22 Gennaio 2018 – Collatio Laboratorio 1: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’Umanesimo Cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Gisella Leone

Il primo Umanesimo colloca al centro dell’universo l’uomo, nell’affermazione delle sue libertà e della sua autosufficienza, secondo una corrente di pensiero che è prettamente autocelebrativa, autoreferenziale.
L’Umanesimo Cristiano che noi siamo chiamati a vivere, pone invece al centro Cristo, il Dio fatto Uomo e donato all’umanità per Amore. L’agire dell’uomo in tale contesto quindi, non è più orientato a imporre il proprio IO all’altro, ma  a misurarsi con lui, in un clima di dialogo e accettazione delle diversità. Nell’Umanesimo Cristiano l’agire dell’uomo deve rispecchiare sensibilità e attenzione alle esigenze spirituali e materiali dell’altro, secondo principi di uguaglianza, giustizia e verità, divenendo corresponsabile dei suoi stati di fragilità e “prodigandosi” per lui. “Amatevi come io vi ho amati”- dice Gesù-  “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri, come io ho amato voi”.
In tale contesto si scoprono quindi termini come:
“Fraternità” (fratellanza di fede);
“Corresponsabilità” (farsi carico dei bisogni del proprio fratello);
“Servizio” (orientare il proprio agire per realizzare la Gloria di DIO ed il bene dell’Altro)

Relativamente alle domande:
Quale comprensione e conoscenza ho del reale vissuto dell’altro?
Sono aperto al dialogo…disponibile all’ascolto?
La fraternità, la corresponsabilità, il servizio, dove li colloco nella mia vita?
E’ emersa in tutti la consapevolezza che è necessaria una profonda conoscenza dell’altro per poter poi rapportarsi correttamente con lui. Tale conoscenza è però a volte ostacolata dall’egoismo, dall’egocentrismo, perché si antepongono i propri problemi, magari effimeri, alle reali esigenze altrui (la cosiddetta anestesia spirituale o indifferenza). Oppure da una vita troppo frenetica che, indipendente dalla propria volontà, impedisce di conoscere anche se stessi, nonostante ci siano buoni propositi e disponibilità a concretizzarli. Il buon proposito di voler accogliere in maniera più intima, nella propria casa, nella propria famiglia il diseredato, il fratello rifugiato è inficiato dal timore per l’imprevedibilità comportamentale dello stesso, alla luce del vissuto di cronaca contemporanea. E’ comunque possibile promuovere e aderire ad iniziative di solidarietà tramite gli ambiti parrocchiali e le istituzioni, rapportandosi sempre con gentilezza e carità fraterna, anche con un semplice sguardo amorevole, privo di pregiudizi…

Relativamente alla III domanda:
I sentimenti che muovono il mio agire, sono quelli di Cristo Gesù ?
L’Accoglienza e la Carità fraterna devono scaturire dall’intimo del nostro cuore, dal bisogno di concretizzare il bene per l’altro, pervasi da un Amore più grande che è quello di Cristo per noi. L’accoglienza e la carità fraterna, devono essere vissute con discrezione, nel nascondimento, evitando la celebrazione di sé, sentendosi nella comunità di fede e sociale, “pietre vive”, capaci di dare ognuno secondo le proprie possibilità e i talenti ricevuti. La Fraternità è eterogenea, ma se ogni membro dà il primato a Cristo con la comprensione, accettazione e sostegno dell’altro, le diversità saranno motivo di arricchimento reciproco piuttosto che di scontri e divisioni; inoltre il ricercare i fratelli lontani per reintegrarli, percorrendo la via del dialogo, del chiarimento e del perdono, crea i presupposti per la vera ”Comunione”, edificando il “Corpo di Cristo che è la Chiesa”.

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