22 Ottobre 2018 – Collatio Laboratorio 2: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete ed exultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Mimmo Famularo e Teresa Paonessa

Dopo aver letto la relazione esposta da Gisella Leone abbiamo commentato alcuni punti salienti della stessa e abbiamo proseguito rispondendo singolarmente alle domande che ci sono state poste.

La domanda sulla quale maggiormente ci siamo soffermati che in parte abbraccia anche le altre due è stata la prima: Cos’è la santità? Quali sono le tue riflessioni sul contenuto del Vangelo delle beatitudini e del giudizio finale?
Tutti, in modi diversi, siamo intervenuti rispondendo che in qualche modo cerchiamo di vivere la santità.
Ma prima di viverla ci siamo posti la domanda: cos’è? Variegate sono state le risposte.

La santità è un cammino di perfezione, ma un cammino tortuoso soprattutto per la vita frenetica che oggi viviamo.
E’ emerso nel dibattito che l’accidia, uno dei 7 vizi capitali, citata nella relazione, è un forte ostacolo nel cammino di santità. Spesso siamo presi dalla pigrizia che ci porta a rimanere nelle comodità delle nostre case, invece di uscire a compiere del bene o a partecipare a messa, ad un’Adorazione o allo stesso incontro di Fraternità.

La santità è un obiettivo difficile da raggiungere. Ma non impossibile.

In sintesi, santità per noi è avere fede, è una fermezza interiore, è fare un’opera di bene verso colui che ti ha fatto del male, è sopportazione, è perdono, “non tramonti il sole sopra la vostra ira” prima di sera chiarirsi e chiedersi scusa.
E’ emerso anche che alla santità si ci educa iniziando a viverla in famiglia.

La santità è cercare il bene dell’altro, e si raggiunge, con quanto si esprime nel Vangelo delle beatitudini, la Magna Carta del Santo, o meglio, la sua carta d’identità.
Accogliamo l’altro, ascoltiamo l’altro che magari ci chiede aiuto, fermiamoci e non andiamo sempre di corsa, sempre senza tempo disponibile. Ricordiamoci che non diventeremo santi da soli, ma vivendo ogni giorno con i fratelli che il Signore ci pone al fianco.

Tutti, secondo quanto è emerso, aspiriamo alla santità, anche perché la santità ci porta a conquistarci la vita Eterna, quindi la Contemplazione di Dio. Per noi Terziari questo obiettivo è fissato già nel Primo Capitolo della Regola “Vi siete posti al servizio del Re del cielo abbracciando questa Regola e, in virtù dell’osservanza di essa, sperate di possedere la vita Eterna”. Quindi “Gaudete ed exultate”, rallegriamoci ed esultiamo perché grande è la nostra ricompensa nei cieli.
L’inferno, al quale non sempre si pensa, fa paura.

Nel Cammino verso la santità elemento importante è la Preghiera, in tutte le sue forme. Da quelle più classiche di preghiera recitata (Rosario, Lodi, Vespri), alla preghiera di contemplazione, Lectio Divina, preghiera del cuore, Adorazione, da promuovere e intensificare (così come suggerite tra le proposte operative nel Programma Nazionale).

Fermiamoci un attimo a pensare, meditare, fare un’autocritica e chiederci quanto amiamo il prossimo?
Nel prossimo vediamo il Cristo? Domanda che oggi non ci poniamo, nonostante siamo a contatto con il problema dell’immigrazione e della morte che giornalmente alberga e riempie i nostri mari.

La santità oltre che con la preghiera si raggiunge con l’umiltà. Umiltà nel pregare, umiltà nell’affidarsi al Signore senza il quale niente è possibile.
Altro elemento importante è l’offerta al Signore dei nostri momenti di dolore, delle nostre pene, dei momenti di sopportazione per delle offese ricevute ingiustamente.
L’umiltà del cuore e della mente è un grande mezzo per raggiungere la santità.

Nella relazione ha colpito la disposizione delle tre parole: sopportazione, pazienza e mitezza. Lette in questo modo indicano il cammino della santità. Se invece si leggono in senso inverso, identificano già il santo.

Prima di rispondere alla seconda domanda: Cerchi di vivere la santità nel tuo quotidiano? abbiamo letto dal retro copertina dell’Esortazione Apostolica quanto segue:
“Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiosi o religiose.
Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno.
Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione.
Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.
Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli.
Sei un genitore o nonna o nonna? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù.
Hai autorità? Sii santo lavorando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.”

Meditando su questo, ci siamo resi conto che poi non ci viene richiesto chissà che cosa, ma vivere quotidianamente il ruolo in cui siamo stati chiamati con spirito di responsabilità e di sacrificio.

Quali sono le difficoltà? Abbiamo risposto mettendo in evidenza che ciò che ci allontana dalla santità sono: le diverse educazioni ricevute, le diverse vedute della vita, il carattere, l’arrivismo, il mondo virtuale dove oggi si vive che impedisce la comunicazione e il rapporto cono glia altri. Pensiamo a quando ci troviamo seduti nelle sale di attesa di qualche posto, con altre persone, la foto che ne esce fuori è: tutti a testa bassa davanti ai cellulari, i vari social che sembrano essere mezzi di comunicazione si trasformano in mezzi di isolamento.

Tutti siamo stati concordi nell’affermare che il cammino di ognuno di noi progredisce, anche se a rilento, nessuno di noi si sente uguale a qualche anno fa, sicuramente ci sforziamo di “progredire di bene in meglio”.

Se rimaniamo saldi al Signore sicuramente ci accompagnerà nel modo giusto verso la Santità, la Sua Parola sarà la via giusta da percorrere.
Non scoraggiamoci e chiediamo al Signore, con la preghiera costante, la Santità e stiamo certi che ci esaudirà.

22 Ottobre 2018 – Collatio Laboratorio 1: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete ed exultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Elisa Martelli

Il gruppo ha risposto in maniera chiara e consapevole che base della santità è l’incontro con Dio, instaurando verso di Lui un rapporto di totale abbandono. Soprattutto il porsi di fronte alla vita e agli altri come Lui vuole.

Santità vuol dire essere pronti ad affrontare le varie situazioni che ogni giorno ci si prospettano. Spesso infatti, presi dal vortice della vita, pensiamo alle cose negative e nei momenti di sconforto e sofferenza dimentichiamo che Dio c’è ed è l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi. Fermarsi e pensare a Dio per affidarsi e abbandonarsi a Lui diventa la nostra forza per superare i momenti difficili in santità. Entrare nell’ottica di Dio, vedere come Lui vede, amare come Lui ama, in maniera totale, senza mettere paletti, permette a noi di ridimensionare il proprio IO e a Dio di agire, trasformandoci e plasmandoci come Lui vuole. Mettere a tacere l’IO per lasciare agire lo Spirito Santo che inonda e porta con Sé solo il bene, e fa quindi trasparire la vera santità.

Il bene non si può contenere e santità è muoversi verso gli altri, per il bene comune, perché guardare gli altri ci solleva. La società moderna e il pensare comune ci porta a prendere le distanze dalle necessità altrui, a fare un passo indietro, a non lasciarci coinvolgere e pensare solo al proprio bene, alla propria tranquillità. Invece fermarsi un po’, non correre per inseguire e soddisfare solo il proprio IO ci porta alla santità. Amore e carità verso gli altri, con umiltà, senza chiedere nulla in cambio, senza guardare o sindacare sul comportamento degli altri, senza pretendere di essere ricambiati o ringraziati, fa sì che i veri valori non vengano meno, ci fa essere di esempio e scuote la coscienza.

Santità è fare una scelta fra bene e male. Il bene si riceve dalla Parola di Dio ed il modo migliore per testimoniare il bene è pensare solo all’essenziale e portarselo dietro. È un processo di ascesi, è una dinamica che scrosta dai condizionamenti materiali permettendoci di pensare solo all’essenziale.

La Parola di Dio invita a confrontarsi prima interiormente con sé stessi e poi con gli altri. In questo contesto riflettiamo le Beatitudini (Mt 5, 1-12). È una Parola che non ci risolve i problemi, ma ci aiuta ad affrontare le situazioni della vita alla luce di Dio, che è l’unico e solo bene, il reso non conta, è solo un fardello pesante che intralcia la strada. Le Beatitudini con tanta semplicità ci indicano come dobbiamo stare davanti a Dio e agli altri.

Questo comporta una scelta radicale e coraggiosa, senza tentennamenti e ambiguità. Vivere la spiritualità del T.O.M. e in fraternità aiuta a fare questa scelta perché si è sempre stimolati a percorrere la via della santità.

La fraternità aiuta a confrontarsi, correggersi. Consapevoli che nessuno mai è arrivato, camminare insieme dà forza e coraggio a non fare passi indietro, a non demordere dalla consapevolezza che Dio è misericordioso e a non lasciarsi sopraffare dall’accidia, dalla pigrizia e dal pensare che le cose non cambiano perché tanto il mondo va così. Una scelta che costantemente siamo chiamati a fare, anche se scoraggiati. Fare sempre un esame di coscienza aiuta a sopportare, perdonare e stare sulla via della santità.

Santità è camminare nel buio con quella piccola luce della fede, che non ci basta mai ad essere di aiuto a chi pensa di essere nella luce accecante con l’esempio della croce che porta alla santità.

15 Ottobre 2018 – Incontro di Formazione: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete ed exultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Gisella Leone

Il progetto di Dio è la salvezza di tutto il genere umano; ogni uomo quindi, è chiamato a percorrere un cammino di conversione interiore, di santità, conformandosi a Cristo nel contesto del suo vissuto quotidiano. L’itinerario  formativo TOM 2018/2019, ha proprio l’obiettivo di approfondire il senso della vocazione laicale minima, come fondata sull’adesione assoluta a Dio (“ Fissate solo in Lui il vostro cuore” ved. Cap. I Regola TOM 1 par.) e aperta alla Santità , in una dimensione concreta e attuale, intessuta nelle vicende quotidiane di ciascun minimo che vive nel mondo.

La società odierna, fortemente egoistica, egocentrica, insoddisfatta, frettolosa, volubile, vive una profonda crisi di valori, quali il rispetto per l’altro, l’onestà, la giustizia, la solidarietà, ecc. Si delinea un mondo di precarietà affettiva e materiale che si ripercuote sul benessere psico-fisico del singolo individuo e della comunità, alimentando tensioni, aggressività, violenze, solitudini, che disperdono e debilitano.  Emergono inoltre: uno stato di negatività e di tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo e tante forme di spiritualità prive di un vero incontro con Dio.

Questo stato di cose si discosta e ostacola in ogni credente la concretizzazione di un percorso di Santità. Papa Francesco, con l’Esortazione Apostolica “Gaudete ed Exultate”, delinea il grande quadro della Santità che ci propongono il Vangelo delle Beatitudini (Matteo 5, 1-12) e quello del Giudizio Finale (Matteo 25, 31-46), all’interno del quale, coglie caratteristiche, espressioni spirituali ulteriori, molto utili secondo lui, a comprendere lo stile di vita a cui il Signore Iddio ci chiama; nel preciso, individua  cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo, molto importanti a motivo dei rischi  e dei limiti della cultura di oggi.

I Caratteristica. ”Sopportazione, pazienza e mitezza, da contrapporre all’ansietà nervosa e violenta del nostro tempo”.

La prima grande caratteristica di santità è rimanere centrati, saldi in Dio che ama e sostiene.. In Matteo 11, 25-30 Dio dice: <<Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò; prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e riceverete ristoro per le vostre anime>>. Ciò presuppone una grande fede in Dio; un completo abbandono in Lui, come un bimbo nelle braccia della propria mamma.. perché percepisce che da lei potrà ricevere solo il bene! La forza interiore che scaturisce da questo incontro con Cristo, alimentata dalla speranza in Lui, permette di sopportare, sostenere le contrarietà della vita; di vivere la Carità, accettando con umiltà (abbiamo in Cristo un grande maestro) le aggressioni degli altri, le loro infedeltà e difetti.  <<Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?>>  vedi Romani 8,31.

Tutto ciò è fonte di pace, della vera pace (diversa da quella che dà il mondo), perché scaturisce in un cuore che, rigenerato da Cristo, ormai libero da quell’io troppo ingombrante (fardelli materiali) che gli impediscono di volare alto, diventa capace  di sopportare qualcosa di ingiusto, per offrirlo al Signore; diventa capace di non giudicare in maniera spietata l’altro, accogliendolo nella sua diversità; di limitare, ricercando l’umiltà, la sua auto referenzialità, per non screditare gli altri; oppure, proprio perché libero dall’egocentrismo, è reso audace a reclamare giustizia per i deboli dinanzi ai potenti, incurante di conseguenze negative per la propria immagine (es. San Francesco alla corte del  re di Napoli). San paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere a nessuno male per male  (Romani 12,17); a non voler farsi giustizia da se stessi e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene. Questo atteggiamento, non è segno di debolezza, ma della vera forza, perché Dio stesso è lento all’ira, ma grande nella potenza. La Parola di Dio ci ammonisce: <<Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze, con ogni sorta di malignità>> (Efesini 4,31). E’ necessario lottare e non far radicare le nostre inclinazioni aggressive. <<Adiratevi, ma non peccate, non tramonti il sole sopra la vostra ira>> ( Efesini 4,26). Quando si  è oppressi da particolari circostanze, è bene ricorrere all’ancora della supplica, che ci riconduce nelle mani di Dio. In Filippesi 4, 6-7 è espresso: <<Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza, fate presenti a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti ; e la voce di Dio, che supera ogni intelligenza,  custodirà i vostri cuori>>.

Per la riflessione:

  • Cos’è la Santità? Quali sono le tue riflessioni sul contenuto del Vangelo delle Beatitudini (Matteo 5,1-12)  e del Giudizio Finale (Matteo 25, 31-46)?
  • Cerchi di vivere la Santità nel tuo quotidiano? Quali sono le difficoltà?
  • L’Esortazione Apostolica di papa Francesco  “Gaudete ed Exultate”: Sopportazione, pazienza e mitezza da contrapporre all’ansietà nervosa e violenta del nostro tempo:  Quali sono le esortazioni di papa Francesco, fondate sulla “Parola”, per poter concretizzare tali virtù nella nostra vita?

30 Settembre 2018 – Lectio Divina Comunitaria all’inizio dell’Anno Pastorale 2018-2019

SANTUARIO MARIA SANTISSIMA DI PORTO SALVO – FRATERNITA’ DEL TERZ’ORDINE DEI MINIMI SAMBIASE

Lectio Divina Comunitaria all’inizio dell’Anno Pastorale 2018-2019
di Don Armando Augello

Dal Vangelo di Marco (9,38-48)

38 Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». 39 Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. 40 Chi non è contro di noi è per noi.
41 Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.
42 Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. 43 Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile.  45 Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna.  47 Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, 48 dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Il testo va compreso nel contesto più largo 8,27-10,52: Gesù, andando con i suoi discepoli verso i villaggi di Cesarea di Filippo ove ai piedi dell’Hermon sorge il Giordano (8,27), cittadina che Erode Filippo aveva resa capoluogo della sua tetrarchia e l’aveva dedicata all’imperatore Tiberio Cesare, e ridiscendendo poi a Cafarnao in Galilea (9,30-33) per poi salire a Gerusalemme (10,32), per tre volte predice che sarà crocifisso e risorgerà: svela così la sua vera identità di Messia.

Gesù secondo il testo procede così: accompagna ogni predizione con un insegnamento su come seguirlo sulla sua strada, e poi conferma quanto dice con un segno che anticipa la sua potenza di amore e di vita:
1. Prima predizione della morte resurrezione: 8,27-33,
*seguita da un insegnamento sul perdere la vita per guadagnarla: 8,34-9,1,
* e quindi dal segno della Trasfigurazione, con discesa del monte (Hermon?):9,2-13 più la guarigione di un giovane “spirito muto”:9,14-29.

2. Seconda predizione della passione: 9,30-32,
*seguita dall’insegnamento, quando giunsero a Cafarnao in casa di Pietro, su chi è veramente il più grande servendo da ultimo sino a farsi bambino nelle mani del Padre: 9,33-37,
* e quindi dal segno della invocazione del suo nome: 9,38-48.

3. La terza predizione: 10, 32-34,
*seguita dall’insegnamento su come essere autorità donando la vita come il Figlio dell’uomo: 10,35-45,
* e quindi dal segno della guarigione del cieco Bartimeo di Gerico: 10,46-52.

Il nostro testo rientra nella seconda predizione, e ne costituisce il segno:
il segno è secondo l’insegnamento precedente in cui Gesù, agli apostoli che discutono su chi sia il più grande nella sua comunità (prima ancora che nella società), rivela chi sia il più grande per come egli stesso sta per vivere la sua grandezza di Messia nel Figlio di Dio, cioè raggiungendoci nella nostra miseria di peccato e di morte; precisamente afferma: “Se qualcuno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servo di tutti”.

Quindi riprende il termine “grande” con il termine “primo”. Per essere primo come Lui bisogna essere l’ultimo, ma non in una misura definita di umiltà nella quale gli altri ci riconoscono bravi perché umili, ma rendendosi di fatto servi di tutti secondo come tutti hanno bisogno di essere serviti: la misura e il modo di essere grandi e primi sono dati dallo scendere al livello dei bisogni altrui per amore di riscattarli dalla loro situazione. Ciò implica una continua attenzione d’amore alle singole persone e realtà, e la piena disponibilità a corrispondere per come possibile.

E Gesù, volendo dare un esempio concreto di tale identità di “primo identificato servo di tutti”, quasi rendendo visibile il suo insegnamento e anticipando qualcosa della sua passione, prende un bimbo tra la folla: il bimbo con il suo non contare socialmente nulla e con la totalità dei suoi bisogni è una delle misure dell’ultimo che bisogna divenire per servire: anzi lo rende primo mettendolo al centro, e lo abbraccia per farsi carico del suo stato oltre ogni condivisione, e chiarisce il gesto con tali parole: “Chi accoglie uno solo di questi piccoli nel mio nome, accoglie me, e chi accoglie me non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato” (9,37). Gesù, il vero più grande è la misura della nostra vera grandezza, impegna nel bimbo la grandezza del Suo nome quasi lasciandosi misurare da lui secondo i suoi bisogni: l’impegno del suo nome nel bimbo fa sperimentare la presenza del Figlio Messia e anzitutto del Padre che accolgono: in noi sono Essi che accolgono la miseria del mondo. E questo è il volto rivelato di Dio in Cristo.

Ma ci si potrebbe anche domandare: Gesù, così insegnando, intendeva anche rivelare che l’impegno del Suo nome nell’accogliere un bimbo (servo e ultimo) permette di trovare nel bimbo il Padre e il Figlio non solo accoglienti nel loro nome, ma anche “accolti”, come chiaramente è affermato in Mt 25,35: “in uno dei fratelli più piccoli avete accolto me”?

In tal senso Gesù e il Padre non sono solo accoglienti ma anche accolti, e quindi fattisi “piccoli” solidali con noi piccoli. E in verità il Padre ha dato a Gesù di salvarci dal basso, dal nostro essere peccatori e povere creature (cfr incarnazione integrale).

La domanda fatta da Giovanni in 9,38 se impedire ad uno che “non ci segue” di impegnare il nome di Gesù per scacciare i demoni, e la risposta di Gesù di non impedirlo, permette di fare un ulteriore passo sulle vie della salvezza; infatti noi di solito consideriamo il bimbo al suo livello di bisogni; ma Gesù lo considera anche nel suo essere piccolo e nella sua crescita come discepolo suo e membro del “noi” della sua comunità. Ebbene: Gesù dona il criterio di accoglienza: basta “non essere contro di noi” (9,39), giacché solo “Chi non è con me, è contro di Me” (Matteo 12,30; cfr Lc 11,33).

Anzi potrebbe darsi il caso che uno di questi ancora piccoli nel Regno finisca per dare un bicchiere di acqua agli stessi discepoli perché sono del Messia: un modo indiretto per impegnare il Suo nome. Ebbene: avrà la ricompensa. Per cui il pericolo vero è al contrario, cioè che “piccoli del genere”, piccoli in un senso diverso del piccolo come età e bambino, e cioè o nella fede o nel vissuto da discepolo, possano essere scandalizzati da chi presume essere discepolo perfetto e li scacciasse. Del resto si era verificato che proprio i discepoli talvolta non erano stati graziati di scacciare i demoni (9,28) pur avendo ricevuto il potere di scacciarli (3,14; 6,7-13).

Per i discepoli le occasioni per scandalizzare i piccoli nella fede e nel discepolato possono essere tante: cosi ogni qualvolta una mano o un piede o un occhio non sono usati per accogliere i piccoli, ma per allontanarli: una mano che punta il dito e che condanna invece di prendere per mano; un piede che allontana invece di avvicinare; un occhio che disprezza invece di essere benevolo: si provveda allora a paradossalmente eliminare mano, piede e occhio, cioè a fare qualsiasi sacrificio, pena essere noi condannati di una condanna che è peggio che finire nell’immondezzaio della Valle dei figli di Hinnon a sud ovest della collina di Sion resa discarica, anche dei cadaveri dei lapidati, perché i re Achaz e Manasse vi avevano eretto un tempio (Tofet = distruzione; poi eliminato dal re Giosia) a Moloc, e permesso la offerta di sacrifici umani (cfr Il Re 16 e 21; Geremia 7,31).

Anche Matteo raccomanda di non scandalizzare i piccoli nella fede e nella vita cristiana: 18,6.10-14; e Paolo raccomanda di tenere conto di coloro che ancora credono agli idoli e che la carne ad essi immolata possa essere sacra; per cui i cristiani non devono mangiare la loro carne quasi facessero anche essi un atto di culto pagano (Corinti 8,7-13; 9,12).

Nota bene: se in Atti 8,18-24 viene proibito a Simon Mago di impegnare lo Spirito Santo, e in 19,13-20 ai sette figli di Sheva di impegnare il nome di Gesù per fare gli stessi prodigi di Paolo, e in 13,6-12 al mago Bar Jesus di far tacere Paolo, è perché questi personaggi vogliono usare “magicamente” il nome del Signore. Ecco perché lo stesso demone ai 7 figli di Sheva che lo vorrebbero scacciare dice: “Conosco Gesù e so chi è Paolo: ma voi chi siete?” (Atti 19,15).

Pertanto:
-esaminiamoci se abbiamo preteso chiudere Gesù in una qualche forma di “NOl”, o possederlo, o disporne solo noi;
-come pratichiamo “la pastorale di integrazione” accogliendo tutti, fosse anche con un minimo di loro disponibilità al bene e alla verità, a meno che qualcuno da sé stesso non si escluda volendo essere “contro Gesù”;
-come da parte nostra favoriamo la fiducia in Gesù rendendoci ultimi anziché primi, servi anziché grandi, noi stessi ancora piccoli nella fede e vita cristiana anziché perfetti, avvicinando gli altri dal basso di noi prima che da quello degli altri (solidarietà, condivisione…);
– se, come singoli e come comunità divario tipo, siamo discepoli che seguiamo Gesù sulla via di Gerusalemme e per come egli si è comportato con le varie persone, cominciando dai peccatori e piccoli nella fede.

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14 Maggio 2018 – Collatio Finale: Le vie dell’umanesimo cristiano per una chiesa sempre più missionaria: uscire, andare, annunciare e abitare

LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO PER UNA CHIESA SEMPRE PIU’ MISSIONARIA: USCIRE, ANDARE, ANNUNCIARE E ABITARE

Alla luce delle riflessioni svolte, nell’ambito delle riunioni dei gruppi di studio TOM, circa la possibilità di attualizzare e rendere concreto nella nostra realtà comunitaria il messaggio rivolto da Papa Benedetto XVI alla Caritas in occasione del quarantesimo anniversario dalla sua fondazione, dell’esperienza maturata presso il Centro di Ascolto San Pancrazio ed in occasione della recente Missione Popolare che ha interessato il nostro territorio, ed in virtù delle numerose iniziative che la Comunità e il Terz’Ordine portano avanti da sempre in favore dei più deboli, si ritiene di sottoporre alla Vs. attenzione la possibilità di costituire, all’interno della nostra Parrocchia, un organismo pastorale in grado di coordinare e strutturare le attività svolte e da svolgersi per sopperire ai bisogni primari di coloro che vivono situazioni di disagio.

Lungi dall’essere una mera forma di distribuzione di opere di beneficenza, l’istituzione di una Caritas parrocchiale vuole avere quale scopo quello di promuovere nella Comunità la prossimità evangelica, rendendo operosa la fede di chi vorrà collaborare nelle forme più consone ai tempi, secondo le esigenze del territorio ed in risposta alle svariate forme di povertà esistenti.

La Caritas parrocchiale, coordinando, come detto, le iniziative di volontariato già presenti nella nostra Parrocchia (distribuzione di indumenti, doposcuola, servizio di baby sitter, raccolta alimentare, visite agli ammalati etc.), proponendone di nuove –come si dirà oltre- e svolgendo opera di sensibilizzazione intorno alle problematiche riscontrate, sarà senz’altro in grado di rispondere con maggiore puntualità alle urgenze, non solo materiali, che la parte più debole della società invoca e spesso, purtroppo, implora.
Di più, potrà, attraverso la collaborazione di tanti ed in particolare con il supporto dei terziari, testimoniare con maggiore forza il carisma minimo che anima la Comunità.

Perché la Caritas parrocchiale, così come immaginata e proposta, possa funzionare, dovrà dotarsi di una precisa struttura organizzativa e di uno Statuto che ne delinei, tra l’altro, la natura, le finalità e gli obiettivi. Quanto alla struttura organizzativa, è innanzitutto necessario che la Caritas nomini, quali figure apicali, un Presidente, da individuarsi nel Parroco della Comunità, ed un Direttore –da individuarsi in un terziario minimo- che si occupi di coordinare le varie attività da svolgersi. Verrà, in ogni caso, stilato apposito organigramma che permetta a tutti di collaborare secondo le forme più consone ai propri carismi.

Quanto alle concrete forme di supporto alla collettività che la Caritas potrebbe garantire, ferme restando quelle già assicurate dalle realtà esterne alla Parrocchia – il Centro di Ascolto San Pancrazio, l’Emporio ed altri-, con le quali verranno di certo determinate le più idonee forme di collaborazione, si ritiene che possano proseguire, con rinnovato entusiasmo, le attività di distribuzione di indumenti, il servizio di doposcuola, il babysitteraggio (in particolare destinato ai figli di immigrati, per garantire ai genitori la frequenza ad appositi corsi di lingua italiana).
Con particolare riferimento a tale ultima iniziativa, si ritiene che la struttura debba dotarsi di apposita assicurazione volto alla copertura di eventuali sinistri che dovessero capitare ai bambini.

Per ciò che attiene alla raccolta alimentare, si evidenzia che, attualmente, i beni reperiti attraverso le collette alimentari effettuate presso i supermercati e attraverso l’autotassazione a cui molti parrocchiani –specie terziari- si sono sottoposti, vengono distribuiti direttamente presso le famiglie bisognose. È, altresì, operativo l’Emporio alimentare (gestito da volontari Mascia e finanziato dalla Caritas diocesana), al quale però è possibile accedere solo dichiarando un reddito ISEE inferiore a € 3.000,00.
Si ritiene, pertanto, che tali forme di sostegno possano essere integrate o modificate, previa accordi con le attività commerciali locali, attraverso la dazione di appositi buoni spesa alle persone indigenti, da poter essere utilizzati per l’acquisto dei beni più consoni ai propri bisogni. Tali buoni, sempre previa accordi con le attività commerciali, potrebbero essere utilizzati per l’acquisto di generi di prima necessità diversi da quelli alimentari (si pensi, ad esempio, prodotti per l’infanzia).
In aggiunta ai buoni, ipotizzando magari due distinte “fasce” di bisogno, si potrebbero raggiungere convenzioni con le suddette attività commerciali che garantiscano particolari forme di scontistica ai possessori di una speciale tessera, individuati tra soggetti bisognosi “meno gravi”.
Tali forme di assistenza garantirebbero maggiore adattamento alle reali esigenze di chi versa in situazione di difficoltà, e assicurerebbero allo stesso tempo un minore disagio emotivo in chi si trova in stato di necessità.

Ancora, la Caritas parrocchiale garantirebbe la possibilità di organizzare e coordinare laboratori per la realizzazione di bomboniere e oggettistica di vario genere; tale iniziativa, affidata alla cura di terziari preparati alla lavorazione del legno o altro materiale, ai lavori di ricamo e uncinetto o altro,  avrebbe quale fine l’inserimento/reinserimento lavorativo e l’inclusione sociale di soggetti inoccupati, e potrebbe portare, attraverso esperienze di educazione al lavoro, a percorsi di orientamento al mondo professionale e percorsi di tutoraggio e accompagnamento all’inserimento lavorativo.
Attraverso i laboratori, peraltro, si potrebbero creare bomboniere e oggetti di vario tipo da destinare alla vendita o comunque alla distribuzione, secondo le modalità più opportune.

Ancora, attraverso la Caritas parrocchiale si potrebbero costituire sportelli per dare consulenza gratuita in determinati ambiti professionali: si pensi all’ausilio di un legale, di uno psicologo, di un commercialista, o comunque di esperti in ulteriori settori che offrirebbero ricevimento –secondo tempi, modi e luoghi da concordarsi- a coloro che versano in situazione di necessità.

Tutte le attività ora indicate, così come iniziative di formazione, di assistenza agli anziani, e  qualunque altra che fosse proposta e concordata, potranno essere portate avanti in maniera continuativa e stabile attraverso la costituzione di una struttura forte e organizzata; la Caritas parrocchiale, pertanto, attenderebbe agli specifici bisogni della comunità, offrendo una risposta accurata alle tante forme di povertà presenti, e renderebbe maggiormente operosa la fede delle tante persone di buona volontà, specie terziarie, presenti nella nostra Parrocchia, disposte a farsi “prossimo”.

16 Aprile 2018 – Collatio Laboratorio 2: Le vie dell’umanesimo cristiano per una chiesa sempre più missionaria: uscire, andare, annunciare e abitare

LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO PER UNA CHIESA SEMPRE PIU’ MISSIONARIA: USCIRE, ANDARE, ANNUNCIARE E ABITARE
Relazione di Maria Piera Liparota

Alla luce del discorso  che Papa Benedetto XVI ha pronunciato durante il quarantesimo anniversario dell’Istituzione della Caritas Italiana, e tenendo  in mente L’Inno alla Carità di San Paolo, siamo stati invitati a riflettere  sul significato che diamo alla parola Carità. Dopo una prima lettura del discorso del Papa, ci sentiamo  spiazzati da un così alto contenuto di messaggi evangelici, tanto che pensiamo di essere quasi inadeguati a dover dare una spiegazione nostra alla parola Carità.
Riteniamo che la cosa  necessaria da fare, prima di inoltrarci ad esprimere le nostre riflessioni, sia quella di  rileggere le parole del Papa, focalizzando la nostra attenzione su quei principi di fede che ci vengono indicati  quali essenziali per la vita di un buon Cristiano.
Ci soffermiamo innanzitutto sull’espressione: “Il distintivo del Cristiano è la fede che si rende operosa” e ancora su uno stralcio del brano preso dalla lettera di San Paolo ai Corinzi :“Ciascuno di voi è chiamato a dare il suo contributo affinché l’amore con cui siamo da sempre e per sempre amati da Dio divenga operosità della vita, forza di sevizio, consapevolezza della responsabilità” .
Capiamo dunque che se vogliamo dare vero significato alla parola Carità dobbiamo sentire dentro di noi  l’amore incommensurabile con il quale Dio ci ama e che solo camminando alla sequela di Gesù che attraverso il Vangelo ci mostra gesti di accoglienza, misericordia, compassione e speranza  possiamo essere in grado di ascoltare i nostri simili in modo aperto, benevolo, umile, intelligente e rispettoso.
A questo punto le nostre riflessioni diventano più profonde, entriamo nel vivo dell’argomento e  realizziamo che non stiamo parlando di carità intesa come semplice elemosina o soddisfazione di un bisogno di un nostro fratello in difficoltà o ancora di descrivere dei “casi”, delle situazioni nelle quali ci troviamo coinvolti e per le quali abbiamo a volte la presunzione di voler trovare soluzioni immediate, NO, a noi Cristiani, ma ci rendiamo conto che, in particolare a noi Terziari Minimi,  viene chiesto di più e cioè viene chiesto di  farci prossimo, di avere cuore e mani aperte verso gli altri in modo da far sentire il calore di Dio attraverso le nostre opere.
E ancora ci dice Papa Benedetto XVI : “Bisogna essere persone umili e concrete che come Gesù, sappiano mettersi a fianco dei fratelli condividendo un po’ le loro fatiche”.
Prendiamo coscienza che per entrare in relazione con gli altri bisogna uscire dalle nostre vedute, dai nostri schemi, dalle nostre sicurezze, dobbiamo saper ascoltare non cercando di ricavare informazioni dal racconto di vita che ci viene fatto ma partendo dal presupposto che l’altro siamo noi.. (.. il farsi prossimo).

Ma, noi Terziari Minimi sappiamo ascoltare, osservare, discernere?
Sicuramente tante e tante volte abbiamo meditato su questi temi, ma quali e quanti passi in avanti abbiamo compiuto? Riteniamo che singolarmente ogni terziario porta dentro di sé la propria storia di fede e che continuamente, aiutato dalla preghiera e dalla formazione, si mette in discussione per cercare di migliorare, ma come Fraternità camminiamo compatti perseguendo lo stesso fine? O forse è giunto il momento di farlo?
Prendiamo consapevolezza che per realizzare quel di più che ci viene chiesto dobbiamo come dice ancora Papa Benedetto XVI, avere attenzione verso il nostro territorio, apertura di mente, sguardo ampio, intuizione e previsione di un cuore che vede.

Alla luce di ciò ci domandiamo: siamo consapevoli che il nostro territorio  è afflitto dalla mancanza di reddito, del lavoro, della casa e spesso anche del cibo? o pensiamo che sono realtà che appartengono solo alle grandi città e non ci riguardano da vicino?
Conosciamo le realtà che in Parrocchia e fuori da essa svolgono servizio per rispondere ai bisogni del prossimo?

Per cominciare, all’interno della Parrocchia non tutti siamo a conoscenza che per sopperire ai tanti bisogni  di molte famiglie che si trovano a vivere momenti di grave disagio economico, alcuni parrocchiani, tra cui tanti terziari, si autotassano mensilmente in modo da integrare le raccolte alimentari che si effettuano presso i supermercati e che per garantire il principio di riservatezza, i pacchi alimentari vengono  consegnati presso le abitazioni  delle famiglie.
Sempre all’interno della Parrocchia altri terziari  offrono il loro tempo ad occuparsi dei figli delle persone immigrate per permettere loro di frequentare la scuola d’Italiano, servizio molto utile in quanto dà un valido contributo ad una maggiore integrazione dei nostri fratelli extracomunitari.
Altro servizio poi è il doposcuola offerto ai bambini delle famiglie bisognose  da alcuni volontari tra cui terziari.
All’esterno della nostra Parrocchia  non tutti siamo bene informati sull’importante realtà che da Marzo 2017, supportato dalla Caritas Diocesana, opera sul nostro territorio, parliamo del Centro d’Ascolto San Pancrazio sito presso alcuni locali messi a disposizione dalla Parrocchia Santa Maria delle Grazie.
E’ necessario approfondire la conoscenza sul lavoro che si svolge all’interno del Centro perché ci rendiamo conto che se vogliamo camminare insieme la prima cosa da fare è l’informazione.

Il C.d.A. rappresenta innanzitutto l’unione di tre Parrocchie che anche se con i diversi carismi che le contraddistinguono, si uniscono per dare aiuto, sostegno, accompagnamento, speranza a chi si trova in difficoltà. In poche parole “un cuore aperto al mondo” il suo simbolo infatti è: “Mani Aperte verso il Prossimo”.
L’aspettativa degli operatori del centro d’Ascolto alla sua apertura era quella di cercare di dare aiuto ai tanti fratelli immigrati che si trovano nel nostro territorio, ma fin da subito purtroppo, si è dovuto constatare che non solo gli stranieri si trovano in situazione di marginalità sociale, ma molti nuclei famigliari italiani che, per il protrarsi di disoccupazione, riduzione delle ore di lavoro o salute cagionevole e avviliti da un infruttuosa ricerca di lavoro, si sono trovati, seppur con molta difficoltà, perché provati da un grande senso di vergogna, a riconoscere ed esternare le proprie situazioni personali, a bussare alle porte del centro per ricevere aiuto materiale ma soprattutto perché bisognosi di essere ascoltati, compresi e orientati.
Ritorna quindi l’importanza dell’accoglienza e dell’ascolto che deve essere fatto senza alcun pregiudizio, le persone che si avvicinano al Centro devono sentirsi libere di esprimersi senza temere di essere giudicate.
L’orientamento poi, si basa su una rilettura delle reali esigenze dei nostri fratelli e sulla ricerca  delle soluzioni più indicate e dei servizi più adeguati presenti sul nostro territorio. Per fare ciò è necessario tenere attiva una rete di contatti che si rapporta con vari Enti pubblici e privati come ASL, Servizi Sociali, patronati, parrocchie e vari professionisti che volontariamente mettono a disposizione le loro competenze, ma l’aiuto più immediato che può dare il CdA, qualora ci fossero i requisiti, è quello dell’invio all’Emporio.

L’Emporio è sito in Sambiase presso il mercato coperto, è gestito dai volontari M.A.S.C.I. ed è finanziato dalla Caritas Diocesana, è una fattispecie di supermercato dove l’utente può fare la spesa per la quale invece di pagare con denaro paga con dei punti che gli vengono assegnati prima di entrare e che variano a seconda del numero di persone che appartengono al nucleo familiare. All’interno dell’Emporio si trovano non solo beni di prima necessità ma anche prodotti per l’infanzia, surgelati, alimenti da frigo e prodotti per l’igiene, purtroppo però non può accedere all’Emporio chi presenta un modello ISEE superiore a 3.000 euro, cifra questa di estrema povertà.

Ci rendiamo conto quindi che l’aiuto offerto dal C.d.A ai fratelli in difficoltà è veramente concreto, è una realtà nuova per il nostro territorio che deve essere sostenuta e potenziata.

Anche nel C.d.A operano dei volontari che si sono appositamente formati e che appartengono al Terz’Ordine dei Minimi.

Tanti dunque sono i servizi con segno Caritas che vengono prestati sia all’interno che all’esterno della nostra Parrocchia e nei quali operano terziari minimi ma se non ne abbiamo fino a questo momento preso piena coscienza è forse perché manca un coordinamento e un lavoro sinergico tra le varie attività.

Dopo aver così profondamente riflettuto ci sentiamo molto più carichi e motivati, pensiamo che è dunque  possibile dare aiuto concreto al nostro prossimo e desideriamo in maniera più forte condividere con gli altri il peso della sofferenza.
Assieme alle altre realtà Caritas presenti nella nostra comunità, vogliamo essere il buon samaritano che si ferma e mette a disposizione il suo tempo e le sue risorse per aiutare il povero, vogliamo essere il viandante misterioso di Emmaus che fa un tratto di strada con i fratelli che non hanno più fiducia nel futuro, per aiutarli a trovare nuove strade da percorrere, nuovo slancio nell’affrontare quella vita che è il dono più bello di un Dio che è Amore.

Nasce l’idea di voler realizzare un Progetto forse laborioso e un po’ azzardato ma come dice il nostro San Francesco “A chi ama Dio tutto è possibile”.
Ci piacerebbe creare una struttura Caritas gestita dal Terz’Ordine, all’interno della quale le persone che passano dal Centro d’Ascolto possano essere orientate ed a nostro avviso anche facilitate nel trovare tutti quei servizi di cui necessitano che sono ora sparsi in vari locali della Parrocchia.
La distribuzione dei vestiti, il doposcuola, il servizio di baby-sitter per i bambini delle mamme immigrate che vanno a scuola di italiano ecc.
All’interno della struttura dovrebbero inoltre essere aperti degli sportelli con orari e giorni di ricevimento ben stabiliti dove possano operare figure professionali come ad esempio: avvocato, commercialista, impiegato Inps ecc, naturalmente tutti terziari.
Infine la realizzazione, sempre nella stessa struttura, di un “Emporio Alimentare” dove quei nuclei familiari che hanno un reddito di poco superiore a 3.000 euro possano accedere.
L’Emporio dovrebbe essere alimentato: in primis dalle raccolte alimentari presso i supermercati, da fare ogni  settimana oppure ogni quindici giorni, poi da varie attività promosse dal Terz’Ordine ed anche da un contributo mensile donato da noi terziari.

Progetti di questo genere vedrebbero coinvolti terziari di tutte le fasce d’età e rafforzerebbero il senso di appartenenza ad un’unica fraternità .

La preghiera che  facciamo noi dal profondo del cuore è che Nostro Signore Gesù, con la Sua Santa Benedizione, possa far germogliare i frutti del nostro pensiero e del nostro operato!

“È cosa certa quel che vi dico: tutto ciò che chiedete nella preghiera, abbiate certezza che è già vostro; perché così dovrà avvenire per volere della Madonna”
San Francesco di Paola

16 Aprile 2018 – Collatio Laboratorio 1: Le vie dell’umanesimo cristiano per una chiesa sempre più missionaria: uscire, andare, annunciare e abitare

LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO PER UNA CHIESA SEMPRE PIU’ MISSIONARIA: USCIRE, ANDARE, ANNUNCIARE E ABITARE
Relazione di Luciano Rocca

Benedetto XVI, nel discorso alla Caritas Italiana che abbiamo meditato, richiamando l’Apostolo Paolo ( Gal. 5,5-6 ) ci ricorda che  la fede si rende operosa per mezzo della carità e così facendo, donando testimonianza attraverso segni concreti, si adempie un compito anche educativo: trasmettere il Vangelo e la vita buona che ne scaturisce.
Gli strumenti della Caritas Italiana sono stati: ascoltare, osservare, discernere.
Guidati dal Vangelo e dalla dottrina sociale della Chiesa si affrontano le sfide del nostro tempo, carico di problemi ma anche di opportunità, per vincere le tentazioni individualistiche. Aiutando le persone bisognose la Comunità cammina nella sequela di Cristo, attenti prima di tutto, come ammonisce il Concilio Vaticano II, ad adempiere agli obblighi di giustizia cioè riconoscendo anzitutto i diritti e la dignità delle persone.
La Caritas non si sostituisce ma  affianca gli Organismi preposti dello Stato nella realizzazione dei diritti delle persone (sussidiarietà).
C’è tuttavia un aspetto proprio che caratterizza le Comunità cristiane: accompagnare chi necessita con il calore ed il sorriso di Dio affinchè nessuno si senta abbandonato, anche chi magari, in quel momento storico, è privo di diritti da esercitare o da invocare.
Un tale impegno scaturisce chiaramente dall’aver incontrato Cristo che nell’obbedienza al Padre si è fatto fratello tra i fratelli, generoso con tutti, attento a tutti ma soprattutto desideroso di annunciare la Vita Eterna che supera la semplice guarigione o il soddisfacimento di un bisogno, segni che gli uomini del suo tempo continuamente ricercavano. Gesù affronta le debolezze umane ma richiama costantemente il Popolo a credere in Lui ed in Colui che lo ha mandato, a comunicare cioè con la Vita divina che Egli ci ha portato.

Si è partiti da queste premesse e aiutati dalle belle giornate della Missione Popolare dell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola (15-24 Marzo, Lamezia Terme) che si sono individuati dei bisogni presenti nel nostro territorio.

La prima attenzione è andata al mondo dei Migranti, per essi si è proposto, oltre al sostegno del Centro di Ascolto interparrocchiale, di fare maggiore formazione anche con l’aiuto di testimonianze dirette, invitando quindi ospiti, come già è stato fatto in Parrocchia nei mesi scorsi. Come segno concreto si può realizzare un piccolo punto di ristoro solo per offrire un latte caldo o un caffè a chi bussa alla nostra porta magari per una informazione.
A riguardo è stato proposto di fare in Parrocchia dei laboratori per formare, soprattutto immigrati di paesi lontani, ai lavori domestici (pulizia della casa, biancheria) o di cucito in vista di occupazione presso le famiglie: questo è un problema reale e sentito.

Durante la Missione si sono conosciute molte realtà familiari: solitudine di persone anziane ed in difficoltà economiche, emarginazione, precarietà, mancanza di cibo e di igiene, si è proposto quindi di costituire un Gruppo all’interno del Tom disponibile a turno a visitare queste persone che attendono e desiderano aiuto: anche una visita può bastare e rendere felici.

Per la Terza età si è proposto di continuare l’esperienza di incontro degli anni passati però con il supporto attivo dei giovani che possono animare anche con canti gli incontri.

Infine si raccomanda di riprendere i Gruppi di Ascolto presso le famiglie, con il supporto soprattutto di suore e laici, per meditare la Parola di Dio al cui ascolto si aprono tanti cuori con spontaneità e da cui si  riceve tanta consolazione per la vita ed i problemi di tutti i giorni.

5 Marzo 2018 – Incontro di Formazione: Le vie dell’umanesimo cristiano per una chiesa sempre più missionaria: uscire, andare, annunciare e abitare

LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO PER UNA CHIESA SEMPRE PIU’ MISSIONARIA: USCIRE, ANDARE, ANNUNCIARE E ABITARE
Spunti per la riflessione di Francesca Vescio

DISCORSO ALLA CARITAS ITALIANA IN OCCASIONE DEI 40 ANNI DALLA SUA FONDAZIONE

Venerati Fratelli, cari fratelli e sorelle!
Con gioia vi accolgo in occasione del 40° anniversario dell’istituzione della Caritas Italiana..
Siete venuti presso la tomba di Pietro per confermare la vostra fede e riprendere slancio nella vostra missione. Il Servo di Dio Paolo VI, nel primo incontro nazionale con la Caritas, nel 1972, così affermava: «Al di sopra dell’aspetto puramente materiale della vostra attività, deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica» (Insegnamenti X [1972], 989). A voi, infatti, è affidato un’importante compito educativo nei confronti delle comunità, delle famiglie, della società civile in cui la Chiesa è chiamata ad essere luce (cfr Fil 2,15). Si tratta di assumere la responsabilità dell’educare alla vita buona del Vangelo, che è tale solo se comprende in maniera organica la testimonianza della carità. Sono le parole dell’apostolo Paolo ad illuminare questa prospettiva: «Quanto a noi, per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,5-6). Questo è il distintivo cristiano: la fede che si rende operosa nella carità. Ciascuno di voi è chiamato a dare il suo contributo affinché l’amore con cui siamo da sempre e per sempre amati da Dio divenga operosità della vita, forza di servizio, consapevolezza della responsabilità. «L’amore del Cristo infatti ci possiede» (2 Cor 5,14), scrive san Paolo. E’ questa prospettiva che dovete rendere sempre più presente nelle Chiese particolari in cui vivete.
Cari amici, non desistete mai da questo compito educativo, anche quando la strada si fa dura e lo sforzo sembra non dare risultati. Vivetelo nella fedeltà alla Chiesa e nel rispetto dell’identità delle vostre Istituzioni, utilizzando gli strumenti che la storia vi ha consegnato e quelli che la «fantasia della carità» – come diceva il beato Giovanni Paolo II – vi suggerirà per l’avvenire. Nei quattro decenni trascorsi, avete potuto approfondire, sperimentare e attuare un metodo di lavoro basato su tre attenzioni tra loro correlate e sinergiche: ascoltare, osservare, discernere, mettendolo al servizio della vostra missione: l’animazione caritativa dentro le comunità e nei territori. Si tratta di uno stile che rende possibile agire pastoralmente, ma anche perseguire un dialogo profondo e proficuo con i vari ambiti della vita ecclesiale, con le associazioni, i movimenti e con il variegato mondo del volontariato organizzato.
Ascoltare per conoscere, certo, ma insieme per farsi prossimo, per sostenere le comunità cristiane nel prendersi cura di chi necessita di sentire il calore di Dio attraverso le mani aperte e disponibili dei discepoli di Gesù. Questo è importante: che le persone sofferenti possano sentire il calore di Dio e lo possano sentire tramite le nostre mani e i nostri cuori aperti. In questo modo le Caritas devono essere come “sentinelle” (cfr Is 21,11-12), capaci di accorgersi e di far accorgere, di anticipare e di prevenire, di sostenere e di proporre vie di soluzione nel solco sicuro del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. L’individualismo dei nostri giorni, la presunta sufficienza della tecnica, il relativismo che influenza tutti, chiedono di provocare persone e comunità verso forme alte di ascolto, verso capacità di apertura dello sguardo e del cuore sulle necessità e sulle risorse, verso forme comunitarie di discernimento sul modo di essere e di porsi in un mondo in profondo cambiamento.
Scorrendo le pagine del Vangelo, restiamo colpiti dai gesti di Gesù: gesti che trasmettono la Grazia, educativi alla fede e alla sequela; gesti di guarigione e di accoglienza, di misericordia e di speranza, di futuro e di compassione; gesti che iniziano o perfezionano una chiamata a seguirlo e che sfociano nel riconoscimento del Signore come unica ragione del presente e del futuro. Quella dei gesti, dei segni è una modalità connaturata alla funzione pedagogica della Caritas. Attraverso i segni concreti, infatti, voi parlate, evangelizzate, educate. Un’opera di carità parla di Dio, annuncia una speranza, induce a porsi domande. Vi auguro di sapere coltivare al meglio la qualità delle opere che avete saputo inventare. Rendetele, per così dire, «parlanti», preoccupandovi soprattutto della motivazione interiore che le anima, e della qualità della testimonianza che da esse promana. Sono opere che nascono dalla fede. Sono opere di Chiesa, espressione dell’attenzione verso chi fa più fatica. Sono azioni pedagogiche, perché aiutano i più poveri a crescere nella loro dignità, le comunità cristiane a camminare nella sequela di Cristo, la società civile ad assumersi coscientemente i propri obblighi. Ricordiamo quanto insegna il Concilio Vaticano II: «Siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia» (Apostolicam actuositatem, 8). L’umile e concreto servizio che la Chiesa offre non vuole sostituire né, tantomeno, assopire la coscienza collettiva e civile. Le si affianca con spirito di sincera collaborazione, nella dovuta autonomia e nella piena coscienza della sussidiarietà.
Fin dall’inizio del vostro cammino pastorale, vi è stato consegnato, come impegno prioritario, lo sforzo di realizzare una presenza capillare sul territorio, soprattutto attraverso le Caritas Diocesane e Parrocchiali. È obiettivo da perseguire anche nel presente. Sono certo che i Pastori sapranno sostenervi e orientarvi, soprattutto aiutando le comunità a comprendere il proprium di animazione pastorale che la Caritas porta nella vita di ogni Chiesa particolare, e sono certo che voi ascolterete i vostri Pastori e ne seguirete le indicazioni.
L’attenzione al territorio e alla sua animazione suscita, poi, la capacità di leggere l’evolversi della vita delle persone che lo abitano, le difficoltà e le preoccupazioni, ma anche le opportunità e le prospettive. La carità richiede apertura della mente, sguardo ampio, intuizione e previsione, un «cuore che vede» (cfr Enc. Deus caritas est, 25). Rispondere ai bisogni significa non solo dare il pane all’affamato, ma anche lasciarsi interpellare dalle cause per cui è affamato, con lo sguardo di Gesù che sapeva vedere la realtà profonda delle persone che gli si accostavano. È in questa prospettiva che l’oggi interpella il vostro modo di essere animatori e operatori di carità. Il pensiero non può non andare anche al vasto mondo della migrazione. Spesso calamità naturali e guerre creano situazioni di emergenza. La crisi economica globale è un ulteriore segno dei tempi che chiede il coraggio della fraternità. Il divario tra nord e sud del mondo e la lesione della dignità umana di tante persone, richiamano ad una carità che sappia allargarsi a cerchi concentrici dai piccoli ai grandi sistemi economici. Il crescente disagio, l’indebolimento delle famiglie, l’incertezza della condizione giovanile indicano il rischio di un calo di speranza. L’umanità non necessita solo di benefattori, ma anche di persone umili e concrete che, come Gesù, sappiano mettersi al fianco dei fratelli condividendo un po’ della loro fatica. In una parola, l’umanità cerca segni di speranza. La nostra fonte di speranza è nel Signore. Ed è per questo motivo che c’è bisogno della Caritas; non per delegarle il servizio di carità, ma perché sia un segno della carità di Cristo, un segno che porti speranza. Cari amici, aiutate la Chiesa tutta a rendere visibile l’amore di Dio. Vivete la gratuità e aiutate a viverla. Richiamate tutti all’essenzialità dell’amore che si fa servizio. Accompagnate i fratelli più deboli. Animate le comunità cristiane. Dite al mondo la parola dell’amore che viene da Dio. Ricercate la carità come sintesi di tutti i carismi dello Spirito (cfr 1 Cor 14,1).
Sia vostra guida la Beata Vergine Maria che, nella visita ad Elisabetta, portò il dono sublime di Gesù nell’umiltà del servizio (cfr Lc 1,39-43). Io vi accompagno con la preghiera e volentieri vi imparto la Benedizione Apostolica, estendendola a quanti quotidianamente incontrate nelle vostre molteplici attività. Grazie.

Papa Benedetto XVI

Per la riflessione:

  • Alla luce delle parole del papa, tenendo bene a mente l’Inno alla carità di San Paolo (1 Cor 1,13), brano a cui sempre siamo invitati a fare riferimento, che significato diamo alla parola carità?
  • Nei tempi non facili in cui viviamo tre sono le attenzioni che ci vengono richieste: Ascoltare, Osservare e Discernere, singolarmente e come Fraternità rivolgiamo al nostro prossimo queste attenzioni?
  • Conosciamo le realtà che in parrocchia (Ministero Caritas) e fuori da essa (Centro di Ascolto San Pancrazio, Emporio, Mensa Caritas Diocesana) svolgono servizio per rispondere ai bisogni del nostro territorio? In che modo ci interfacciamo o collaboriamo con loro?
  • In virtù del nostro carisma quale segno concreto e tangibile potremmo mettere in atto per rispondere all’invito del papa?

22 Gennaio 2018 – Collatio Laboratorio 2: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’Umanesimo Cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Elisa Martelli

Il gruppo ha risposto alle domande per come sente e interagisce con l’altro.
1) Di fondo si nota una mancanza, una freddezza nei rapporti umani. Magari ci interessiamo a tante persone ma non ci accorgiamo del vicino, del suo bisogno, della sua situazione. A differenza di un caloroso e condivisibile rapporto stretto di amicizia, si è intimiditi da persone che conosciamo poco, frenati dal preconcetto di “opportunismo”, cioè relazioni solo per un proprio tornaconto.
2) Come conseguenza, il dialogo, l’ascolto, la condivisione diventano difficili. Si crea una distanza, un muro. Siamo troppo presi dai nostri problemi che fanno da ostacolo all’apertura con l’altro.
3) Ci si sforza e impegna ad agire e comportarsi come Gesù e ce la mettiamo tutta ad avere i suoi stessi sentimenti. Quando la Fraternità è riunita ci si sente veramente fratelli, ma a volte senza volerlo si sbaglia e si ferisce l’altro. L’importante è riconoscersi umani e correggersi con umiltà e tatto, accorgendoci che condividere rende l’animo leggero.
In riferimento alla 4 domanda per alcuni la risposta è stata sicura: la Fraternità è al primo posto, con entusiasmo partecipano al buon andamento della parrocchia, si attivano per il bene comune, cercando di avere una corresponsabilità responsabile (scusate il gioco di parole) per mantenere fede all’impegno preso non solo a parole ma rimboccandosi veramente le maniche.
Per altri la Fraternità viene subito dopo la famiglia e il lavoro. L’importante è che ci sia il pensiero.
La Fraternità è un punto fisso, e quando è possibile attivarsi, andare a trovare gli ammalati, cercare di rappacificare dove c’è inimicizia, ma anche mettere in pratica nel proprio ambito la spiritualità che contraddistingue il T.O.M.
5) Sono ancora vivi i sentimenti che la grotta di Betlemme suscita in noi. In risposta alla tenerezza e alla commozione nel contemplare il “Dio che si fa Uomo” possiamo solo alzare lo sguardo verso gli altri e tenere fisso a quella stella, unico punto di riferimento che porta a Dio.

22 Gennaio 2018 – Collatio Laboratorio 1: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’Umanesimo Cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Gisella Leone

Il primo Umanesimo colloca al centro dell’universo l’uomo, nell’affermazione delle sue libertà e della sua autosufficienza, secondo una corrente di pensiero che è prettamente autocelebrativa, autoreferenziale.
L’Umanesimo Cristiano che noi siamo chiamati a vivere, pone invece al centro Cristo, il Dio fatto Uomo e donato all’umanità per Amore. L’agire dell’uomo in tale contesto quindi, non è più orientato a imporre il proprio IO all’altro, ma  a misurarsi con lui, in un clima di dialogo e accettazione delle diversità. Nell’Umanesimo Cristiano l’agire dell’uomo deve rispecchiare sensibilità e attenzione alle esigenze spirituali e materiali dell’altro, secondo principi di uguaglianza, giustizia e verità, divenendo corresponsabile dei suoi stati di fragilità e “prodigandosi” per lui. “Amatevi come io vi ho amati”- dice Gesù-  “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri, come io ho amato voi”.
In tale contesto si scoprono quindi termini come:
“Fraternità” (fratellanza di fede);
“Corresponsabilità” (farsi carico dei bisogni del proprio fratello);
“Servizio” (orientare il proprio agire per realizzare la Gloria di DIO ed il bene dell’Altro)

Relativamente alle domande:
Quale comprensione e conoscenza ho del reale vissuto dell’altro?
Sono aperto al dialogo…disponibile all’ascolto?
La fraternità, la corresponsabilità, il servizio, dove li colloco nella mia vita?
E’ emersa in tutti la consapevolezza che è necessaria una profonda conoscenza dell’altro per poter poi rapportarsi correttamente con lui. Tale conoscenza è però a volte ostacolata dall’egoismo, dall’egocentrismo, perché si antepongono i propri problemi, magari effimeri, alle reali esigenze altrui (la cosiddetta anestesia spirituale o indifferenza). Oppure da una vita troppo frenetica che, indipendente dalla propria volontà, impedisce di conoscere anche se stessi, nonostante ci siano buoni propositi e disponibilità a concretizzarli. Il buon proposito di voler accogliere in maniera più intima, nella propria casa, nella propria famiglia il diseredato, il fratello rifugiato è inficiato dal timore per l’imprevedibilità comportamentale dello stesso, alla luce del vissuto di cronaca contemporanea. E’ comunque possibile promuovere e aderire ad iniziative di solidarietà tramite gli ambiti parrocchiali e le istituzioni, rapportandosi sempre con gentilezza e carità fraterna, anche con un semplice sguardo amorevole, privo di pregiudizi…

Relativamente alla III domanda:
I sentimenti che muovono il mio agire, sono quelli di Cristo Gesù ?
L’Accoglienza e la Carità fraterna devono scaturire dall’intimo del nostro cuore, dal bisogno di concretizzare il bene per l’altro, pervasi da un Amore più grande che è quello di Cristo per noi. L’accoglienza e la carità fraterna, devono essere vissute con discrezione, nel nascondimento, evitando la celebrazione di sé, sentendosi nella comunità di fede e sociale, “pietre vive”, capaci di dare ognuno secondo le proprie possibilità e i talenti ricevuti. La Fraternità è eterogenea, ma se ogni membro dà il primato a Cristo con la comprensione, accettazione e sostegno dell’altro, le diversità saranno motivo di arricchimento reciproco piuttosto che di scontri e divisioni; inoltre il ricercare i fratelli lontani per reintegrarli, percorrendo la via del dialogo, del chiarimento e del perdono, crea i presupposti per la vera ”Comunione”, edificando il “Corpo di Cristo che è la Chiesa”.