08 Aprile 2019 – Collatio Laboratorio 2: La santità, il volto più bello della chiesa

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale
Relazione di Maria Serena Cefalà

Papa Francesco nella Gaudete et exultate scrive: “ La santità non è prerogativa privilegiata, né esclusiva di vescovi, sacerdoti, religiosi o religiose. Ma “tutti sono chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (GE14). Da questa definizione viene evidenziato, che il primo compito per un cristiano e ancora di più per noi terziari minimi è “svuotarci”, annientare quell’Io che invece di far parlare di Dio, del Vangelo della carità, annuncia se stesso, mettendo al centro delle relazioni le sue voglie e i suoi desideri, le proprie visioni. Il Vescovo di Roma, dando delle indicazioni concrete e pratiche su come crescere nella via della santità, ha ricordato alcuni pericoli che possono allontanarci da questa comune vocazione. Al numero 115  della Gaudete et exsultate afferma: “è significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “non dire falsa testimonianza”, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà. Lì dice il Papa si manifesta senza alcun controllo che la “lingua” è il mondo del male e “incendia tutta la nostra vita traendo la sua fiamma dalla Geenna” (Gc 3,6). Da questa citazione della lettera di Giacomo, il Santo Padre, sottolinea come la crescita di un gruppo o di un’associazione, qual è la nostra, passa attraverso la costruzione di un ambiente al cui interno minimamente sono presenti, calunnie, critiche, o parole che possono annientare l’immagine e l’operato dell’altro. A tal proposito a partire da alcune lettere di Giacomo (capitolo 3° e 4°) si cercherà di evidenziare quali sono i “nemici” che possono ostacolare l’instaurazione di un vero ambiente evangelico in famiglia, a lavoro e nello specifico in un gruppo ecclesiale.

SCHIAVI DEL PETTEGOLEZZO E DEI GIUDIZI
Nel capitolo terzo Giacomo riprende due temi già accennati all’inizio della lettera: la moderazione della lingua e la vera sapienza. Certamente l’insistenza su questi punti mette in luce la realtà di comunità cristiane dove erano molto forti le divisioni, i giudizi tra persone, le lotte tra gruppi.

L’uso perverso della parola
Riprendendo i forti richiami di Gesù ai maestri della legge e ai responsabili della religione ebraica, riferiti da Matteo nel Discorso della Montagna  e nel Discorso contro gli ipocriti, Giacomo ammonisce se stesso e tutti i cristiani ad essere ben coscienti sulla responsabilità nell’uso della parola. La parola è un grande dono che permette di lodare Dio, di comunicare tra persone, di sostenere chi è in difficoltà, di cantare la bellezza e la gioia della vita, di dare espressione alla creatività umana e alla parola di Dio. Dio stesso si è fatto “Parola” per entrare in comunione più intima con l’umanità e manifestare la sua vita divina. Ma la parola è anche arma di offesa, strumento di menzogna, mezzo di sopraffazione verso i più deboli, causa di discordie, motivo di odi e violenze. Partendo dalla sua realtà di persona fragile e soggetta a sbagliare nel suo ruolo di responsabile, Giacomo riconosce i suoi errori e ne trae motivo per invitare i cristiani ad essere molto vigilanti sull’uso della comunicazione nella comunità. Rifacendosi ad antiche e molto diffuse concezioni proverbiali, fa sua una visione molto negativa della parola, presentata come una cosa malvagia e incontenibile, causa di molti problemi nelle convivenze umane e religiose. Assistiamo ad una inflazione di parole interessate, guidate, studiate per imbonire le persone, per guidarle a fini prestabiliti; siamo sommersi da un mare di parole vuote, false, dettate dal bisogno di suscitare consensi e applausi, più che dalla ricerca della verità. Una parola irrefrenabile e senza controllo per confondere, stordire e creare consenso. Veramente le parole di Giacomo illustrano una realtà ancora attuale! Ma la realtà della comunicazione umana non è solo negativa: permette anche spazi di dialogo e di partecipazione, di creatività e di rapporto fra persone e culture, di riflessione e di approfondimento, di crescita culturale e di ricchezza delle diversità, di espressione della bellezza e della gioia di vivere. Questa comunicazione, però, richiede regole di comportamento e lavoro di selezione, controllo nel modo di esprimersi e rispetto di ogni idea, gusto della ricerca e capacità di essere critici. La parola è dono che chiede silenzio d’ascolto e desiderio di ricevere, riflessione personale e scambio comunitario, ricerca del positivo e amore alla verità, coraggio di mettersi in discussione e rifiuto dell’interesse, purezza di cuore e rispetto di ogni persona. E’ la gioia e la fatica di comunicare in profondità! Anche nella Chiesa oggi assistiamo ad una inflazione di parole, di documenti, di interventi su ogni argomento e in ogni circostanza. L’invito alla moderazione e al controllo della comunicazione diventa importante anche per la comunità cristiana, tentata a volte di seguire e imitare i mezzi della comunicazione sociale nel loro modo di rapportarsi con la parola e la notizia. Siamo chiamati ad essere un segno con alcune scelte di comportamenti e di stile che privilegino i contenuti sulla forma, i valori sugli indici di ascolto, la riflessione pacata sulle emozioni violente, le esperienze positive sulle vicende di cronaca nera, i messaggi di vita sui resoconti di morte.

L’arroganza del giudizio
Sempre per collegamento con la frase precedente, Giacomo torna a sottolineare un aspetto già trattato nel discorso sulla comunicazione: l’arroganza di chi giudica le persone e sparla di loro. L’orgoglio che si annida nel cuore dell’uomo, se non è frenato e dominato, può portarlo a sentirsi superiore agli altri, a ritenersi possessore della verità e giudice del bene e del male nella vita delle persone. Anche questa è una causa di molti contrasti e litigi nelle famiglie e nei gruppi. Molte volte ritorna nel Nuovo Testamento l’invito a non giudicare mai nessuno, specialmente i più deboli e indifesi; a rispettare le scelte degli altri; a guardare i propri limiti più che quelli degli altri; ad essere duri verso se stessi e misericordiosi verso gli altri. L’arroganza della verità, e l’ergersi a giudici del bene e del male, porta fatalmente anche ad un altro fatto, ancora più grave e purtroppo molto diffuso: si arriva a giudicare Dio e il suo modo di agire, a voler insegnare a Dio come dovrebbe comportarsi con le persone, come dovrebbe intervenire nella storia. La troppa sicurezza di essere nel giusto e il ragionare secondo la logica umana (cioè con il metro della giustizia distributiva e del merito-castigo) porta spesso a dimenticare il messaggio che Gesù ha ripetuto tante volte e che Giacomo riprende qui: C’è uno solo che può giudicare: Dio. Gesù stesso non è venuto a giudicare le persone (anche se avrebbe potuto farlo a pieno diritto), ma a salvarle e ha affidato al giudizio del Padre la sua stessa vita e la storia dell’umanità. Di fronte all’esempio di Cristo, di fronte ai nostri limiti di persone e di Chiesa, come si può ergersi a giudici di tutto e di tutti? Come coltivare ancora quell’orgoglio della verità che ci fa unici detentori della salvezza e del bene? Come non superare atteggiamenti di durezza, di condanna, di esclusione, di intolleranza umana e religiosa? Con la stessa misura con cui voi trattate gli altri, Dio tratterà voi – la misura sarà la misericordia per chi avrà usato misericordia, il perdono per chi avrà perdonato, l’amore per chi avrà amato.

La superbia della vita
Con il termine “superbia della vita” Giacomo intende quell’atteggiamento di orgogliosa sicurezza e tronfia “sufficienza” di chi si crede padrone della propria vita e sempre a posto nei confronti di Dio. E’ l’atteggiamento che fa dimenticare il senso del proprio limite; che assolutizza le cose terrene; che fa perdere il riferimento alla Provvidenza di Dio e fa trascurare l’amore verso il prossimo. Non è l’uomo il padrone della vita e delle cose! A sostegno di questa dimensione umile e fiduciosa del vivere Giacomo cita un modo di dire popolare molto diffuso nell’antichità e presente ancora oggi in vari popoli: Se il Signore vuole. Lo era anche tra i cristiani di un tempo con l’ormai dimenticato “a Dio piacendo” dei nostri nonni. E’ solo un intercalare, ma può esprimere, per chi ha fede, un richiamo convinto al senso della Provvidenza e all’umile fiducia nel Dio della vita. L’ultimo versetto sottolinea un’altra conseguenza di questa superbia della vita: giustificare la scelta di pensare solo a se stessi, o alla propria famiglia, con il fatto del tanto lavoro, delle mille cose da fare, di non aver mai un minuto libero… Giacomo richiama alla coscienza dei doni che Dio ha affidato ad ogni persona, alla responsabilità di fare il bene che è nelle possibilità di ciascuno senza nascondersi dietro scuse di comodo o motivazioni familiari. Ad ognuno sarà chiesto conto di come ha usato i doni che ha ricevuto da Dio. Il tema delle “omissioni” ricorda gli ammonimenti di Gesù nei confronti dei responsabili ebrei  .

“La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo. Questa lotta è molto bella, perché ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita”

Papa Francesco ci aiuta a capire che il cammino della santità è anche il cammino della croce, per essere capaci di “amare come Gesù ci ha amati” e non è mai un cammino solitario ma condiviso dove ci si aiuta come fratelli e sorelle figli di un unico Padre: «Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito».

Che bello pensare, credere e poter toccare con mano la santità di coloro che vivono anche vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio.

08 Aprile 2019 – Collatio Laboratorio 1: La santità, il volto più bello della chiesa

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale
Relazione di Elisa Martelli

Quando si parla di santità il riferimento immediato riporta tutti a pensare ai grandi Santi, nel nostro caso a San Francesco di Paola, e ci si rende conto di quanto si è piccoli di fronte a persone che sono salite agli onori degli altari. Tutti siamo chiamati alla santità ma i passi da fare sono tanti ed il più delle volte difficili. Non sempre si pensa alla santità come obiettivo da perseguire ma, proprio il fulcro della fede del terziario minimo ci indirizza in quella direzione agendo nella vita, in coerenza con Cristo e nel rispetto della Regola, facendo scelte coraggiose per il bene proprio e degli altri senza scoraggiarsi alle prime difficoltà perché le fragilità sono di ostacolo per questo cammino.

Non tutti sono chiamati a fare cose grandi ma ognuno, secondo il proprio stato e nella propria condizione, ha il desiderio di camminare verso la santità, attirato sicuramente da San Francesco ma anche dall’esempio di terziari che, nel nascondimento, hanno incarnato la Regola sviluppando sentimenti di amore e misericordia e desiderio di prodigarsi in una carità operosa in chiesa, verso i malati, i poveri, ecc.

Alla domanda “Penso che sia roba per altri e non per me?” tutti sono consapevoli che bisogna mettersi in gioco in prima persona, e il primo luogo dove allenarsi alla santità è in famiglia. Qualcuno ha fatto l’esempio di Natuzza, che non si muoveva mai da casa, eppure non faceva mancare nulla ai suoi. Accoglieva tutti e quando i figli le chiedevano chi fossero quelle persone che andavano a trovarla, diceva che erano fratelli ed ha dato esempio di grandissima umiltà definendosi “verme di terra”.

La fraternità è fondamentale nel cammino verso la santità perché la formazione cambia in meglio il carattere, il sostegno e l’aiuto reciproco aiuta a superare ostacoli che sembrano insormontabili. Si tende a non giudicare, a guardare prima di tutto la trave nel proprio occhio e a perdonare, anche se non è facile. In merito al perdono ho potuto rilevare 2 scuole di pensiero: una parte ritiene che il torto ricevuto non si dimentica, torna a galla e bisogna sforzarsi di vivere senza rancore e superare il problema; l’altra parte ritiene che bisogna dimenticare il torto ricevuto, mettendo da parte il proprio orgoglio e la propria ragione definitivamente.

Essere santi minimi è la sfida che oggi, come ha fatto San Francesco ai suoi tempi, ci spinge ad andare contro corrente rispetto al pensare comune, rinunciare a sé stessi per essere persone libere in un mondo che ingabbia tutto e tutti in stereotipi prefissati; ma soprattutto accettare le persone così come sono, guardare negli occhi tutti alla stessa maniera senza pregiudizi, mostrarsi sempre sorridenti, gioiosi e accoglienti.

08 Aprile 2019 – Incontro di Formazione: La santità, il volto più bello della chiesa

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale
Spunti per la riflessione di Padre Giovanni Sposato O. M.

Alla luce degli incontri comunitari a cui abbiamo partecipato in questo periodo: “LA SANTITÀ: IL VOLTO PIÙ BELLO DELLA CHIESA.” FIGURE DI SANTITÀ DELLA NOSTRA CALABRIA – INCONTRI COMUNITARI QUARESIMALI in preparazione alla Pasqua del Signore e al V Centenario della Canonizzazione di San Francesco di Paola
Giovedì 7 marzo: LA SANTITÀ SECONDO LA TRADIZIONE UMANA E LA SANTITÀ SECONDO LA PAROLA DI DIO a cura di P. Ernesto Della Corte
Lunedì 18 marzo: LA SANTITÀ MINIMA ALLA LUCE DELLA GAUDETE ET EXSULTATE a cura di P. Domenico Crupi
Lunedì 1 aprile: I SANTI CALABRESI, EREDI SPIRITUALI DI SAN FRANCESCO DI PAOLA a cura di Don Enzo Gabrieli
e alla luce dell’incontro di preghiera-testimonianza di sabato 6 aprile ore 17.30 sulla Beata Elena Aiello, fondatrice delle Suore Minime della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo,

chiediamoci:

  • Sono cosciente della mia personale chiamata alla santità? Ci penso, ho il desiderio di vivere in pienezza questo cammino? Penso che sia roba per altri e non per me?
  • Quando penso alla santità come cammino da compiere, oltre che a livello personale, anche comunitariamente (in Fraternità, nella Chiesa-Parrocchia, in Famiglia, …), che pensieri mi vengono?
  • Guardando alle figure di santità della nostra Famiglia Religiosa, chiediamoci: come essere Santi Minimi oggi?

25 Febbraio 2019 – Collatio Laboratorio 2: Dalla accidia comoda alla audacia e fervore – Dall’individualismo alla comunità

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

III Tappa: “Dalla accidia comoda alla audacia e fervore”
IV Tappa:“Dall’individualismo alla comunità”
Relazione di Rita Vincenti

Dopo aver letto tutte e tre le domande, si è deciso di rispondere ad ogni domanda separatamente.
Letta la prima domanda sono intervenuti tutti i componenti del gruppo. Ognuno cerca di testimoniare il Vangelo singolarmente in ogni contesto dove si trova ad operare, cercando di dare a questa testimonianza il colore Minimo.
E’ emerso che come Fraternità questo avviene di meno.
Da questo è scaturita una discussione sull’andamento della Fraternità. Purtroppo si è evidenziato che manca innanzitutto l’accoglienza, alcuni non si sentono accolti e continuano a frequentare spinti da una forza interiore ma, senza molto entusiasmo. Manca l’audacia e il fervore in molti, l’accidia spesso ha il sopravvento. Da qui la mancanza di partecipazione alla vita della Fraternità di tanti confratelli, con motivazioni spesso risolvibili con un maggiore fervore e spirito di sacrificio.
Si nota un momento di stanca, dobbiamo recuperare il nostro essere Terziari in una Fraternità.
La correzione si faccia con amore e la gioia traspaia dai nostri volti, altrimenti non attireremo a noi persone. Infatti, quando la Fraternità ha dei problemi al suo interno e non dà una testimonianza conforme alla Regola, non ha persone che scelgono di conoscere la Fraternità.
Alcuni tratti della nostra spiritualità, come l’apostolato, sicuramente cerchiamo di praticarli. Altri un po’ meno. L’accoglienza, come già emerso, facciamo fatica a realizzarla. Sia tra di noi che verso gli altri. Sebbene abbiamo avuto incontri sull’accoglienza di immigrati, le nostre idee sono riamaste più o meno le stesse.
Disertiamo con facilità i vari momenti di preghiera che ci vengono offerti (Adorazioni Eucaristiche, Esercizi spirituali) e non stimoliamo alla programmazione di forme specifiche della nostra spiritualità (Lectio Divina, Preghiera del cuore, Liturgia delle ore) espresse, tra l’altro, nelle proposte operative del programma nazionale.
Alla morte dei confratelli non partecipiamo quasi più, le esequie dei Terziari sono da noi disertate, ben venga la preghiera nelle case funerarie ma non deve sostituire la messa.
Si nota un calo anche nella formazione, ci siamo chiesti il perché la partecipazione non è assidua e perché si saltano facilmente gli incontri. Quando si inizia una tematica sarebbe bello portarla a termine. E’ stato evidenziato che in alcuni mesi gli incontri sono stati pochi e non si è creata una continuità.
Le decisioni sono molte per poter vivere concretamente il Vangelo.
Ricordiamo che noi Terziari dobbiamo vivere prima di tutto il Vangelo, dobbiamo avere un impegno costante nella Fraternità e nella comunità, soprattutto nella preghiera ma anche nelle varie forme di apostolato e nella formazione che è alla base di tutto.
Facciamo tutti insieme un buon discernimento, ammettiamo gli errori e cerchiamo di far rinascere la nostra Fraternità.

25 Febbraio 2019 – Collatio Laboratorio 1: Dalla accidia comoda alla audacia e fervore – Dall’individualismo alla comunità

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

III Tappa: “Dalla accidia comoda alla audacia e fervore”
IV Tappa:“Dall’individualismo alla comunità”
Relazione di Francesca Vescio

Abbiamo iniziato il nostro incontro ripercorrendo i punti salienti della riflessione di Padre Marcio e da questa, dopo un momento di condivisione dei nostri pensieri abbiamo risposto alla prima domanda: Come noi nella nostra fraternità abbiamo cercato di vivere la testimonianza del Vangelo?
Siamo partiti dal presupposto che per vivere il Vangelo dobbiamo fare del bene, ognuno di noi si sforza per farlo nel suo piccolo, mostrando vicinanza all’altro nelle piccole cose, cercando di dare un consiglio, ma anche e soprattutto ascoltando un problema o condividendo uno sfogo. Spesso è già il condividere che ci aiuta a portare in maniera più leggera un peso, ad affrontare una situazione sapendo di non essere soli.
Tutto ciò ci ha fatto pensare al Centro di Ascolto e ai volontari che vi operano, quanto bene e quanto Vangelo si vive tra quelle mura!
Per essere predisposti al bene bisogna innanzitutto lavorare su se stessi, non è facile aprirsi all’altro, capirne i bisogni ed essere riconosciuti come persone di cui ci si può fidare, se però questo diventa il nostro modo di vivere, se siamo predisposti al bene e all’ascolto sicuramente riusciremo a fare ramificare il bene.
Abbracceremo così sia le opere di misericordia corporali che spirituali, perché per fare il bene dell’altro bisogna sì provvedere ai suoi bisogni materiali dando un sostegno economico, fatto con il cuore, non per lavarsi la coscienza; ma pensare anche al suo bisogno spirituale, credendo che tutto sia recuperabile, senza pregiudizi, solo mettendo l’altro al primo posto.

La seconda domanda è stata quella che ci ha fatto dibattere di più: Quali sono i tratti della nostra spiritualità che abbiamo lasciato o non viviamo ancora in modo di testimonianza?
Tutti siamo stati concordi nel dire che la nostra spiritualità deve trasparire dal nostro modo di vivere e relazionarci, in tutti gli ambiti della nostra vita dobbiamo essere testimoni.
Ci sono però delle attività che ci aiutano a mettere in pratica le caratteristiche del nostro carisma minimo che con la formazione e la preghiera viva e assidua cerchiamo di mantenere ardenti.
Tra le attività svolte ci sono le raccolte e distribuzioni alimentari, la caritas, le visite agli ammalati, la cura della chiesa, attività a cui spesso partecipano sempre le stesse persone o altre si affacciano e poi abbandonano, ci siamo chiesti, perché avviene questo? Forse siamo poco trascinatori? Non siamo a conoscenza di queste attività? Chi si allontana ha qualche problematica che ignoriamo? Nonostante ciò ci sono tanti terziari che nel nascondimento lavorano e fanno tanto bene.
Sicuramente non dobbiamo rimanere chiusi nei nostri gruppi ma dobbiamo essere propositivi e perseveranti nelle idee e nelle opere.
La prima cosa da fare è affidarsi al Signore e allo Spirito Santo, Lui apre le porte a tutto, affinché noi possiamo essere un vero strumento di Dio, mettendo a tacere il nostro io perché non sempre l’idea che abbiamo noi coincide con quella di Dio.
Proviamo a ritornare un po’ indietro, suggeriva qualche terziaria che ha raggiunto gli anta… d’altronde anche Papa Francesco sta ricercando un ritorno al cristianesimo delle origini e anche il nostro San Francesco ha condotto una vita più austera rispetto a quella dei religiosi del suo tempo.

Con l’ultima domanda: Quale decisione possibile da mettere in pratica possiamo assumere per vivere concretamente il Vangelo?
prendiamo coscienza delle nostre mancanze e della nostra poca apertura in alcuni casi nei confronti del fratello che abbiamo accanto.
Solo aprendoci al fratello possiamo scoprire reciprocamente i nostri doni, solo vivendo l’altro, amandolo, entrando nel suo vissuto possiamo vivere la fraternità tra di noi e poi curare e arricchire la nostra famiglia minima, solo così il bene che viene da Dio e passa tra di noi potrà diffondersi attraverso noi agli altri e potremo essere riconosciuti come i primi cristiani, non tanto per quello che facciamo ma per il modo con cui ci amiamo.

18 Febbraio 2019 – Incontro di Formazione: Dalla accidia comoda alla audacia e fervore – Dall’individualismo alla comunità

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

III Tappa: “Dalla accidia comoda alla audacia e fervore”
IV Tappa:“Dall’individualismo alla comunità”
Relazione di Padre Marcio Renato Geira

Audacia e fervore

129. Nello stesso tempo, la santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo. Perché ciò sia possibile, Gesù stesso ci viene incontro e ci ripete con serenità e fermezza: «Non abbiate paura» (Mc 6,50). «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste parole ci permettono di camminare e servire con quell’atteggiamento pieno di coraggio che lo Spirito Santo suscitava negli Apostoli spingendoli ad annunciare Gesù Cristo. Audacia, entusiasmo, parlare con libertà, fervore apostolico, tutto questo è compreso nel vocabolo parresia, parola con cui la Bibbia esprime anche la libertà di un’esistenza che è aperta, perché si trova disponibile per Dio e per i fratelli (cfr At 4,29; 9,28; 28,31; 2 Cor 3,12; Ef 3,12; Eb 3,6; 10,19).

130. Il beato Paolo VI menzionava tra gli ostacoli dell’evangelizzazione proprio la carenza di parresia: «la mancanza di fervore, tanto più grave perché nasce dal di dentro».[103] Quante volte ci sentiamo strattonati per fermarci sulla comoda riva! Ma il Signore ci chiama a navigare al largo e a gettare le reti in acque più profonde (cfr Lc 5,4). Ci invita a spendere la nostra vita al suo servizio. Aggrappati a Lui abbiamo il coraggio di mettere tutti i nostri carismi al servizio degli altri. Potessimo sentirci spinti dal suo amore (cfr 2 Cor 5,14) e dire con san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).

131. Guardiamo a Gesù: la sua compassione profonda non era qualcosa che lo concentrasse su di sé, non era una compassione paralizzante, timida o piena di vergogna come molte volte succede a noi, ma tutto il contrario. Era una compassione che lo spingeva a uscire da sé con forza per annunciare, per inviare in missione, per inviare a guarire e a liberare. Riconosciamo la nostra fragilità ma lasciamo che Gesù la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e che può rendere più buoni e felici quelli che lo accolgono. L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della missione.

132. La parresia è sigillo dello Spirito, testimonianza dell’autenticità dell’annuncio. E’ felice sicurezza che ci porta a gloriarci del Vangelo che annunciamo, è fiducia irremovibile nella fedeltà del Testimone fedele, che ci dà la certezza che nulla «potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Rm 8,39).

133. Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo, per non abituarci a camminare soltanto entro confini sicuri. Ricordiamoci che ciò che rimane chiuso alla fine sa odore di umidità e ci fa ammalare. Quando gli Apostoli provarono la tentazione di lasciarsi paralizzare dai timori e dai pericoli, si misero a pregare insieme chiedendo la parresia: «E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola» (At 4,29). E la risposta fu che «quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza» (At 4,31).

134. Come il profeta Giona, sempre portiamo latente in noi la tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme. Talvolta facciamo fatica ad uscire da un territorio che ci era conosciuto e a portata di mano. Tuttavia, le difficoltà possono essere come la tempesta, la balena, il verme che fece seccare il ricino di Giona, o il vento e il sole che gli scottarono la testa; e come fu per lui, possono avere la funzione di farci tornare a quel Dio che è tenerezza e che vuole condurci a un’itineranza costante e rinnovatrice.

135. Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura! Non ha paura! Va sempre al di là dei nostri schemi e non teme le periferie. Egli stesso si è fatto periferia (cfr Fil 2,6-8; Gv 1,14). Per questo, se oseremo andare nelle periferie, là lo troveremo: Lui sarà già lì. Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì.

136. E’ vero che bisogna aprire la porta a Gesù Cristo, perché Lui bussa e chiama (cfr Ap 3,20). Ma a volte mi domando se, a causa dell’aria irrespirabile della nostra autoreferenzialità, Gesù non starà bussando dentro di noi perché lo lasciamo uscire. Nel Vangelo vediamo come Gesù «andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio» (Lc 8,1). Anche dopo la risurrezione, quando i discepoli partirono in ogni direzione, «il Signore agiva insieme con loro» (Mc 16,20). Questa è la dinamica che scaturisce dal vero incontro.

137. L’abitudine ci seduce e ci dice che non ha senso cercare di cambiare le cose, che non possiamo far nulla di fronte a questa situazione, che è sempre stato così e che tuttavia siamo andati avanti. Per l’abitudine noi non affrontiamo più il male e permettiamo che le cose “vadano come vanno”, o come alcuni hanno deciso che debbano andare. Ma dunque lasciamo che il Signore venga a risvegliarci!, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia! Sfidiamo l’abitudinarietà, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto.

138. Ci mette in moto l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo della loro comodità. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante.

139. Chiediamo al Signore la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti; chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi, potrà andare avanti accogliendo le sorprese del Signore.

In comunità

140. E’ molto difficile lottare contro la propria concupiscenza e contro le insidie e tentazioni del demonio e del mondo egoista se siamo isolati. E’ tale il bombardamento che ci seduce che, se siamo troppo soli, facilmente perdiamo il senso della realtà, la chiarezza interiore, e soccombiamo.

141. La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due. Così lo rispecchiano alcune comunità sante. In varie occasioni la Chiesa ha canonizzato intere comunità che hanno vissuto eroicamente il Vangelo o che hanno offerto a Dio la vita di tutti i loro membri. Pensiamo, ad esempio, ai sette santi fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria, alle sette beate religiose del primo monastero della Visitazione di Madrid, a san Paolo Miki e compagni martiri in Giappone, a sant’Andrea Taegon e compagni martiri in Corea, ai santi Rocco Gonzáles e Alfonso Rodríguez e compagni martiri in Sud America. Ricordiamo anche la recente testimonianza dei monaci trappisti di Tibhirine (Algeria), che si sono preparati insieme al martirio. Allo stesso modo ci sono molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro. Vivere e lavorare con altri è senza dubbio una via di crescita spirituale. San Giovanni della Croce diceva a un discepolo: stai vivendo con altri «perché ti lavorino e ti esercitino nella virtù».[104]

142. La comunità è chiamata a creare quello «spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto».[105] Condividere la Parola e celebrare insieme l’Eucaristia ci rende più fratelli e ci trasforma via via in comunità santa e missionaria. Questo dà luogo anche ad autentiche esperienze mistiche vissute in comunità, come fu il caso di san Benedetto e santa Scolastica, o di quel sublime incontro spirituale che vissero insieme sant’Agostino e sua madre santa Monica: «All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava […]. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te […]. E mentre parlavamo e anelavamo verso di lei [la Sapienza], la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente [… così che] la vita eterna [somiglierebbe] a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare».[106]

143. Ma queste esperienze non sono la cosa più frequente, né la più importante. La vita comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa o in qualunque altra, è fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani. Questo capitava nella comunità santa che formarono Gesù, Maria e Giuseppe, dove si è rispecchiata in modo paradigmatico la bellezza della comunione trinitaria. Ed è anche ciò che succedeva nella vita comunitaria che Gesù condusse con i suoi discepoli e con la gente semplice del popolo.

144. Ricordiamo come Gesù invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari.
Il piccolo particolare che si stava esaurendo il vino in una festa.
Il piccolo particolare che mancava una pecora.
Il piccolo particolare della vedova che offrì le sue due monetine.
Il piccolo particolare di avere olio di riserva per le lampade se lo sposo ritarda.
Il piccolo particolare di chiedere ai discepoli di vedere quanti pani avevano.
Il piccolo particolare di avere un fuocherello pronto e del pesce sulla griglia mentre aspettava i discepoli all’alba.

145. La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore,[107] dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre. A volte, per un dono dell’amore del Signore, in mezzo a questi piccoli particolari ci vengono regalate consolanti esperienze di Dio: «Una sera d’inverno compivo come al solito il mio piccolo servizio, […] a un tratto udii in lontananza il suono armonioso di uno strumento musicale: allora mi immaginai un salone ben illuminato tutto splendente di ori, ragazze elegantemente vestite che si facevano a vicenda complimenti e convenevoli mondani; poi il mio sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo; invece di una melodia udivo ogni tanto i suoi gemiti lamentosi […]. Non posso esprimere ciò che accadde nella mia anima, quello che so è che il Signore la illuminò con i raggi della verità che superano talmente lo splendore tenebroso delle feste della terra, che non potevo credere alla mia felicità».[108]

146. Contro la tendenza all’individualismo consumista che finisce per isolarci nella ricerca del benessere appartato dagli altri, il nostro cammino di santificazione non può cessare di identificarci con quel desiderio di Gesù: che «tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21).

Per la riflessione:

  • Come noi nella nostra fraternità abbiamo cercato di vivere la testimonianza del Vangelo?
  • Quali sono i tratti della nostra spiritualità che abbiamo lasciato o non viviamo ancora in modo di testimonianza?
  • Quale decisione possibile da mettere in pratica possiamo assumere per vivere concretamente il Vangelo?

 

11 Febbraio 2019 – Liturgia della Parola e Adorazione Eucaristica

XXVII Giornata Mondiale del Malato
11 febbraio 2019
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8)

Liturgia della Parola e Adorazione Eucaristica

Canto di inizio ed esposizione del Santissimo Sacramento

C. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
R. Amen.
C. Il Signore Gesù, che ha chiamato i suoi discepoli per annunciare il Regno di Dio, sia con tutti voi.
R. E con il tuo spirito.
C. Il Signore Gesù, che è passato in mezzo all’umanità facendo del bene e guarendo ogni debolezza e infermità, comandò ai suoi discepoli di aver cura dei malati, di imporre loro le mani e di benedirli nel suo nome. Raccomandiamo a Dio le sorelle e i fratelli infermi perché, sopportando con pazienza i dolori del corpo e dello spirito, si sentano associati alle sofferenze del Cristo e consolati dalla grazia del suo Spirito.
C. Preghiamo.
O Padre, che esaudisci sempre la voce dei tuoi figli, ricevi il nostro umile ringrazia- mento per i beni che gratuitamente ci doni e fa’ che, in una vita libera dalle insidie del male e resa serena dalla tua grazia, ci dedichiamo con rinnovata fiducia all’edificazione del tuo regno. Per Cristo nostro Signore.
R. Amen.

Ascoltiamo la Parola di Dio dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10,5-15)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: “Non andate fra i pagani e non entrate nel- le città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.
Parola del Signore.
Rendiamo grazie a Dio.

Dal Salmo 102 (103)
Rit. Benediciamo insieme il nome del Signore.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici. R/.

Egli perdona tutte le tue colpe,
ti circonda di bontà e misericordia, sazia di beni la tua vecchiaia,
si rinnova come aquila la tua giovinezza. R/.

Quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero verso quelli che lo temono. R/.

Per la riflessione
Dalla Esortazione Apostolica Salvifici Doloris n.26
Questa interiore maturità e grandezza spirituale nella sofferenza certamente sono frutto di una particolare conversione e cooperazione con la Grazia del Redentore crocifisso. È lui stesso ad agire nel vivo delle umane sofferenze per mezzo del suo Spirito di verità, per mezzo dello Spirito Consolatore. È lui a trasformare, in un certo senso, la sostanza stessa della vita spirituale, indicando all’uomo sofferente un posto vicino a sé. È lui – come Maestro e Guida interiore – ad insegnare al fratello e alla sorella sofferenti questo mirabile scambio, posto nel cuore stesso del mistero della redenzione. La sofferenza è, in se stessa, un provare il male. Ma Cristo ne ha fatto la più solida base del bene definitivo, cioè del bene della salvezza eterna. Con la sua sofferenza sulla Croce Cristo ha raggiunto le radici stesse del male: del peccato e della morte. Egli ha vinto l’artefice del male, che è Satana, e la sua permanente ribellione contro il Creatore. Davanti al fratello o alla sorella sofferenti Cristo dischiude e dispiega gradualmente gli orizzonti del Regno di Dio: di un mondo convertito al Creatore, di un mondo liberato dal peccato, che si sta edificando sulla potenza salvifica dell’amore.
E, lentamente ma efficacemente, Cristo introduce in questo mondo, in questo Regno del Padre l’uomo sofferente, in un certo senso attraverso il cuore stesso della sua sofferenza. La sofferenza, infatti, non può essere trasformata e mutata con una grazia dall’esterno, ma dall’interno. E Cristo mediante la sua propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana, e può agire dall’interno di essa con la potenza del suo Spirito di verità, del suo Spirito Consolatore.

Pausa di riflessione e adorazione personale

Preghiera dei fedeli
C. Fratelli carissimi, la gratuità con la quale siamo stati salvati da Cristo ci chiama a una duplice risposta: l’accoglienza di questo dono e l’impegno ad annunciare che il Regno dei cieli è vicino. Fiduciosi, rivolgiamo al Padre la nostra preghiera.

L. Preghiamo insieme e diciamo: Ascoltaci, o Signore.

– Perché sappiamo sempre riconoscere nel Papa, successore di Pietro, il dono di fedeltà che Cristo ha fatto alla Chiesa Sua Sposa, e viviamo la comunione ecclesiale come segno di speranza e di salvezza, preghiamo. Rit.

– Perché la Chiesa sia sempre aperta ad accogliere la novità gratuita e l’azione dello Spirito e, superando ogni diffidenza e timore, giunga ad ogni periferia del mondo, preghiamo. Rit.

– Perché tutti coloro che soffrono per malattia, invalidità, divisioni familiari e altre situazioni di dolore, possano sentire sempre la linfa vitale che viene dall’unica vite che è Cri- sto, preghiamo. Rit.

– Perché le famiglie cristiane siano la prima cellula che accoglie, custodisce, protegge la vita in ogni momento dell’esistenza e abbiano sempre la forza per affrontare le malattie, acute o croniche, preghiamo. Rit.

– Perché gli operatori sanitari, e le strutture in cui operano, siano sempre attenti al volto di Cristo presente in ogni persona umana, testimoniando l’amore gratuito con cui tutti siamo amati, preghiamo. Rit.

– Perché santa Madre Teresa di Calcutta, san Luca, medico ed evangelista, san Raffaele Arcangelo, sant’Antonio, san Camillo e san Giovanni di Dio, santa Gianna Beretta Molla, san Giuseppe Moscati, san Padre Pio e gli altri Santi e Beati medici, San Francesco di Paola, guaritori e taumaturghi accompagnino con la loro preghiera il nostro cammino, e ci siano di aiuto nella malattia e nella cura, preghiamo. Rit.

– Perché coloro che hanno in mano le sorti del buon governo delle nazioni e delle città ricordino che c’è più gioia nel dare che nel ricevere e sappiano suscitare prassi concrete di fraternità, giustizia e bene comune, preghiamo Rit.

– Perché tutti noi, trasformati dalla grazia, ci riconosciamo testimoni della Buona novella e siano sempre docili all’azione dello Spirito Santo, preghiamo. Rit.

C. Apri, o Signore, il nostro cuore al tuo mistero d’amore e donaci la consolazione di sapere che la nostra preghiera è a te gradita e da te accolta. Per Cristo nostro Signore.
T. Amen.

Preghiera per la XXVII Giornata Mondiale del Malato
Padre di misericordia,
fonte di ogni dono perfetto,
aiutaci ad amare gratuitamente
il nostro prossimo come Tu ci hai amati.
Signore Gesù,
che hai sperimentato il dolore e la sofferenza,
donaci la forza di affrontare
il tempo della malattia
e di viverlo con fede
insieme ai nostri fratelli.
Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio,
suscita nei cuori il fuoco della tua carità,
perché sappiamo chinarci sull’umanità piagata
nel corpo e nello spirito.
Maria, Madre amorevole della Chiesa
e di ogni uomo,
mostraci la via tracciata dal tuo Figlio,
affinché la nostra vita diventi in Lui
servizio d’amore e sacrificio di salvezza
in cammino verso la Pasqua eterna.
Amen.

Padre nostro

Benedizione eucaristica
C. La misericordia del Signore vi dia occhi per vedere le necessità dei fratelli.
R. Amen.
C. Cristo, buon samaritano del mondo, vi ammaestri e vi guidi per comprendere il mistero della sofferenza.
R. Amen.
C. Lo Spirito Consolatore confermi in voi il proposito e la grazia di fare del bene e vi doni serenità e salute.
R. Amen.
C. E su tutti voi qui presenti, scenda la benedizione di Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.
R. Amen. C. Andate in pace.
R. Rendiamo grazie a Dio.

Canto mariano

A cura dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI

28 Gennaio 2019 – Collatio Laboratorio 2: Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

II Tappa: “Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo”
Relazione di Teresa Paonessa

Il nostro gruppo si è riunito per confrontarsi sulla tematica della seconda tappa dell’itinerario che il Consiglio Nazionale ha inviato per questo anno, avendo come riferimento l’Esortazione Apostolica Gaudete et Exultate: “Dalla negatività e tristezza/alla Gioia e senso dell’umorismo” (GE 122 – 128), trattata dall’attuale Vicario Provinciale Padre Antonio Bottino.

Non avendo potuto confrontarci con delle domande specifiche sull’argomento si è deciso di passare alla lettura del paragrafo interessato, per dare la possibilità anche ai confratelli precedentemente assenti di essere partecipi dell’argomento.
Dopo la lettura ci siamo soffermati molto sulla “Gioia” dal punto di vista cristiano.
E’ stata posta la domanda: Vediamo sul volto dei Cristiani la Gioia? Spesso la Gioia è con noi, ma poi nella vita quotidiana riusciamo a trasmetterla?

Tutti, individualmente, hanno risposto intervenendo a rotazione.
Al primo impatto con la lettura del testo è risaltato che non si vede questa gioia sui nostri volti!
Poi siamo stati invitati a rispondere in modo personale. È risultato che, secondo il carattere di ciascuno, spesso non traspare la gioia che si sente dentro.
Altro elemento è lo stato d’animo che, in determinate situazioni negative, non riesce a gioire e ci ostacola a capire che “la Gioia del Signore è la nostra forza”.

Se abbiamo incontrato realmente il Signore, sicuramente la gioia trasparirà.

Dalla discussione è emerso anche che la gioia deve essere manifestata sempre, anche nei periodi più bui, anche quando la vita ci mette a dura prova, come si legge al n 125 GE.

Secondo altri, alla base della Gioia cristiana devono esserci i Sacramenti, in primis la confessione, dopo la quale deve trasparire di più.

Abbiamo portato come esempio le monache di Clausura, in tutti i monasteri che abbiamo visitato come Fraternità (Paola, Taurianova, Conflenti) sempre, sul volto di queste sorelle c’è un sorriso e un volto radioso, forse perché hanno incontrato veramente il Signore?
Anche la compianta consorella Arcangela, che ha vissuto gran parte della sua vita immobile e che aveva incontrato il Signore, trasmetteva gioia e serenità a quanti la incontravano.

Nel nostro gruppo era presente una consorella che è sempre radiosa, con una disponibilità unica, una forza dentro e una carica che è per noi un modello. Così si è espressa: “Io sono gioiosa sempre, quando sono in contatto con Dio, attraverso la preghiera quotidiana, la lettura della Parola.”
Lei si sente piena di Gioia, in ogni occasione della sua vita. Ci chiediamo spesso il perché.
Un sacerdote che conosce il suo percorso di vita ci ha spiegato che il suo stato gioioso, la sua disponibilità e l’affetto sincero che nutre per gli altri è dovuto al fatto che ha saputo perdonare fino in fondo in una situazione tragica della sua vita, inoltre la sua giornata è scandita dalla preghiera e dalla capacità di offrire a Dio ogni sofferenza.

Anche Padre Antonio Bottino aveva detto che la preghiera è il primo aiuto e ci mette a confronto con la Parola di Dio, sottolineandone l’importanza dell’ascolto.

La gioia che hanno dimostrato i Santi dovrebbe esserci da esempio.
Chi incontrava San Francesco tornava a casa sereno.
L’esortazione di San Nicola Saggio era “Spera in Dio e stai allegro”.

28 Gennaio 2019 – Collatio Laboratorio 1: Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

II Tappa: “Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo”
Relazione di Luciano Rocca

Spaventa la santità?
Riuniti, dopo aver meditato la riflessione di P. Antonio Bottino, O. M. sul tema e partendo dal concetto che per noi la santità è irraggiungibile, se consideriamo ciò che siamo, ci poniamo di fronte al mistero della Santissima Trinità, al progetto di Dio per l’umanità, praticamente entriamo in comunione con Dio, con il suo cuore.
Affrontare l’invito alla santità ci turba, siamo quasi spaventati se ricordiamo i tanti martiri, fratelli e sorelle, di ogni tempo, tutta la schiera dei santi che hanno offerto il loro sangue per la fede. Restiamo quasi inermi constatando le nostre infedeltà e la nostra fragilità. Ma la loro testimonianza ha grandemente incoraggiato la chiesa unitamente ai tanti missionari, fin dagli albori del cristianesimo ad iniziare dagli apostoli.

Lieti nel Signore.
Dunque senza scoraggiamento, fissando lo sguardo misericordioso di Gesù, siamo pronti ad accogliere l’invito di Papa Francesco, il quale ci esorta, come l’Apostolo ad essere lieti, ci raccomanda di essere nella gioia secondo l’invito dei Profeti. Una gioia che è dono dello Spirito che si affianca al cammino del discepolo quando accetta il messaggio di Gesù delle beatitudini (Mt 5,1-12).
Il realismo delle beatitudini ci scuote nel profondo, ci fa comprendere ciò che è caro a Dio e ci traccia la strada del cammino. Una strada che è spesso diversa da quella che noi vorremmo percorrere. Molte volte rimaniamo delusi dalla preghiera perché non veniamo esauditi, per problemi che ci sono in famiglia, sul lavoro e in altri ambiti sociali. Può prevalere in noi un senso di negatività.

Perseveranza.
Ma la perseveranza, l’accettare le situazioni della vita ci aiutano a non spegnere l’entusiasmo e quel fuoco che ci spingono ad andare verso l’altro per amore di Gesù. Talvolta questo scoraggiamento si avverte anche nella Chiesa.
Il cammino non si ferma mai. Le vicende di ogni giorno ci interpellano, ci stimolano ad una risposta che non può essere se non nel segno della speranza. Il male talvolta, può trasformarsi in bene con l’amore. Maria, nostra Madre ha trasformato le lacrime della croce nella gioia del Figlio risorto, che non abbandonerà mai più la sua Chiesa.
Con la fede, facciamo esperienza di un Dio che non ci delude e ci fa uscire, ci riscatta dalle situazioni più brutte. Anche quando non sono nella gioia, la fede mi fa capire cosa c’è che non va, mi aiuta a risollevarmi.

Riconciliarsi.
Per incamminarsi sulla strada del Vangelo, occorre anzitutto riconoscersi peccatori. Gesù dalla croce ci ha dato la possibilità di avere il perdono e di restituirci la serenità. Proprio questa è la testimonianza del terziario e del credente. Riconciliati con Dio doniamo e condividiamo questa serenità e questo equilibrio con i fratelli.
Ammonirsi con garbo, senza scontrarsi, non imbruttirsi nella solitudine (quando le cose non vanno come vorremmo), condividere i propri talenti che così si moltiplicano, superare il proprio Io, sono gli atteggiamenti che ci fanno riconoscere come veri fratelli.

La preghiera personale e comunitaria, l’ascolto fervente della Parola, la partecipazione ai sacramenti, l’adorazione eucaristica ci rafforzano in tutto questo.
E’ richiesto coraggio. La società oggi offre tutto, ma il sapersi accontentare del poco è la scelta che ci suggerisce anche il nostro Santo, Francesco di Paola per essere autenticamente felici. Il cammino di conversione da lui tracciato e vissuto ad imitazione di nostro Signore, ci riporta alle beatitudini, al sapere sopportare, come ammonisce Papa Francesco, ad invocare la misericordia per i nostri e per gli altrui peccati, ad offrire tutto in rendimento di grazie, sicuri che la gioia non tarderà, il Maestro ci sanerà (Mt 9,12).

Soccorrere i fratelli.
Questo cammino che potremmo definire di guarigione, perché avvertiamo realmente la precarietà della nostra vita, diventa spiritualmente più efficace a contatto con la carne dei nostri fratelli bisognosi, pellegrini, assetati, affamati, ignudi, carcerati, infermi, defunti. Il Signore ci è vicino proprio quando siamo in affanno, non si dimentica di noi.
Siamo collaboratori di Dio, qualcuno affermava che siamo LE SUE MANI, egli ha fiducia in noi e ci affida grandi progetti. Con umiltà e con spirito di servizio, senza vanità siamo chiamati a costruire una fraternità tra gli uomini ed insieme a tutti, credenti e non credenti, i quali tantissime volte ci sono di esempio per l’altruismo, la partecipazione e l’entusiasmo.

Affidiamo a Dio e all’azione dello Spirito Santo questi propositi, convinti che essere nel cuore di Dio vuol dire poter abbracciare tutte le realtà umane: la gioia, il pianto, il peccato, la povertà, le offese ricevute, l’afflizione, la solitudine, il dubbio, l’ignoranza, la sete di giustizia, il lavoro, la malattia, la mitezza, la misericordia, la pace.

Testimonianze.
Quante realtà quotidiane hanno un profumo di santità: lavorare pazientemente per lunghe ore al giorno, mettere al mondo un figlio contro il parere di tutti, combattere la violenza pacificamente e legalmente, assumersi responsabilità politiche con rischio personale, soprattutto nei nostri Comuni, soccorrere chi non ha nulla.

La santità ha tante facce e tante strade che percorrono uomini e donne comuni del nostro tempo meraviglioso e drammatico che incontriamo lungo il nostro cammino. Forse l’invito di Papa Francesco ci richiama proprio a saper scorgere e scoprire questi santi di oggi, come ha fatto il Santo Papa Giovanni Paolo II che li ha elevati agli onori degli altari in grandissimo numero.

Esistono quindi belle testimonianze che incoraggiano la nostra fede, avendo presente che occorre essere lieti e felici anche di aver conseguito una sola tappa del lungo cammino.
Così come nei sentieri di montagna, come fece San Francesco sul monte Pollino, si fa una sosta e si ammira un paesaggio incantevole che ci consola, ci ripaga e ci rallegra della fatica.

21 Gennaio 2019 – Incontro di Formazione: Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

II Tappa: “Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo”
Relazione di Padre Antonio Bottino O. M.

Gioia e senso dell’umorismo

122. Quanto detto finora non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani è «gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17), perché «all’amore di carità segue necessariamente la gioia. Poiché chi ama gode sempre dell’unione con l’amato […] Per cui alla carità segue la gioia».[99] Abbiamo ricevuto la bellezza della sua Parola e la accogliamo «in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo» (1 Ts 1,6). Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita, allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4).

123. I profeti annunciavano il tempo di Gesù, che noi stiamo vivendo, come una rivelazione della gioia: «Canta ed esulta!» (Is 12,6); «Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme» (Is 40,9); «Gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri» (Is 49,13); «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso» (Zc 9,9). E non dimentichiamo l’esortazione di Neemia: «Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza» (8,10).

124. Maria, che ha saputo scoprire la novità portata da Gesù, cantava: «Il mio spirito esulta» (Lc 1,47) e Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Quando Lui passava, «la folla intera esultava» (Lc 13,17). Dopo la sua risurrezione, dove giungevano i discepoli si riscontrava «una grande gioia» (At 8,8). A noi Gesù dà una sicurezza: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. […] Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,20.22). «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).

125. Ci sono momenti duri, tempi di croce, ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che «si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto».[100] E’ una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani.

126. Ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri. Il malumore non è un segno di santità: «Caccia la malinconia dal tuo cuore» (Qo11,10). E’ così tanto quello che riceviamo dal Signore «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio.[101]

127. Il suo amore paterno ci invita: «Figlio, […] trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Ci vuole positivi, grati e non troppo complicati: «Nel giorno lieto sta’ allegro […]. Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni» (Qo 7,14.29). In ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo: «Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione» (Fil 4,11). E’ quello che viveva san Francesco d’Assisi, capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto.

128. Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia. Mi riferisco piuttosto a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). L’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia» (Rm 12,15). «Ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti» (2 Cor13,9). Invece, se «ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia».[102]

Per la riflessione:

  • La santità dal punto di vista biblico
  • La santità dal punto di vista geografico