20 Novembre 2017 – Incontro di Formazione: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’umanesimo cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Padre Vincenzo Arzente O.M.

“Ora la mia gioia è compiuta. Egli deve crescere ed io diminuire”.
L’umanesimo Cristiano, è quello dei sentimenti di Cristo Gesù. Dice Papa Francesco che questi sentimenti non sono astratta sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e prendere decisioni.

Sintesi incontro precedente
Tra umanesimo e nuovo umanesimo
Il primo umanesimo:
– Esaltazione della dignità e libertà dell’essere umano.
– Riconoscimento dell’assenza di una “natura” umana stabile e definitiva. In altre parole, l’uomo non ha un’essenza fissata una volta per tutte ma è un essere libero che si auto-costruisce. Quest’idea si trova espressa con particolare chiarezza nella “Orazione sulla dignità dell’uomo” di Pico della Mirandola che può essere considerata come un vero e proprio “Manifesto” dell’umanesimo rinascimentale.
– La concezione dell’uomo come “grande miracolo”, come un infinito che, in quanto microcosmo, riflette in sè tutte le proprietà dell’universo o macrocosmo.
Il nuovo umanesimo:
– Posizione centrale dell’essere umano sia come valore sia come preoccupazione.
– Affermazione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani.
– Riconoscimento delle diversità personali e culturali.
– Tendenza a sviluppare la conoscenza al di là di quanto accettato come verità assoluta.
– Affermazione della libertà di idee e credenze.
– Ripudio della violenza.

 

L’umanesimo nel nostro Santo Padre
Il concetto di “minimo”, non solo tra i “minimi” ma anche tra gli “umili”, è una declamazione dell’esistere dell’anima come antropologia della religione che resta nella sfera della teologia, ma si identifica sempre nel cammino di una carità diffusa attraverso l’umiltà compresa. Nella cristianità calabrese la santità è vissuta come personificazione interlocutoria tra le culture che hanno reso il popolo calabrese “accettante”, ed “accogliente”.

Icona evangelica per un nuovo umanesimo
“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.

Emozioni e Sentimenti
Per emozioni si intendono gli stati mentali e fisiologici correlati a determinate modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. La loro principale funzione permette di rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizza cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente.
Si considerano invece sentimenti quegli stati d’animo, ossia una condizione cognitivo-affettiva, che durano di più rispetto alle emozioni dato che possono rimanere attivi per un periodo più lungo e che presentano una minore incisività rispetto alle emozioni. I sentimenti si riferiscono all’esperienza privata delle emozioni. Il termine deriva dal latino “sentire”, ovvero percepire con i sensi.

La via del dialogo e dell’ascolto
Il dialogo dunque è la via umana, condivisa da tutti, per costruire insieme un senso; è un metodo, uno stile di vita, che diventa cammino fatto insieme, ricerca condivisa della verità che si fa storia.
Ascoltare è far tacere le voci dentro di se, è mettere tra parentesi ciò che si sa dell’altro…e di se stessi! E’ creare in se o lasciar avvenire in sé uno spazio vuoto, un’attesa dell’altro, un desiderio.

Tracce di nuovo umanesimo nella Regola TOM
L’arrivo all’eremo di Paola di Padre Bernardino d’Otranto, così come in Francia, quello di Padre Fancois Binet, fa avvertire in seno alla primitiva Congregazione Eremitica di Francesco, il bisogno di dotare la stessa di un’ossatura giuridica, atta a rilanciarla anche canonicamente, nell’alveo degli ordini e congregazioni del tempo. In entrambi i casi, si tratta di personaggi di altissimo spessore morale, che hanno intravisto nella congregazione dell’Eremita, la freschezza di un umanesimo reale e di una intuizione autentica e non bisognosa di riforma. Nella stesura dei testi pertanto, se pur espressa a tratti in maniera scarna e con linguaggio essenziale, è ravvisabile per intero il pensiero del Santo Fondatore. Come sopra e precedentemente accennato, la via “Minima” incarnata e proposta da Francesco, è la ragione del co-esistere da umili e tra gli umili, con la consapevolezza di un “Bene” che è quello del singolo che si estrinseca nel cammino penitenziale, ma che trova il suo banco di prova nella prossimità con gli altri fratelli e nella possibilità reale di instaurare relazioni autentiche che nascano da un vissuto di fede adulto e reale.
Questa la via umanissima, dal basso, alla pari, proposta nella Regola, che promana da una comunione con l’Assoluto, e ad essa tende e ritorna, ampliata ed arricchita dal vissuto dei singoli.
Già fin dal primo capitolo troviamo indicazioni in merito.

  • La Fraternità. Innanzi tutto, nel titolo che si da dei terziari e delle terziarie: FRATELLI E SORELLE! Non semplicemente un fatto nominale, che esprime tutta la verità e la sostanza del percorso penitenziale. Nella Bibbia la parola ‘fratello/i’ si trova un migliaio di volte; invece è molto raro l’astratto ‘fraternità’. Nel Primo Testamento la parola ‘akh (e anche rea’,più vicino al significato di ‘prossimo’, come vedremo) indicano sia il fratello in senso stretto sia il parente in genere. Fratello poi può esser chiamato anche l’amico (“fratello mio Giònata!”, 2Sam 1, 26), il connazionale, l’alleato: insomma l’ebreo del Primo Testamento dice facilmente fratello a qualsiasi persona che senta come lui, dalla sua parte, e ‘fratelli’ sono tutti i figli di Abramo. Al di là dei legami di sangue, essere fratelli significa avere lo stesso Dio, vivere la stessa Alleanza, le stesse attese, appartenere consapevolmente allo stesso popolo. Qui l’universalità è caratteristica della fraternità, nella sua dimensione escatologica. La dinamica propria della fraternità va dal particolare all’universale: la fraternità si muove a spirale tra dono e impegno, in una prospettiva universalizzante.
  • La corresponsabilità. Viene espressa come il farsi carico gli uni del cammino dell’altro, accompagnandolo con carità, ed esercitando verso di lui l’arte della correzione fraterna che può molto di più e molto prima della punizione. La presa di coscienza della corresponsabilità è uno dei punti nevralgici del cammino penitenziale ; è talmente decisiva che possiamo osare dire che se fratelli e sorelle riusciranno a fare propria tale consapevolezza potremo avere luna famiglia religiosa pensata all’altezza del nostro Santo Fondatore, altrimenti no. E’ la stessa chiesa che lo richiede.  Infatti uno degli insegnamenti centrali del concilio è stata la piena appartenenza alla Chiesa di tutti i battezzati, fra i quali non si distingue più in membri attivi e passivi, quanto si riconosce piuttosto la comune condizione di testimonianza e servizio, pur nella diversità di carismi, ministeri e condizioni di vita. Per comprendere la corresponsabilità dei laici dunque ci mettiamo alla scuola del concilio seguendo questo breve ma significativo percorso: • la dignità battesimale di tutti i credenti (LG 9-12) con il conseguente coinvolgimento nella vita della Chiesa sulla base dei carismi ricevuti. Ci soffermiamo in modo particolare su questo punto, perché, una volta interiorizzata la condizione dei credenti in forza della fede e del battesimo, la corresponsabilità di ciascuno alla vita della Chiesa sarà conseguenza spontanea ed evidente; • i rapporti fra laici e ministri (LG 37) in vista di una prassi rinnovata.. Portate i pesi gli uni degli altri…si dirà altrove.
  • Il Servizio. “Voi siete chiamati ad essere servi fedeli di Dio…” E’ un concetto che ritorna più volte già nel primo capitolo. Certo viene visto come un esercizio rivolto a Lui, ma i cui risvolti, ricadono inesorabilmente sulle dinamiche fraterne. La parola “servizio” è una delle più abusate, e spesso è usata per dire proprio il contrario di ciò che essa significa e di ciò che vuole e deve essere.
    Nella nostra cultura il termine servo è ormai logoro e disprezzato, non piace, perché servire è considerato umiliante e perché si è fatta molta retorica in proposito, si sa che nel nostro modo di parlare questa espressione risulta essere un vocabolo degradante, mortificante, offensivo, guai a rivolgersi a qualcuno chiamandolo “servo” o “schiavo”, eppure è una parola anzi è un modo di comportarsi molto comune e per niente umiliante.  Forse allora il termine servo può essere una delle parole più belle, che va riscattata alla luce del Vangelo e della Regola, è una parola che ha una grande dignità e ricopre un importanza fondamentale per la nostra vita relazionale secondo l’esempio e l’insegnamento del Signore e del Santo Fondatore. Il servizio è una maniera diversa e provocatoria nei confronti del modo abituale di pensare, di considerare se stessi e di vivere il rapporto con gli altri e addirittura con Dio, da cui promana… “alla fine dite: Siamo servi inutili: abbiamo fatto solo quanto dovevamo fare”.

Per la riflessione:
Un nuovo umanesimo implica necessariamente una lettura dal basso di ciò che siamo e facciamo. Non autoreferenziale, non autocelebrativa, ma che invece traduca nella pratica, quanto lo Spirito, per mezzo della fede, opera nella nostra vita. Siamo chiamati a porre in essere azioni, atti e parole, che hanno la capacità di edificare nel bene. Per far questo, è necessario ristabilire rapporti nuovi in seno alle nostre fraternità che partano dalla conoscenza e comprensione reciproca, al dialogo, all’ascolto, alla capacità di rendere visibile l’invisibile attraverso i tratti di una carità autentica ad intra e ad extra delle nostre fraternità.

  • Quale comprensione e conoscenza ho del reale vissuto dell’altro?
  • Sono aperto al dialogo… disponibile all’ascolto?
  • I Sentimenti che muovono il mio agire: sono quelli di Cristo Gesù?
  • La fraternità, la corresponsabilità, il servizio… dove li colloco nella mia vita?
  • Quale azione concreta possiamo porre in essere in prossimità del Santo Natale, per riappropriarci dello Spirito umanissimo del Natale?

Per l’approfondimento:

  • Filippesi 2, 1-11
  • Il Primo Capitolo della Regola

PREGHIERA DELLA FRATERNITA’
Signore, ti preghiamo:
perché ci conosciamo sempre meglio e ci comprendiamo nei nostri desideri e nei nostri limiti.
Perché ciascuno di noi senta e viva i bisogni degli altri.
Perché a nessuno sfuggano i momenti di stanchezza, di disagio, di preoccupazione dell’altro.
Perché le nostre discussioni non ci dividano, ma ci uniscano nella ricerca del vero e del bene.
Perché ciascuno di noi nel costruire la propria vita non impedisca all’altro di vivere la sua.
Perché viviamo insieme i momenti di gioia di ciascuno e guardiamo a Te che sei la fonte di ogni vera gioia.
Perché soprattutto ci amiamo come Tu, o Padre, ci ami e ciascuno voglia il vero bene degli altri.
Perché la nostra Fraternità non si chiuda in se stessa, ma sia disponibile, aperta, sensibile ai bisogni degli altri.
Perché ci sentiamo sempre parte viva della Chiesa in cammino
e possiamo continuare insieme in cielo il cammino cominciato quaggiù alla scuola di Francesco
e sotto lo sguardo di Maria, Madre di Gesù e Madre nostra.
Amen.

 

 

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