola è anche arma di offesa, strumento di menzogna, mezzo di sopraffazione verso i più deboli, causa di discordie, motivo di odi e violenze. Partendo dalla sua realtà di persona fragile e soggetta a sbagliare nel suo ruolo di responsabile, Giacomo riconosce i suoi errori e ne trae motivo per invitare i cristiani ad essere molto vigilanti sull’uso della comunicazione nella comunità. Rifacendosi ad antiche e molto diffuse concezioni proverbiali, fa sua una visione molto negativa della parola, presentata come una cosa malvagia e incontenibile, causa di molti problemi nelle convivenze umane e religiose. Assistiamo ad una inflazione di parole interessate, guidate, studiate per imbonire le persone, per guidarle a fini prestabiliti; siamo sommersi da un mare di parole vuote, false, dettate dal bisogno di suscitare consensi e applausi, più che dalla ricerca della verità. Una parola irrefrenabile e senza controllo per confondere, stordire e creare consenso. Veramente le parole di Giacomo illustrano una realtà ancora attuale! Ma la realtà della comunicazione umana non è solo negativa: permette anche spazi di dialogo e di partecipazione, di creatività e di rapporto fra persone e culture, di riflessione e di approfondimento, di crescita culturale e di ricchezza delle diversità, di espressione della bellezza e della gioia di vivere. Questa comunicazione, però, richiede regole di comportamento e lavoro di selezione, controllo nel modo di esprimersi e rispetto di ogni idea, gusto della ricerca e capacità di essere critici. La parola è dono che chiede silenzio d’ascolto e desiderio di ricevere, riflessione personale e scambio comunitario, ricerca del positivo e amore alla verità, coraggio di mettersi in discussione e rifiuto dell’interesse, purezza di cuore e rispetto di ogni persona. E’ la gioia e la fatica di comunicare in profondità! Anche nella Chiesa oggi assistiamo ad una inflazione di parole, di documenti, di interventi su ogni argomento e in ogni circostanza. L’invito alla moderazione e al controllo della comunicazione diventa importante anche per la comunità cristiana, tentata a volte di seguire e imitare i mezzi della comunicazione sociale nel loro modo di rapportarsi con la parola e la notizia. Siamo chiamati ad essere un segno con alcune scelte di comportamenti e di stile che privilegino i contenuti sulla forma, i valori sugli indici di ascolto, la riflessione pacata sulle emozioni violente, le esperienze positive sulle vicende di cronaca nera, i messaggi di vita sui resoconti di morte.

L’arroganza del giudizio
Sempre per collegamento con la frase precedente, Giacomo torna a sottolineare un aspetto già trattato nel discorso sulla comunicazione: l’arroganza di chi giudica le persone e sparla di loro. L’orgoglio che si annida nel cuore dell’uomo, se non è frenato e dominato, può portarlo a sentirsi superiore agli altri, a ritenersi possessore della verità e giudice del bene e del male nella vita delle persone. Anche questa è una causa di molti contrasti e litigi nelle famiglie e nei gruppi. Molte volte ritorna nel Nuovo Testamento l’invito a non giudicare mai nessuno, specialmente i più deboli e indifesi; a rispettare le scelte degli altri; a guardare i propri limiti più che quelli degli altri; ad essere duri verso se stessi e misericordiosi verso gli altri. L’arroganza della verità, e l’ergersi a giudici del bene e del male, porta fatalmente anche ad un altro fatto, ancora più grave e purtroppo molto diffuso: si arriva a giudicare Dio e il suo modo di agire, a voler insegnare a Dio come dovrebbe comportarsi con le persone, come dovrebbe intervenire nella storia. La troppa sicurezza di essere nel giusto e il ragionare secondo la logica umana (cioè con il metro della giustizia distributiva e del merito-castigo) porta spesso a dimenticare il messaggio che Gesù ha ripetuto tante volte e che Giacomo riprende qui: C’è uno solo che può giudicare: Dio. Gesù stesso non è venuto a giudicare le persone (anche se avrebbe potuto farlo a pieno diritto), ma a salvarle e ha affidato al giudizio del Padre la sua stessa vita e la storia dell’umanità. Di fronte all’esempio di Cristo, di fronte ai nostri limiti di persone e di Chiesa, come si può ergersi a giudici di tutto e di tutti? Come coltivare ancora quell’orgoglio della verità che ci fa unici detentori della salvezza e del bene? Come non superare atteggiamenti di durezza, di condanna, di esclusione, di intolleranza umana e religiosa? Con la stessa misura con cui voi trattate gli altri, Dio tratterà voi – la misura sarà la misericordia per chi avrà usato misericordia, il perdono per chi avrà perdonato, l’amore per chi avrà amato.

La superbia della vita
Con il termine “superbia della vita” Giacomo intende quell’atteggiamento di orgogliosa sicurezza e tronfia “sufficienza” di chi si crede padrone della propria vita e sempre a posto nei confronti di Dio. E’ l’atteggiamento che fa dimenticare il senso del proprio limite; che assolutizza le cose terrene; che fa perdere il riferimento alla Provvidenza di Dio e fa trascurare l’amore verso il prossimo. Non è l’uomo il padrone della vita e delle cose! A sostegno di questa dimensione umile e fiduciosa del vivere Giacomo cita un modo di dire popolare molto diffuso nell’antichità e presente ancora oggi in vari popoli: Se il Signore vuole. Lo era anche tra i cristiani di un tempo con l’ormai dimenticato “a Dio piacendo” dei nostri nonni. E’ solo un intercalare, ma può esprimere, per chi ha fede, un richiamo convinto al senso della Provvidenza e all’umile fiducia nel Dio della vita. L’ultimo versetto sottolinea un’altra conseguenza di questa superbia della vita: giustificare la scelta di pensare solo a se stessi, o alla propria famiglia, con il fatto del tanto lavoro, delle mille cose da fare, di non aver mai un minuto libero… Giacomo richiama alla coscienza dei doni che Dio ha affidato ad ogni persona, alla responsabilità di fare il bene che è nelle possibilità di ciascuno senza nascondersi dietro scuse di comodo o motivazioni familiari. Ad ognuno sarà chiesto conto di come ha usato i doni che ha ricevuto da Dio. Il tema delle “omissioni” ricorda gli ammonimenti di Gesù nei confronti dei responsabili ebrei  .

“La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita”

Papa Francesco ci aiuta a capire che il cammino della santità è anche il cammino della croce, per essere capaci di “amare come Gesù ci ha amati” e non è mai un cammino solitario ma condiviso dove ci si aiuta come fratelli e sorelle figli di un unico Padre: «Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito».

Che bello pensare, credere e poter toccare con mano la santità di coloro che vivono anche vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio.

08 Aprile 2019 – Collatio Laboratorio 1: La santità, il volto più bello della chiesa

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale
Relazione di Elisa Martelli

Quando si parla di santità il riferimento immediato riporta tutti a pensare ai grandi Santi, nel nostro caso a San Francesco di Paola, e ci si rende conto di quanto si è piccoli di fronte a persone che sono salite agli onori degli altari. Tutti siamo chiamati alla santità ma i passi da fare sono tanti ed il più delle volte difficili. Non sempre si pensa alla santità come obiettivo da perseguire ma, proprio il fulcro della fede del terziario minimo ci indirizza in quella direzione agendo nella vita, in coerenza con Cristo e nel rispetto della Regola, facendo scelte coraggiose per il bene proprio e degli altri senza scoraggiarsi alle prime difficoltà perché le fragilità sono di ostacolo per questo cammino.

Non tutti sono chiamati a fare cose grandi ma ognuno, secondo il proprio stato e nella propria condizione, ha il desiderio di camminare verso la santità, attirato sicuramente da San Francesco ma anche dall’esempio di terziari che, nel nascondimento, hanno incarnato la Regola sviluppando sentimenti di amore e misericordia e desiderio di prodigarsi in una carità operosa in chiesa, verso i malati, i poveri, ecc.

Alla domanda “Penso che sia roba per altri e non per me?” tutti sono consapevoli che bisogna mettersi in gioco in prima persona, e il primo luogo dove allenarsi alla santità è in famiglia. Qualcuno ha fatto l’esempio di Natuzza, che non si muoveva mai da casa, eppure non faceva mancare nulla ai suoi. Accoglieva tutti e quando i figli le chiedevano chi fossero quelle persone che andavano a trovarla, diceva che erano fratelli ed ha dato esempio di grandissima umiltà definendosi “verme di terra”.

La fraternità è fondamentale nel cammino verso la santità perché la formazione cambia in meglio il carattere, il sostegno e l’aiuto reciproco aiuta a superare ostacoli che sembrano insormontabili. Si tende a non giudicare, a guardare prima di tutto la trave nel proprio occhio e a perdonare, anche se non è facile. In merito al perdono ho potuto rilevare 2 scuole di pensiero: una parte ritiene che il torto ricevuto non si dimentica, torna a galla e bisogna sforzarsi di vivere senza rancore e superare il problema; l’altra parte ritiene che bisogna dimenticare il torto ricevuto, mettendo da parte il proprio orgoglio e la propria ragione definitivamente.

Essere santi minimi è la sfida che oggi, come ha fatto San Francesco ai suoi tempi, ci spinge ad andare contro corrente rispetto al pensare comune, rinunciare a sé stessi per essere persone libere in un mondo che ingabbia tutto e tutti in stereotipi prefissati; ma soprattutto accettare le persone così come sono, guardare negli occhi tutti alla stessa maniera senza pregiudizi, mostrarsi sempre sorridenti, gioiosi e accoglienti.

08 Aprile 2019 – Incontro di Formazione: La santità, il volto più bello della chiesa

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale
Spunti per la riflessione di Padre Giovanni Sposato O. M.

Alla luce degli incontri comunitari a cui abbiamo partecipato in questo periodo: “LA SANTITÀ: IL VOLTO PIÙ BELLO DELLA CHIESA.” FIGURE DI SANTITÀ DELLA NOSTRA CALABRIA – INCONTRI COMUNITARI QUARESIMALI in preparazione alla Pasqua del Signore e al V Centenario della Canonizzazione di San Francesco di Paola
Giovedì 7 marzo: LA SANTITÀ SECONDO LA TRADIZIONE UMANA E LA SANTITÀ SECONDO LA PAROLA DI DIO a cura di P. Ernesto Della Corte
Lunedì 18 marzo: LA SANTITÀ MINIMA ALLA LUCE DELLA GAUDETE ET EXSULTATE a cura di P. Domenico Crupi
Lunedì 1 aprile: I SANTI CALABRESI, EREDI SPIRITUALI DI SAN FRANCESCO DI PAOLA a cura di Don Enzo Gabrieli
e alla luce dell’incontro di preghiera-testimonianza di sabato 6 aprile ore 17.30 sulla Beata Elena Aiello, fondatrice delle Suore Minime della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo,

chiediamoci:

  • Sono cosciente della mia personale chiamata alla santità? Ci penso, ho il desiderio di vivere in pienezza questo cammino? Penso che sia roba per altri e non per me?
  • Quando penso alla santità come cammino da compiere, oltre che a livello personale, anche comunitariamente (in Fraternità, nella Chiesa-Parrocchia, in Famiglia, …), che pensieri mi vengono?
  • Guardando alle figure di santità della nostra Famiglia Religiosa, chiediamoci: come essere Santi Minimi oggi?

25 Febbraio 2019 – Collatio Laboratorio 2: Dalla accidia comoda alla audacia e fervore – Dall’individualismo alla comunità

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

III Tappa: “Dalla accidia comoda alla audacia e fervore”
IV Tappa:“Dall’individualismo alla comunità”
Relazione di Rita Vincenti

Dopo aver letto tutte e tre le domande, si è deciso di rispondere ad ogni domanda separatamente.
Letta la prima domanda sono intervenuti tutti i componenti del gruppo. Ognuno cerca di testimoniare il Vangelo singolarmente in ogni contesto dove si trova ad operare, cercando di dare a questa testimonianza il colore Minimo.
E’ emerso che come Fraternità questo avviene di meno.
Da questo è scaturita una discussione sull’andamento della Fraternità. Purtroppo si è evidenziato che manca innanzitutto l’accoglienza, alcuni non si sentono accolti e continuano a frequentare spinti da una forza interiore ma, senza molto entusiasmo. Manca l’audacia e il fervore in molti, l’accidia spesso ha il sopravvento. Da qui la mancanza di partecipazione alla vita della Fraternità di tanti confratelli, con motivazioni spesso risolvibili con un maggiore fervore e spirito di sacrificio.
Si nota un momento di stanca, dobbiamo recuperare il nostro essere Terziari in una Fraternità.
La correzione si faccia con amore e la gioia traspaia dai nostri volti, altrimenti non attireremo a noi persone. Infatti, quando la Fraternità ha dei problemi al suo interno e non dà una testimonianza conforme alla Regola, non ha persone che scelgono di conoscere la Fraternità.
Alcuni tratti della nostra spiritualità, come l’apostolato, sicuramente cerchiamo di praticarli. Altri un po’ meno. L’accoglienza, come già emerso, facciamo fatica a realizzarla. Sia tra di noi che verso gli altri. Sebbene abbiamo avuto incontri sull’accoglienza di immigrati, le nostre idee sono riamaste più o meno le stesse.
Disertiamo con facilità i vari momenti di preghiera che ci vengono offerti (Adorazioni Eucaristiche, Esercizi spirituali) e non stimoliamo alla programmazione di forme specifiche della nostra spiritualità (Lectio Divina, Preghiera del cuore, Liturgia delle ore) espresse, tra l’altro, nelle proposte operative del programma nazionale.
Alla morte dei confratelli non partecipiamo quasi più, le esequie dei Terziari sono da noi disertate, ben venga la preghiera nelle case funerarie ma non deve sostituire la messa.
Si nota un calo anche nella formazione, ci siamo chiesti il perché la partecipazione non è assidua e perché si saltano facilmente gli incontri. Quando si inizia una tematica sarebbe bello portarla a termine. E’ stato evidenziato che in alcuni mesi gli incontri sono stati pochi e non si è creata una continuità.
Le decisioni sono molte per poter vivere concretamente il Vangelo.
Ricordiamo che noi Terziari dobbiamo vivere prima di tutto il Vangelo, dobbiamo avere un impegno costante nella Fraternità e nella comunità, soprattutto nella preghiera ma anche nelle varie forme di apostolato e nella formazione che è alla base di tutto.
Facciamo tutti insieme un buon discernimento, ammettiamo gli errori e cerchiamo di far rinascere la nostra Fraternità.

25 Febbraio 2019 – Collatio Laboratorio 1: Dalla accidia comoda alla audacia e fervore – Dall’individualismo alla comunità

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

III Tappa: “Dalla accidia comoda alla audacia e fervore”
IV Tappa:“Dall’individualismo alla comunità”
Relazione di Francesca Vescio

Abbiamo iniziato il nostro incontro ripercorrendo i punti salienti della riflessione di Padre Marcio e da questa, dopo un momento di condivisione dei nostri pensieri abbiamo risposto alla prima domanda: Come noi nella nostra fraternità abbiamo cercato di vivere la testimonianza del Vangelo?
Siamo partiti dal presupposto che per vivere il Vangelo dobbiamo fare del bene, ognuno di noi si sforza per farlo nel suo piccolo, mostrando vicinanza all’altro nelle piccole cose, cercando di dare un consiglio, ma anche e soprattutto ascoltando un problema o condividendo uno sfogo. Spesso è già il condividere che ci aiuta a portare in maniera più leggera un peso, ad affrontare una situazione sapendo di non essere soli.
Tutto ciò ci ha fatto pensare al Centro di Ascolto e ai volontari che vi operano, quanto bene e quanto Vangelo si vive tra quelle mura!
Per essere predisposti al bene bisogna innanzitutto lavorare su se stessi, non è facile aprirsi all’altro, capirne i bisogni ed essere riconosciuti come persone di cui ci si può fidare, se però questo diventa il nostro modo di vivere, se siamo predisposti al bene e all’ascolto sicuramente riusciremo a fare ramificare il bene.
Abbracceremo così sia le opere di misericordia corporali che spirituali, perché per fare il bene dell’altro bisogna sì provvedere ai suoi bisogni materiali dando un sostegno economico, fatto con il cuore, non per lavarsi la coscienza; ma pensare anche al suo bisogno spirituale, credendo che tutto sia recuperabile, senza pregiudizi, solo mettendo l’altro al primo posto.

La seconda domanda è stata quella che ci ha fatto dibattere di più: Quali sono i tratti della nostra spiritualità che abbiamo lasciato o non viviamo ancora in modo di testimonianza?
Tutti siamo stati concordi nel dire che la nostra spiritualità deve trasparire dal nostro modo di vivere e relazionarci, in tutti gli ambiti della nostra vita dobbiamo essere testimoni.
Ci sono però delle attività che ci aiutano a mettere in pratica le caratteristiche del nostro carisma minimo che con la formazione e la preghiera viva e assidua cerchiamo di mantenere ardenti.
Tra le attività svolte ci sono le raccolte e distribuzioni alimentari, la caritas, le visite agli ammalati, la cura della chiesa, attività a cui spesso partecipano sempre le stesse persone o altre si affacciano e poi abbandonano, ci siamo chiesti, perché avviene questo? Forse siamo poco trascinatori? Non siamo a conoscenza di queste attività? Chi si allontana ha qualche problematica che ignoriamo? Nonostante ciò ci sono tanti terziari che nel nascondimento lavorano e fanno tanto bene.
Sicuramente non dobbiamo rimanere chiusi nei nostri gruppi ma dobbiamo essere propositivi e perseveranti nelle idee e nelle opere.
La prima cosa da fare è affidarsi al Signore e allo Spirito Santo, Lui apre le porte a tutto, affinché noi possiamo essere un vero strumento di Dio, mettendo a tacere il nostro io perché non sempre l’idea che abbiamo noi coincide con quella di Dio.
Proviamo a ritornare un po’ indietro, suggeriva qualche terziaria che ha raggiunto gli anta… d’altronde anche Papa Francesco sta ricercando un ritorno al cristianesimo delle origini e anche il nostro San Francesco ha condotto una vita più austera rispetto a quella dei religiosi del suo tempo.

Con l’ultima domanda: Quale decisione possibile da mettere in pratica possiamo assumere per vivere concretamente il Vangelo?
prendiamo coscienza delle nostre mancanze e della nostra poca apertura in alcuni casi nei confronti del fratello che abbiamo accanto.
Solo aprendoci al fratello possiamo scoprire reciprocamente i nostri doni, solo vivendo l’altro, amandolo, entrando nel suo vissuto possiamo vivere la fraternità tra di noi e poi curare e arricchire la nostra famiglia minima, solo così il bene che viene da Dio e passa tra di noi potrà diffondersi attraverso noi agli altri e potremo essere riconosciuti come i primi cristiani, non tanto per quello che facciamo ma per il modo con cui ci amiamo.

18 Febbraio 2019 – Incontro di Formazione: Dalla accidia comoda alla audacia e fervore – Dall’individualismo alla comunità

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

III Tappa: “Dalla accidia comoda alla audacia e fervore”
IV Tappa:“Dall’individualismo alla comunità”
Relazione di Padre Marcio Renato Geira

Audacia e fervore

129. Nello stesso tempo, la santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo. Perché ciò sia possibile, Gesù stesso ci viene incontro e ci ripete con serenità e fermezza: «Non abbiate paura» (Mc 6,50). «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste parole ci permettono di camminare e servire con quell’atteggiamento pieno di coraggio che lo Spirito Santo suscitava negli Apostoli spingendoli ad annunciare Gesù Cristo. Audacia, entusiasmo, parlare con libertà, fervore apostolico, tutto questo è compreso nel vocabolo parresia, parola con cui la Bibbia esprime anche la libertà di un’esistenza che è aperta, perché si trova disponibile per Dio e per i fratelli (cfr At 4,29; 9,28; 28,31; 2 Cor 3,12; Ef 3,12; Eb 3,6; 10,19).

130. Il beato Paolo VI menzionava tra gli ostacoli dell’evangelizzazione proprio la carenza di parresia: «la mancanza di fervore, tanto più grave perché nasce dal di dentro».[103] Quante volte ci sentiamo strattonati per fermarci sulla comoda riva! Ma il Signore ci chiama a navigare al largo e a gettare le reti in acque più profonde (cfr Lc 5,4). Ci invita a spendere la nostra vita al suo servizio. Aggrappati a Lui abbiamo il coraggio di mettere tutti i nostri carismi al servizio degli altri. Potessimo sentirci spinti dal suo amore (cfr 2 Cor 5,14) e dire con san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).

131. Guardiamo a Gesù: la sua compassione profonda non era qualcosa che lo concentrasse su di sé, non era una compassione paralizzante, timida o piena di vergogna come molte volte succede a noi, ma tutto il contrario. Era una compassione che lo spingeva a uscire da sé con forza per annunciare, per inviare in missione, per inviare a guarire e a liberare. Riconosciamo la nostra fragilità ma lasciamo che Gesù la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e che può rendere più buoni e felici quelli che lo accolgono. L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della missione.

132. La parresia è sigillo dello Spirito, testimonianza dell’autenticità dell’annuncio. E’ felice sicurezza che ci porta a gloriarci del Vangelo che annunciamo, è fiducia irremovibile nella fedeltà del Testimone fedele, che ci dà la certezza che nulla «potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Rm 8,39).

133. Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo, per non abituarci a camminare soltanto entro confini sicuri. Ricordiamoci che ciò che rimane chiuso alla fine sa odore di umidità e ci fa ammalare. Quando gli Apostoli provarono la tentazione di lasciarsi paralizzare dai timori e dai pericoli, si misero a pregare insieme chiedendo la parresia: «E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola» (At 4,29). E la risposta fu che «quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza» (At 4,31).

134. Come il profeta Giona, sempre portiamo latente in noi la tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme. Talvolta facciamo fatica ad uscire da un territorio che ci era conosciuto e a portata di mano. Tuttavia, le difficoltà possono essere come la tempesta, la balena, il verme che fece seccare il ricino di Giona, o il vento e il sole che gli scottarono la testa; e come fu per lui, possono avere la funzione di farci tornare a quel Dio che è tenerezza e che vuole condurci a un’itineranza costante e rinnovatrice.

135. Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura! Non ha paura! Va sempre al di là dei nostri schemi e non teme le periferie. Egli stesso si è fatto periferia (cfr Fil 2,6-8; Gv 1,14). Per questo, se oseremo andare nelle periferie, là lo troveremo: Lui sarà già lì. Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì.

136. E’ vero che bisogna aprire la porta a Gesù Cristo, perché Lui bussa e chiama (cfr Ap 3,20). Ma a volte mi domando se, a causa dell’aria irrespirabile della nostra autoreferenzialità, Gesù non starà bussando dentro di noi perché lo lasciamo uscire. Nel Vangelo vediamo come Gesù «andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio» (Lc 8,1). Anche dopo la risurrezione, quando i discepoli partirono in ogni direzione, «il Signore agiva insieme con loro» (Mc 16,20). Questa è la dinamica che scaturisce dal vero incontro.

137. L’abitudine ci seduce e ci dice che non ha senso cercare di cambiare le cose, che non possiamo far nulla di fronte a questa situazione, che è sempre stato così e che tuttavia siamo andati avanti. Per l’abitudine noi non affrontiamo più il male e permettiamo che le cose “vadano come vanno”, o come alcuni hanno deciso che debbano andare. Ma dunque lasciamo che il Signore venga a risvegliarci!, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia! Sfidiamo l’abitudinarietà, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto.

138. Ci mette in moto l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo della loro comodità. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante.

139. Chiediamo al Signore la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti; chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi, potrà andare avanti accogliendo le sorprese del Signore.

In comunità

140. E’ molto difficile lottare contro la propria concupiscenza e contro le insidie e tentazioni del demonio e del mondo egoista se siamo isolati. E’ tale il bombardamento che ci seduce che, se siamo troppo soli, facilmente perdiamo il senso della realtà, la chiarezza interiore, e soccombiamo.

141. La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due. Così lo rispecchiano alcune comunità sante. In varie occasioni la Chiesa ha canonizzato intere comunità che hanno vissuto eroicamente il Vangelo o che hanno offerto a Dio la vita di tutti i loro membri. Pensiamo, ad esempio, ai sette santi fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria, alle sette beate religiose del primo monastero della Visitazione di Madrid, a san Paolo Miki e compagni martiri in Giappone, a sant’Andrea Taegon e compagni martiri in Corea, ai santi Rocco Gonzáles e Alfonso Rodríguez e compagni martiri in Sud America. Ricordiamo anche la recente testimonianza dei monaci trappisti di Tibhirine (Algeria), che si sono preparati insieme al martirio. Allo stesso modo ci sono molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro. Vivere e lavorare con altri è senza dubbio una via di crescita spirituale. San Giovanni della Croce diceva a un discepolo: stai vivendo con altri «perché ti lavorino e ti esercitino nella virtù».[104]

142. La comunità è chiamata a creare quello «spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto».[105] Condividere la Parola e celebrare insieme l’Eucaristia ci rende più fratelli e ci trasforma via via in comunità santa e missionaria. Questo dà luogo anche ad autentiche esperienze mistiche vissute in comunità, come fu il caso di san Benedetto e santa Scolastica, o di quel sublime incontro spirituale che vissero insieme sant’Agostino e sua madre santa Monica: «All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava […]. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te […]. E mentre parlavamo e anelavamo verso di lei [la Sapienza], la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente [… così che] la vita eterna [somiglierebbe] a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare».[106]

143. Ma queste esperienze non sono la cosa più frequente, né la più importante. La vita comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa o in qualunque altra, è fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani. Questo capitava nella comunità santa che formarono Gesù, Maria e Giuseppe, dove si è rispecchiata in modo paradigmatico la bellezza della comunione trinitaria. Ed è anche ciò che succedeva nella vita comunitaria che Gesù condusse con i suoi discepoli e con la gente semplice del popolo.

144. Ricordiamo come Gesù invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari.
Il piccolo particolare che si stava esaurendo il vino in una festa.
Il piccolo particolare che mancava una pecora.
Il piccolo particolare della vedova che offrì le sue due monetine.
Il piccolo particolare di avere olio di riserva per le lampade se lo sposo ritarda.
Il piccolo particolare di chiedere ai discepoli di vedere quanti pani avevano.
Il piccolo particolare di avere un fuocherello pronto e del pesce sulla griglia mentre aspettava i discepoli all’alba.

145. La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore,[107] dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre. A volte, per un dono dell’amore del Signore, in mezzo a questi piccoli particolari ci vengono regalate consolanti esperienze di Dio: «Una sera d’inverno compivo come al solito il mio piccolo servizio, […] a un tratto udii in lontananza il suono armonioso di uno strumento musicale: allora mi immaginai un salone ben illuminato tutto splendente di ori, ragazze elegantemente vestite che si facevano a vicenda complimenti e convenevoli mondani; poi il mio sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo; invece di una melodia udivo ogni tanto i suoi gemiti lamentosi […]. Non posso esprimere ciò che accadde nella mia anima, quello che so è che il Signore la illuminò con i raggi della verità che superano talmente lo splendore tenebroso delle feste della terra, che non potevo credere alla mia felicità».[108]

146. Contro la tendenza all’individualismo consumista che finisce per isolarci nella ricerca del benessere appartato dagli altri, il nostro cammino di santificazione non può cessare di identificarci con quel desiderio di Gesù: che «tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21).

Per la riflessione:

  • Come noi nella nostra fraternità abbiamo cercato di vivere la testimonianza del Vangelo?
  • Quali sono i tratti della nostra spiritualità che abbiamo lasciato o non viviamo ancora in modo di testimonianza?
  • Quale decisione possibile da mettere in pratica possiamo assumere per vivere concretamente il Vangelo?