n° 7/ del 18 ottobre 2003

n° 7/ del 18 ottobre 2003

di Elisabetta Mercuri e Giannetta Mancini

“Dalla Liturgia alla Vita” L’Educazione alla Preghiera nelle fonti bibliche
(per un lavoro del Consiglio Provinciale)

Esiste una modalità per indirizzare l’uomo all’esercizio della preghiera? Ma, prima di tutto, l’uomo ne conosce il significato etimologico, i contenuti che la formano? Esistono tempi e modi per pregare? Da dove viene la preghiera e, da dove si parte pregando? Perché, poi, bisogna pregare?Santa Teresa del Bambin Gesù diceva: “La preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia.”. Infatti, fin dai tempi più antichi, anzi antichissimi, poiché si vuole fare riferimento agli uomini primitivi, questi, quando ancora abitavano nelle caverne e si coprivano con pelli di animali, provavano gioia quando spuntava il giorno e splendeva il sole. Si spaventavano invece davanti alle manifestazioni di fenomeni naturali incomprensibili per loro, come i tuoni, i fulmini, i terremoti, la morte, ecc. Questo li portava a chiedere aiuto e protezione a “qualcuno”. Cercavano nella natura un Dio da pregare, e allora adoravano la luna e le stelle, il fuoco che li riscaldava e l’acqua che li dissetava e ancora, andando avanti nei tempi svilupparono il culto di divinità più concrete e le raffigurarono sottoforma di animali o di sembianze umane e ognuna di esse simboleggiava il bene, il male, la protezione, la salute, la felicità, ecc. L’uomo, quindi, ha sempre avvertito la presenza di un “Essere Superiore” a cui rivolgersi e a cui confidare il proprio animo; quindi, l’atto del pregare è innato in lui, è un dono che viene dall’alto. Sia che dimentichi il suo Creatore, o si nasconda lontano dal suo Volto, instancabilmente, il Dio vivo e vero chiama ogni persona al misterioso incontro con Lui attraverso la preghiera.Per il cristiano la preghiera è un’esigenza di elevazione dell’anima verso Dio.La preghiera accompagna tutta la storia della salvezza, è legata alla storia degli uomini e, man mano che Dio si rivela e rivela l’uomo a se stesso, la preghiera viene manifestata con parole e atti e diventa un appello reciproco, un evento di Alleanza tra Dio e l’uomo. Nell’Antico Testamento, a partire da Abramo, la preghiera viene rivelata come “combattimento della fede e vittoria della perseveranza”. Ad Abramo Dio chiede il sacrificio del figlio ed egli accetta abbandonandosi completamente alla volontà del Padre. In Mosè la preghiera si fa intercessione: Dio chiama il suo servo Mosè e questi risponde, adegua la sua volontà a quella del suo Creatore e, in questo dialogo, impara a pregare. Dio gli parla faccia a faccia e in questa intimità Mosè attinge la forza dell’intercessione. Non prega per sé, ma per il suo popolo sottomesso a Dio. La preghiera del popolo di Dio si sviluppa sotto le grida dei pastori e dei profeti, cresce, si fa sempre più matura e diventa un canto soave nei Salmi, capolavoro della preghiera dell’Antico Testamento. Ma è con l’arrivo di Gesù che si rivela la novità della preghiera, che diventa preghiera filiale. Nella sua preghiera Cristo esprime la sua confidenza profonda con il Padre, la sua concreta esperienza di uomo gli suggerisce secondo i casi preghiere di lode, di ringraziamento, d’intercessione, fino alla drammatica richiesta dell’allontanamento della morte e all’abbandono totale nelle mani del Padre, fino a quell’ultimo forte grido prima di rendere lo Spirito: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.La preghiera di Gesù è adesione umile e fiduciosa della sua volontà di uomo alla volontà del Padre ed è contemplando il Verbo Incarnato che gli uomini apprendono a pregare. Il Vangelo ci offre molteplici insegnamenti di Gesù sulla preghiera. “La preghiera, quindi, non va data per scontata” (N. M. Ineunte). E’ necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest’arte dalle stesse labbra del Maestro Divino, così come fecero i primi discepoli. Infatti, nel Vangelo secondo San Luca (11,1-4) si sottolinea l’azione dello Spirito Santo e il senso della preghiera nel ministero di Cristo. Nel suo insegnamento, Gesù educa i suoi discepoli a pregare con un cuore purificato, con una fede viva, con un’audacia filiale. Li esorta a rivolgere le loro domande a Dio nel suo Nome. Gesù Cristo stesso esaudisce le preghiere che Gli vengono rivolte. Sempre nel Vangelo (Luca 11, 1-4), un esempio di preghiera perfetta è il “Padre Nostro”, insegnatoci da Gesù. Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi intimi. Questa reciprocità è l’anima della vita cristiana ed è condizione essenziale per ogni autentica vita pastorale. Essa è realizzata in noi dallo Spirito Santo e, attraverso Cristo e in Cristo, ci apre alla contemplazione del volto del Padre. Questa logica trinitaria della preghiera cristiana, vissuta nella Liturgia è il segreto di un cristianesimo veramente vitale che non teme il futuro perché torna continuamente alle sorgenti e in essa si rigenera.San Francesco di Paola, nella sua vita, mette al primo posto la preghiera, “l’orazione assidua”, che è l’unico mezzo che mette in diretto rapporto l’uomo e Dio. Con la preghiera e l’ascolto della parola di Dio, il cristiano è portato a realizzare in se quell’equilibrio che può portare ad una dimensione interiore di pace e, seguendo un giusto itinerario fatto di preghiera, ascesi e carità, l’uomo riesce a superare l’egoismo che è causa prima della perdita di ogni pace verso se stessi e verso il prossimo. Il nostro San Francesco, già all’età di appena quindici anni, riesce a diventare voce della Parola di Dio dedicandosi all’ascolto della stessa attraverso il silenzio, la contemplazione, la preghiera e la penitenza, cercando, poi, di assecondarne la volontà. L’uomo che si mette in ascolto della parola di DIO, con la preghiera e la meditazione, si riconosce dipendente. Accetta cioè quella dipendenza radicale da Dio, che lo conduce a considerare tutta la sua vita in relazione al fine ultimo. L’uomo si riconosce come progetto di Dio e perciò non indipendente e autosufficiente, in quanto ha bisogno di far continuamente riferimento a Dio. Con l’ascolto e la preghiera il credente raggiunge la pacificazione interiore. Quando l’uomo prega sa di essere investito della grazia e della potenza di Dio, e, per chi vuole agire nel bene, è un aggancio di speranza con il Padre. “Attendete con tutte le forze alla devozione e all’orazione con umiltà” (S. Francesco, I Regola). Dio è pur sempre l’Altissimo, il Santo, l’Eccelso, l’Infinito; la preghiera cerca di giungere là dove non può arrivare l’uomo, fino a che resta pellegrino sulla terra. Essa vorrebbe far anticipare la visione “faccia a faccia” che gli è riservata per l’eternità. Proprio perché la preghiera ha l’ardire di comunicare con l’Altissimo è necessario che la nostra anima sia concentrata nel silenzio e disposta all’umiltà. A proposito di ciò, il deserto è sempre stato il luogo dei grandi appuntamenti con Dio: Mosè incontra Dio nella solitudine dell’Oreb; Elia incontra Dio nel deserto; il popolo ebreo, schiavo in Egitto, è inviato da Dio nel deserto a tre giorni di cammino. Nel deserto Gesù chiama i suoi discepoli per far sentire loro la dolcezza della sua intimità. In un giardino deserto, il Getsemani, nelle ore più deserte, quelle della notte, Gesù fa la sua preghiera di offerta al Padre. Anche S. Francesco prediligeva i luoghi solitari e appartati per pregare, egli, infatti, è definito l’uomo della “grotta”. Egli ha fatto di questo luogo la forza portante della sua esperienza eremitica. Attraverso l’esperienza della “grotta” egli vive il suo modo di essere fedele a Cristo e di vivere il Vangelo. Nella solitudine della “grotta” egli attua certi valori, che sono stati la forza trainante della sua esperienza di fede: il primato assoluto di Dio, vissuto nella preminenza della scelta contemplativa, vissuta nel distacco dal mondo e nella mortificazione, una comunione che è stata stimolo per una comunione con Dio e con i fratelli, per l’accorrere numeroso di gente, che attraverso l’incontro con l’eremita, trovarono la via di Dio. La spiritualità di S .Francesco è una proposta di vita evangelica: “Il motivo per cui ci siamo riuniti è quello di praticare il Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo” (S. Francesco I Regola cap. 1). La preghiera, è come il respiro di questa proposta di vita.

La preghiera nella vita quotidiana

Alla scuola di San Francesco di Paola, noi terziari, impariamo che tutta la nostra vita deve essere un canto di lode e di ringraziamento verso il Signore che ci ha creati e che ha elargito a tutti noi grandi benefici; dobbiamo allenare di continuo la nostra mente ed il nostro spirito con la preghiera, in modo da creare un dialogo diretto con la parola di Dio. Dobbiamo pregare spesso nell’arco della giornata per noi e per gli altri; la nostra preghiera, non sarà solo personale ma partecipativa alla vita comunitaria. Nella nostra vita, ogni cosa che facciamo, deve essere fatta con amore ed entusiasmo, con e per il Signore, lasciandoci trascinare ed invadere dal gusto delle cose celesti. Nella Regola (cap. 1), San Francesco ci propone la conoscenza e la severa osservanza dei comandamenti di Dio, “…affinché amando Dio, con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima e con tutte le forze, e il prossimo come se stessi, possiate conseguire il frutto della vita eterna”. Dalle Costituzioni (n° 20, punti a, b, c) apprendiamo che per essere esempio di perfezione e di testimonianza evangelica, il terziario deve di continuo alimentare la propria vita interiore a viva ed assidua pietà, ricorrendo con frequenza alla preghiera. Per essa si renderà abile all’offerta quotidiana delle sua fatiche e delle sue pene a Dio, quasi “messa” personale per la consacrazione del mondo. Inoltre sarà assiduo alla vita sacramentale, per essere efficace lievito evangelico nelle strutture del mondo. Pertanto la preghiera liturgica sarà messa al primo posto; parteciperà attivamente alla celebrazione della messa domenicale e di tutti i giorni festivi, con opere di pietà e attività caritative, poiché la vita spirituale non si limita solo alla liturgia. Ogni giorno dedicherà un congruo periodo di tempo alla preghiera, personale e non, allargandola anche alla propria famiglia, vivendola, di tanto in tanto, con una più intensa spiritualità quaresimale. Le nostre preghiere non devono essere rivolte soltanto alla vita terrena, ma anche e soprattutto alla vita eterna, e devono essere sostenute ed alimentate dall’amore e dal ricordo per i nostri defunti che, attraverso le nostre preghiere, potranno godere della beata visione, ma è salutare anche per noi vivi poiché attraverso ciò, potremo essere in comunione con l’intera chiesa, quella terrena e quella celeste in una comunione dei vivi e dei morti. San Francesco, avendo inoltre un amore particolare per la Vergine Maria, ci ricorda che possiamo rivolgerle le nostre suppliche e preghiere in qualsiasi momento della nostra vita. San Francesco, nella Regola, ci indica Maria come modello di Cristiano che ha saputo ascoltare, capire, custodire ed accogliere la Parola nella sua vita: “A lode della Beata Vergine Maria, vi dedicherete specialmente nei giorni festivi alla recita del Santo Rosario” (Regola, cap. II). Dal Magistero: “Nuovo Millennio Ineunte”, Papa Giovanni Paolo II, invita tutti noi a creare grandi comunità cristiane, per formare autentiche scuole di preghiera dove l’incontro con Cristo non si risolva solo in implorazione di aiuto, ma anche di rendimento di grazie, di lode, di orazione, di contemplazione, di ascolto, ecc. Una preghiera intensa, dunque, che aprendo il cuore all’amore di Dio, lo apre anche all’amore dei fratelli e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio. Alla preghiera sono chiamati quei fedeli che hanno avuto il dono della vocazione a una vita di speciale consacrazione: questa li rende più disponibili all’esperienza contemplativa ed è importante che la coltivino con generoso impegno. Ma non si può pensare che i comuni cristiani si accontentino di una preghiera superficiale, incapace di riempire la loro vita. Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi in qualche modo un punto qualificante di ogni programmazione pastorale. Infatti il Papa suggerisce alle comunità religiose e parrocchiali di adoperarsi per formare gruppi in un clima pervaso di preghiera. Bisogna che le comunità educhino a tutte le forme popolari e liturgiche con celebrazioni eucaristiche, recite di lodi e vespri. Invita, inoltre, tutti i cristiani a far sentire la loro voce anche nella società civile per essere testimonianza nel mondo portando le istanze del Vangelo. In una società complessa come quella odierna tante sono le urgenze alle quali l’animo cristiano non può restare insensibile. L’essere cristiani ci impone di gridare di fronte ai problemi della pace, al vilipendio dei diritti umani fondamentali, alle nuove potenzialità della scienza. Per l’efficacia della testimonianza cristiana, specie in questi ambiti delicati e controversi, è importante fare un grande sforzo per spiegare adeguatamente i motivi della posizione della Chiesa, sottolineando che non si tratta di imporre ai non credenti una prospettiva di fede, ma di interpretare e difendere i valori radicati nella natura stessa dell’essere umano. La carità si farà allora necessariamente servizio alla cultura, alla politica, all’economia, alla famiglia, perché dappertutto vengano rispettati i principi fondamentali dai quali dipende il destino dell’essere umano e il futuro della civiltà. Tutto questo ovviamente dovrà essere realizzato con uno stile specificamente cristiano: saranno soprattutto i laici a rendersi presenti in questi compiti. In particolare, il rapporto con la società civile, dovrà configurarsi in modo da rispettare l’autonomia e le competenze di quest’ultima, secondo gli insegnamenti proposti dalla dottrina sociale della Chiesa. E’ infatti noto lo sforzo che il Magistero ecclesiale ha compiuto, soprattutto nel XX secolo per leggere la realtà sociale alla luce del Vangelo e offrire il proprio contributo alla soluzione della questione sociale, divenuta ormai una questione planetaria. Noi terziari, educandoci alla scuola di S. Francesco, dobbiamo diventare voce di Dio nel mondo. Infatti, l’unico modo che il mondo ha per sentire Dio che parla è che i cristiani gli prestino la loro voce, diventino cioè profeti con la parola e con la vita.

Domande per la riflessione:

1) Nel tuo cuore crei “deserto” nell’atto del pregare? E, in questo deserto, riesci a cogliere la parola di Dio?

2) Nella società civile, sei testimone della “Parola di Dio”? Riesci a coinvolgere gli altri nella tua preghiera?

3) Nella preghiera del “Padre Nostro”, quando reciti “sia fatta la Tua volontà”, accetti con umiltà tutto ciò che Dio vuole per te?

PREGHIERA

Mio Dio, insegnami a pregare.

Dal mio cuore sorgano parole di lode

Dall’anima mia, un canto si levi per Te

I miei occhi colgano le meraviglie che Tu hai creato

Le mie labbra si aprano solo per magnificarti.

RIFERIMENTI

– San Francesco, Regola Cap. I e CapII

– San Francesco, Costituzioni, n° 20 a,b,c; n° 24

– Vangelo: Lc11,1-4

– P. Giovanni Cozzolino, O.M., Francesco di Paola Voce di Dio, Lamezia Terme 1997

– Magistero, Novo Millennio Ineunte “32-33-34-52”

– G. F. Morosini, Itinerario di preghiera alla scuola di S. Francesco di Paola, Paola 1985