13 Novembre 2017 – Incontro di Formazione: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’umanesimo cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Padre Vincenzo Arzente O.M.

“Ora la mia gioia è compiuta. Egli deve crescere ed io diminuire”.
L’umanesimo Cristiano, è quello dei sentimenti di Cristo Gesù. Dice Papa Francesco che questi sentimenti non sono astratta sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e prendere decisioni.

Umanesimo in San Francesco di Paola
San Francesco di Paola, in pieno passaggio epocale tra l’Umanesimo e il Rinascimento, non è stato soltanto il santo della “Charitas”. La sua presenza, come ascoltatore della cultura dei “minimi tra i minimi”, ha sostenuto il carisma del mistero in una storia in cui la cristianità ha dovuto, spesse volte, interpretare il mondo musulmano e lottare per la tolleranza e la persuasione. In Francesco il concetto di persuasione si lega, chiaramente, a quella di carità e in Calabria, che è la stretta geografica e umana tra  Occidente ed Oriente, la persuasione è anche l’incontro costante con la tolleranza tra le genti.  Lo stesso San Francesco nella obbedienza, mai venuta meno, (ubbidire è capire, non ubbidire non comprendendo si corre il rischio di toccare la via della perdizione), ha dato senso non alla ragione dell’eresia, ma alla eresia come utopia. D’altronde la cristianità è consapevole dell’utopia, ma soltanto l’utopia farà camminare il cristiano lungo la Croce per condurlo lungo l’attrazione verso la Redenzione. Il concetto di “minimo”, non solo tra i “minimi” ma anche tra gli “umili”, è una declamazione dell’esistere dell’anima come antropologia della religione che resta nella sfera della teologia, ma si identifica sempre nel cammino di una carità diffusa attraverso l’umiltà compresa. Nella cristianità calabrese la santità è vissuta come personificazione interlocutoria tra le culture che hanno reso il popolo calabrese “accettante”, ed “accogliente”.

Umanesimo e nuovo umanesimo
Dimmi il tuo uomo e io ti dirò chi è il tuo Dio!”. Così Teofilo di Antiochia esprimeva una verità profonda spesso dimenticata: l’umanità che una persona vive, il cammino quotidiano che compie rivelano chi sia il suo Dio. Infatti, se nella fede l’essere umano è stato creato “a immagine e somiglianza di Dio” e porta in sé questo sigillo ineliminabile, resta vero che quando questo non è più conforme al progetto di Dio, allora anche l’immagine del Dio confessato appare agli altri deformata o addirittura perversa. Dunque dal modo di vivere del credente si può percepire il volto del suo Dio, un Dio che nel cristianesimo non può dirsi senza avere accanto la parola uomo: la rivelazione ultima e definitiva di Dio è un uomo, Gesù di Nazareth, che ha narrato (exeghesato) Dio con la sua vita umanissima, fatta di gesti, comportamenti, sentimenti e parole umane. Nel cristianesimo niente può contraddire il cammino di umanizzazione dell’uomo, anzi la fede è a servizio di questa umanizzazione perché “è apparsa l’umanità di Dio che ci insegna a vivere in questo mondo” (Tito 2,11-12). Ciò che è veramente cristiano è anche umanizzante e tutto ciò che umanizza non contraddice la fede cristiana. Parlare oggi di umanesimo o “nuovo” umanesimo non è già pretesa di possederne uno? In realtà, l’esperienza contemporanea è quella di un umanesimo plurale e, in ogni caso, se si ricerca un “nuovo” umanesimo (nuovo rispetto a quale precedente?) lo si può fare assieme agli altri, indipendentemente dal loro essere o meno cristiani o religiosi. Come cristiani oggi siamo una minoranza, ma questo non costituisce un problema decisivo se sappiamo essere una minoranza significativa: se siamo consapevoli di ciò, nostro compito è portare la nostra proposta umanizzante nella certezza che la fede cristiana ha una valenza universale che nelle diverse culture contribuisce a esprimere umanesimi diversi, multicolori come la sapienza del vangelo. Ora, proprio perché crediamo alla verità delle parole, non crediamo alle ipotesi di post-umanesimo o trans-umanesimo avanzate in un dibattito di idee che non tocca minimamente il vissuto quotidiano di uomini e donne del nostro tempo. Stiamo molto attenti a non fabbricarci formule o nomi avulsi dalla realtà e incomprensibili, solo per avere nemici contro cui batterci. Certo, occorre prendere atto dei vertiginosi mutamenti antropologici in atto, imparare a leggere in modo nuovo vita e morte, natura e cultura, corpo e spirito, ma senza angoscia né paura, guardando e scrutando come anche oggi ci sono “segni dei tempi” e “segni dei luoghi” ai quali essere attenti per un discernimento concreto che derivi da un ascolto della parola di Dio e da un’attenzione agli uomini e alle donne concreti nel nostro tempo e nei luoghi dove abitano. Uscire dall’autoreferenzialità e dai propri confini senza paura dell’altrove, testimoniare la speranza che è in noi, Gesù Cristo, abitare questa terra, le città con responsabilità e solidarietà con i più poveri, educare trasmettendo l’eredità e aprendo nuovi orizzonti, trasfigurare questo mondo destinato a diventare la dimora del regno di Dio: questi sono i compiti che in ogni caso chiedono alla chiesa italiana di cessare di avere paura e di partecipare con gli altri uomini all’edificazione di una società più umana.
Occorre inoltre coraggio per affrontare il conflitto quando si accende anziché metterlo a tacere senza ascoltare le ragioni dell’altro: è facile e comodo, di fronte a istanze critiche, a domande a volte anche contestatrici, non ascoltarle, dileggiarle e persino reprimerle con parole e giudizi talora calunniosi. Questo è quello che il papa chiama “estremismo di centro”. La chiesa italiana ha ancora tante forze, ha ancora “la gente” che ne compone un tessuto sano: non è una chiesa astenica, ma è giunta a un’ora cruciale di conversione nel suo stare nella compagnia degli uomini. Non si tratta di elaborare un proprio umanesimo, bensì di fornire un contributo profetico al faticoso mestiere di vivere che uomini e donne affrontano ogni giorno nel nostro paese. Ciascuno di loro vive una sola vita, sovente molto contraddetta, e attende di salvarla cercando un cammino di umanizzazione, tendendo alla convivenza buona.

Una icona per il nuovo umanesimo
“Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. (Filippesi 2, 1-11).

Emozioni e Sentimenti
Le emozioni
Per emozioni si intendono gli stati mentali e fisiologici correlati a determinate modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. La loro principale funzione permette di rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizza cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente. Secondo lo psicologo Paul Ekman, nell’individuo sono in realtà insite sin dalla nascita delle emozioni di base: gioia, rabbia, tristezza, disgusto, paura e vergogna. Le emozioni hanno una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e dall’altra parte hanno una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche). Si differenziano quindi in maniera netta dagli stati d’animo e dai sentimenti. Sono stati mentali e fisiologici di breve durata e transitori. Secondo una recente definizione dello studioso di emozioni Robert Plutchik, quelle definite primarie sono otto e divise in quattro coppie: la tristezza e la gioia, la rabbia e la paura, il disgusto e l’accettazione, la sorpresa e l’attesa.
I sentimenti
Si considerano invece sentimenti quegli stati d’animo, ossia una condizione cognitivo-affettiva, che durano di più rispetto alle emozioni dato che possono rimanere attivi per un periodo più lungo e che presentano una minore incisività rispetto alle emozioni. I sentimenti si riferiscono all’esperienza privata delle emozioni. Il termine deriva dal latino “sentire”, ovvero percepire con i sensi. Grazie all’opera del filosofo Cartesio, che fornì una netta distinzione tra “res cogitans” e “res extensa”, i sentimenti assumono un’importanza specifica rispetto alle funzioni corporee. Nell’età romantica, si torna a parlare di sentimenti distinguendoli dal sentimentalismo. Il sentimento diventa la facoltà di cogliere l’infinito sia in senso lirico che religioso.

La prima via per un nuovo umanesimo: il dialogo e l’ascolto.
Se è vero che i “Cristiani sono l’anima del mondo”, tale definizione va presa con intelligenza. Non si legga infatti come un’ arrogante pretesa annessionistica, a maggior ragione oggi, in un contesto sociale in cui, per grazia, siamo ritornati ad essere minoranza nella società. Ne la si comprenda come se i cristiani fossero una lobby, un gruppo di pressione che vuole ottenere determinati vantaggi in ordine ai cosiddetti “valori non negoziabili”. No. I cristiani possono esser l’anima del mondo innanzi tutto se sono affidabili, credibili, se testimoniano con la vita la fede, ossia ciò in cui credono. Solo se il vangelo ci anima in quanto cristiani- e di conseguenza siamo capaci di parrhesia evangelica, di dire ciò che pensiamo e fare ciò che diciamo-, solo allora possiamo essere l’anima del mondo; ma questo nel dialogo con i nostri fratelli e sorelle in umanità. A tutti, nessuno escluso,  è rivolta la buona notizia del vangelo di Gesù; e viceversa, si può dialogare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, disponendosi a ricevere ciascuno contributi in termini di lotta all’alienazione e all’idolatria, di ricerca di cammini di senso e di umanizzazione. Sulla scia del Concilio, Papa Paolo VI ha scritto parole indimenticabili sul dialogo:  La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio.  Ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli. Il dialogo della salvezza ha conosciuto normalmente delle gradualità, degli svolgimenti successivi, degli umili inizi prima del pieno successo; anche il nostro avrà riguardo alle lentezze della maturazione psicologica e storica e all’attesa dell’ora in cui Dio lo renda efficace. Non per questo il nostro dialogo rimanderà al domani ciò che oggi può compiere; esso deve avere l’ansia dell’ora opportuna e il senso della preziosità del tempo. Oggi, cioè ogni giorno, deve ricominciare; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto. La chiesa dialoga con il mondo perché non ha paura degli uomini e del mondo stesso, sapendo che Dio ha giudicato l’opera della creazione “bella e buona” e vuole che “tutti gli uomini siano salvati”. La chiesa dialoga con il mondo con la consapevolezza che tutto ciò che è veramente umano è cristiano e tutto ciò che è autenticamente cristiano è umano, dal momento che ogni essere umano in quanto tale è ad immagine e somiglianza di Dio. E come a tal proposito non ricordare le parole di Papa Francesco ai Vescovi della Corea: “Il dialogo autentico richiede anche una capacità di empatia. Perché ci sia dialogo, dev’esserci questa empatia. La sfida che ci si pone è quella di non limitarci al ascoltare le parole che gli altri pronunciano, ma di cogliere la comunicazione non detta delle loro esperienze, delle loro speranze, delle loro aspirazioni, delle loro difficoltà e di ciò che sta loro più a cuore. Tale empatia dev’essere frutto del nostro sguardo spirituale e dell’esperienza personale, che ci porta a vedere gli altri come fratelli e sorelle, ad “ascoltare”, attraverso e al di là delle loro parole e azioni, ciò che i loro cuori desiderano comunicare. In questo senso, il dialogo richiede da noi un autentico spirito “contemplativo”: spirito contemplativo di apertura e di accoglienza dell’altro. Io non posso dialogare se sono chiuso all’altro. Apertura? Di più: accoglienza! Vieni a casa mia, tu, nel mio cuore. Il mio cuore ti accoglie. Vuole ascoltarti. Questa capacità di empatia ci rende capaci di un vero dialogo umano, nel quale parole, idee e domande scaturiscono da un’esperienza di fraternità e di umanità condivisa”. Il dialogo, dunque è la via umana, condivisa da tutti, per costruire insieme un senso; è un metodo, uno stile di vita, che diventa cammino fatto insieme, ricerca condivisa della verità che si fa storia… Mi piace sottolineare l’aspetto dell’ascolto richiamato dal Pontefice. Ascoltare è far tacere le voci dentro di se, è mettere tra parentesi ciò che si sa dell’altro…e di se stessi! E’ creare in se o lasciar avvenire in sé uno spazio vuoto, un’attesa dell’altro, un desiderio. Si possono leggere in questa luce i seguenti versetti della Lettera ai cristiani di Filippi: Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini.  Quando Cristo venne all’uomo per dialogare con lui, accetta in se questo vuoto e lo pone in ascolto dell’uomo e gli insegna la lingua degli uomini. Non è forse per questo motivo che Luca ce lo fa contemplare prima di tutto in-fas, cioè “senza voce” bambino coricato in una mangiatoia? Che il Verbo di Dio, la sua Parola o suo Figlio, inizi la propria vita umana come un lattante che deve imparare a parlare, ci dice abbastanza bene ciò che richiede l’ascolto per il dialogo. Che Gesù inizia a predicare solo dopo il battesimo in età adulta e sull’Humus della sua vita a Nazareth, ci dice anche la pazienza richiesta per divenire familiari dell’altro ed abitare il suo paese.

PREGHIERA DELL’ASCOLTO
Non si ascolta solo con le orecchie, bisogna imparare a creare le condizioni per ascoltare con il cuore, solo quando avremo imparato ad ascoltare il nostro prossimo col cuore avremo imparato ad ascoltare Dio.

Signore, mi manca la capacità di ascolto.
Non so ascoltare la natura, il prossimo e nemmeno me stesso.
Fa’ che ascoltandoti diventi più sensibile e più attento
a ciò che mi circonda e a ciò che avviene in me,
nella mia mente e nel mio cuore.
Tu non ci hai creati per vivere nell’inconsapevolezza,
ma per conoscerti, amarti e lodarti.
Insegnami, sin dal primo mattino a fare silenzio
nella mia mente e nel mio cuore
affinché possa percepire i tuoi palpiti d’amore
attraverso il mio respiro, i battiti del mio cuore, i riflessi della luce,
le persone che mi hai messo accanto in famiglia,
sul posto di lavoro, nelle varie occasioni sociali.
Aiutami a percepire il mistero della tua presenza paterna
negli avvenimenti gioiosi e tristi della mia vita.
Che io possa riconoscere anche nelle più piccole cose
la tua immensa capacità di donare, affinché ti possa contraccambiare.
Rendimi attento alle parole del povero e del bisognoso:
fa che non mi disperda nell’indifferenza e nell’apatia.
Donami l’umiltà vera, affinché possa sintonizzarmi con la tua
che hai dimostrato quando nel mistero dell’Incarnazione
hai voluto ascoltare con tutto il tuo essere la creatura, per venirle incontro.
Donami la capacità di ascoltare per amarti e lodarti in eterno!
Amen.

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