Diario Fraternità A.P. 2017-2018

14 Maggio 2018 – Collatio Finale: Le vie dell’umanesimo cristiano per una chiesa sempre più missionaria: uscire, andare, annunciare e abitare

LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO PER UNA CHIESA SEMPRE PIU’ MISSIONARIA: USCIRE, ANDARE, ANNUNCIARE E ABITARE

Alla luce delle riflessioni svolte, nell’ambito delle riunioni dei gruppi di studio TOM, circa la possibilità di attualizzare e rendere concreto nella nostra realtà comunitaria il messaggio rivolto da Papa Benedetto XVI alla Caritas in occasione del quarantesimo anniversario dalla sua fondazione, dell’esperienza maturata presso il Centro di Ascolto San Pancrazio ed in occasione della recente Missione Popolare che ha interessato il nostro territorio, ed in virtù delle numerose iniziative che la Comunità e il Terz’Ordine portano avanti da sempre in favore dei più deboli, si ritiene di sottoporre alla Vs. attenzione la possibilità di costituire, all’interno della nostra Parrocchia, un organismo pastorale in grado di coordinare e strutturare le attività svolte e da svolgersi per sopperire ai bisogni primari di coloro che vivono situazioni di disagio.

Lungi dall’essere una mera forma di distribuzione di opere di beneficenza, l’istituzione di una Caritas parrocchiale vuole avere quale scopo quello di promuovere nella Comunità la prossimità evangelica, rendendo operosa la fede di chi vorrà collaborare nelle forme più consone ai tempi, secondo le esigenze del territorio ed in risposta alle svariate forme di povertà esistenti.

La Caritas parrocchiale, coordinando, come detto, le iniziative di volontariato già presenti nella nostra Parrocchia (distribuzione di indumenti, doposcuola, servizio di baby sitter, raccolta alimentare, visite agli ammalati etc.), proponendone di nuove –come si dirà oltre- e svolgendo opera di sensibilizzazione intorno alle problematiche riscontrate, sarà senz’altro in grado di rispondere con maggiore puntualità alle urgenze, non solo materiali, che la parte più debole della società invoca e spesso, purtroppo, implora.
Di più, potrà, attraverso la collaborazione di tanti ed in particolare con il supporto dei terziari, testimoniare con maggiore forza il carisma minimo che anima la Comunità.

Perché la Caritas parrocchiale, così come immaginata e proposta, possa funzionare, dovrà dotarsi di una precisa struttura organizzativa e di uno Statuto che ne delinei, tra l’altro, la natura, le finalità e gli obiettivi. Quanto alla struttura organizzativa, è innanzitutto necessario che la Caritas nomini, quali figure apicali, un Presidente, da individuarsi nel Parroco della Comunità, ed un Direttore –da individuarsi in un terziario minimo- che si occupi di coordinare le varie attività da svolgersi. Verrà, in ogni caso, stilato apposito organigramma che permetta a tutti di collaborare secondo le forme più consone ai propri carismi.

Quanto alle concrete forme di supporto alla collettività che la Caritas potrebbe garantire, ferme restando quelle già assicurate dalle realtà esterne alla Parrocchia – il Centro di Ascolto San Pancrazio, l’Emporio ed altri-, con le quali verranno di certo determinate le più idonee forme di collaborazione, si ritiene che possano proseguire, con rinnovato entusiasmo, le attività di distribuzione di indumenti, il servizio di doposcuola, il babysitteraggio (in particolare destinato ai figli di immigrati, per garantire ai genitori la frequenza ad appositi corsi di lingua italiana).
Con particolare riferimento a tale ultima iniziativa, si ritiene che la struttura debba dotarsi di apposita assicurazione volto alla copertura di eventuali sinistri che dovessero capitare ai bambini.

Per ciò che attiene alla raccolta alimentare, si evidenzia che, attualmente, i beni reperiti attraverso le collette alimentari effettuate presso i supermercati e attraverso l’autotassazione a cui molti parrocchiani –specie terziari- si sono sottoposti, vengono distribuiti direttamente presso le famiglie bisognose. È, altresì, operativo l’Emporio alimentare (gestito da volontari Mascia e finanziato dalla Caritas diocesana), al quale però è possibile accedere solo dichiarando un reddito ISEE inferiore a € 3.000,00.
Si ritiene, pertanto, che tali forme di sostegno possano essere integrate o modificate, previa accordi con le attività commerciali locali, attraverso la dazione di appositi buoni spesa alle persone indigenti, da poter essere utilizzati per l’acquisto dei beni più consoni ai propri bisogni. Tali buoni, sempre previa accordi con le attività commerciali, potrebbero essere utilizzati per l’acquisto di generi di prima necessità diversi da quelli alimentari (si pensi, ad esempio, prodotti per l’infanzia).
In aggiunta ai buoni, ipotizzando magari due distinte “fasce” di bisogno, si potrebbero raggiungere convenzioni con le suddette attività commerciali che garantiscano particolari forme di scontistica ai possessori di una speciale tessera, individuati tra soggetti bisognosi “meno gravi”.
Tali forme di assistenza garantirebbero maggiore adattamento alle reali esigenze di chi versa in situazione di difficoltà, e assicurerebbero allo stesso tempo un minore disagio emotivo in chi si trova in stato di necessità.

Ancora, la Caritas parrocchiale garantirebbe la possibilità di organizzare e coordinare laboratori per la realizzazione di bomboniere e oggettistica di vario genere; tale iniziativa, affidata alla cura di terziari preparati alla lavorazione del legno o altro materiale, ai lavori di ricamo e uncinetto o altro,  avrebbe quale fine l’inserimento/reinserimento lavorativo e l’inclusione sociale di soggetti inoccupati, e potrebbe portare, attraverso esperienze di educazione al lavoro, a percorsi di orientamento al mondo professionale e percorsi di tutoraggio e accompagnamento all’inserimento lavorativo.
Attraverso i laboratori, peraltro, si potrebbero creare bomboniere e oggetti di vario tipo da destinare alla vendita o comunque alla distribuzione, secondo le modalità più opportune.

Ancora, attraverso la Caritas parrocchiale si potrebbero costituire sportelli per dare consulenza gratuita in determinati ambiti professionali: si pensi all’ausilio di un legale, di uno psicologo, di un commercialista, o comunque di esperti in ulteriori settori che offrirebbero ricevimento –secondo tempi, modi e luoghi da concordarsi- a coloro che versano in situazione di necessità.

Tutte le attività ora indicate, così come iniziative di formazione, di assistenza agli anziani, e  qualunque altra che fosse proposta e concordata, potranno essere portate avanti in maniera continuativa e stabile attraverso la costituzione di una struttura forte e organizzata; la Caritas parrocchiale, pertanto, attenderebbe agli specifici bisogni della comunità, offrendo una risposta accurata alle tante forme di povertà presenti, e renderebbe maggiormente operosa la fede delle tante persone di buona volontà, specie terziarie, presenti nella nostra Parrocchia, disposte a farsi “prossimo”.

16 Aprile 2018 – Collatio Laboratorio 2: Le vie dell’umanesimo cristiano per una chiesa sempre più missionaria: uscire, andare, annunciare e abitare

LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO PER UNA CHIESA SEMPRE PIU’ MISSIONARIA: USCIRE, ANDARE, ANNUNCIARE E ABITARE
Relazione di Maria Piera Liparota

Alla luce del discorso  che Papa Benedetto XVI ha pronunciato durante il quarantesimo anniversario dell’Istituzione della Caritas Italiana, e tenendo  in mente L’Inno alla Carità di San Paolo, siamo stati invitati a riflettere  sul significato che diamo alla parola Carità. Dopo una prima lettura del discorso del Papa, ci sentiamo  spiazzati da un così alto contenuto di messaggi evangelici, tanto che pensiamo di essere quasi inadeguati a dover dare una spiegazione nostra alla parola Carità.
Riteniamo che la cosa  necessaria da fare, prima di inoltrarci ad esprimere le nostre riflessioni, sia quella di  rileggere le parole del Papa, focalizzando la nostra attenzione su quei principi di fede che ci vengono indicati  quali essenziali per la vita di un buon Cristiano.
Ci soffermiamo innanzitutto sull’espressione: “Il distintivo del Cristiano è la fede che si rende operosa” e ancora su uno stralcio del brano preso dalla lettera di San Paolo ai Corinzi :“Ciascuno di voi è chiamato a dare il suo contributo affinché l’amore con cui siamo da sempre e per sempre amati da Dio divenga operosità della vita, forza di sevizio, consapevolezza della responsabilità” .
Capiamo dunque che se vogliamo dare vero significato alla parola Carità dobbiamo sentire dentro di noi  l’amore incommensurabile con il quale Dio ci ama e che solo camminando alla sequela di Gesù che attraverso il Vangelo ci mostra gesti di accoglienza, misericordia, compassione e speranza  possiamo essere in grado di ascoltare i nostri simili in modo aperto, benevolo, umile, intelligente e rispettoso.
A questo punto le nostre riflessioni diventano più profonde, entriamo nel vivo dell’argomento e  realizziamo che non stiamo parlando di carità intesa come semplice elemosina o soddisfazione di un bisogno di un nostro fratello in difficoltà o ancora di descrivere dei “casi”, delle situazioni nelle quali ci troviamo coinvolti e per le quali abbiamo a volte la presunzione di voler trovare soluzioni immediate, NO, a noi Cristiani, ma ci rendiamo conto che, in particolare a noi Terziari Minimi,  viene chiesto di più e cioè viene chiesto di  farci prossimo, di avere cuore e mani aperte verso gli altri in modo da far sentire il calore di Dio attraverso le nostre opere.
E ancora ci dice Papa Benedetto XVI : “Bisogna essere persone umili e concrete che come Gesù, sappiano mettersi a fianco dei fratelli condividendo un po’ le loro fatiche”.
Prendiamo coscienza che per entrare in relazione con gli altri bisogna uscire dalle nostre vedute, dai nostri schemi, dalle nostre sicurezze, dobbiamo saper ascoltare non cercando di ricavare informazioni dal racconto di vita che ci viene fatto ma partendo dal presupposto che l’altro siamo noi.. (.. il farsi prossimo).

Ma, noi Terziari Minimi sappiamo ascoltare, osservare, discernere?
Sicuramente tante e tante volte abbiamo meditato su questi temi, ma quali e quanti passi in avanti abbiamo compiuto? Riteniamo che singolarmente ogni terziario porta dentro di sé la propria storia di fede e che continuamente, aiutato dalla preghiera e dalla formazione, si mette in discussione per cercare di migliorare, ma come Fraternità camminiamo compatti perseguendo lo stesso fine? O forse è giunto il momento di farlo?
Prendiamo consapevolezza che per realizzare quel di più che ci viene chiesto dobbiamo come dice ancora Papa Benedetto XVI, avere attenzione verso il nostro territorio, apertura di mente, sguardo ampio, intuizione e previsione di un cuore che vede.

Alla luce di ciò ci domandiamo: siamo consapevoli che il nostro territorio  è afflitto dalla mancanza di reddito, del lavoro, della casa e spesso anche del cibo? o pensiamo che sono realtà che appartengono solo alle grandi città e non ci riguardano da vicino?
Conosciamo le realtà che in Parrocchia e fuori da essa svolgono servizio per rispondere ai bisogni del prossimo?

Per cominciare, all’interno della Parrocchia non tutti siamo a conoscenza che per sopperire ai tanti bisogni  di molte famiglie che si trovano a vivere momenti di grave disagio economico, alcuni parrocchiani, tra cui tanti terziari, si autotassano mensilmente in modo da integrare le raccolte alimentari che si effettuano presso i supermercati e che per garantire il principio di riservatezza, i pacchi alimentari vengono  consegnati presso le abitazioni  delle famiglie.
Sempre all’interno della Parrocchia altri terziari  offrono il loro tempo ad occuparsi dei figli delle persone immigrate per permettere loro di frequentare la scuola d’Italiano, servizio molto utile in quanto dà un valido contributo ad una maggiore integrazione dei nostri fratelli extracomunitari.
Altro servizio poi è il doposcuola offerto ai bambini delle famiglie bisognose  da alcuni volontari tra cui terziari.
All’esterno della nostra Parrocchia  non tutti siamo bene informati sull’importante realtà che da Marzo 2017, supportato dalla Caritas Diocesana, opera sul nostro territorio, parliamo del Centro d’Ascolto San Pancrazio sito presso alcuni locali messi a disposizione dalla Parrocchia Santa Maria delle Grazie.
E’ necessario approfondire la conoscenza sul lavoro che si svolge all’interno del Centro perché ci rendiamo conto che se vogliamo camminare insieme la prima cosa da fare è l’informazione.

Il C.d.A. rappresenta innanzitutto l’unione di tre Parrocchie che anche se con i diversi carismi che le contraddistinguono, si uniscono per dare aiuto, sostegno, accompagnamento, speranza a chi si trova in difficoltà. In poche parole “un cuore aperto al mondo” il suo simbolo infatti è: “Mani Aperte verso il Prossimo”.
L’aspettativa degli operatori del centro d’Ascolto alla sua apertura era quella di cercare di dare aiuto ai tanti fratelli immigrati che si trovano nel nostro territorio, ma fin da subito purtroppo, si è dovuto constatare che non solo gli stranieri si trovano in situazione di marginalità sociale, ma molti nuclei famigliari italiani che, per il protrarsi di disoccupazione, riduzione delle ore di lavoro o salute cagionevole e avviliti da un infruttuosa ricerca di lavoro, si sono trovati, seppur con molta difficoltà, perché provati da un grande senso di vergogna, a riconoscere ed esternare le proprie situazioni personali, a bussare alle porte del centro per ricevere aiuto materiale ma soprattutto perché bisognosi di essere ascoltati, compresi e orientati.
Ritorna quindi l’importanza dell’accoglienza e dell’ascolto che deve essere fatto senza alcun pregiudizio, le persone che si avvicinano al Centro devono sentirsi libere di esprimersi senza temere di essere giudicate.
L’orientamento poi, si basa su una rilettura delle reali esigenze dei nostri fratelli e sulla ricerca  delle soluzioni più indicate e dei servizi più adeguati presenti sul nostro territorio. Per fare ciò è necessario tenere attiva una rete di contatti che si rapporta con vari Enti pubblici e privati come ASL, Servizi Sociali, patronati, parrocchie e vari professionisti che volontariamente mettono a disposizione le loro competenze, ma l’aiuto più immediato che può dare il CdA, qualora ci fossero i requisiti, è quello dell’invio all’Emporio.

L’Emporio è sito in Sambiase presso il mercato coperto, è gestito dai volontari M.A.S.C.I. ed è finanziato dalla Caritas Diocesana, è una fattispecie di supermercato dove l’utente può fare la spesa per la quale invece di pagare con denaro paga con dei punti che gli vengono assegnati prima di entrare e che variano a seconda del numero di persone che appartengono al nucleo familiare. All’interno dell’Emporio si trovano non solo beni di prima necessità ma anche prodotti per l’infanzia, surgelati, alimenti da frigo e prodotti per l’igiene, purtroppo però non può accedere all’Emporio chi presenta un modello ISEE superiore a 3.000 euro, cifra questa di estrema povertà.

Ci rendiamo conto quindi che l’aiuto offerto dal C.d.A ai fratelli in difficoltà è veramente concreto, è una realtà nuova per il nostro territorio che deve essere sostenuta e potenziata.

Anche nel C.d.A operano dei volontari che si sono appositamente formati e che appartengono al Terz’Ordine dei Minimi.

Tanti dunque sono i servizi con segno Caritas che vengono prestati sia all’interno che all’esterno della nostra Parrocchia e nei quali operano terziari minimi ma se non ne abbiamo fino a questo momento preso piena coscienza è forse perché manca un coordinamento e un lavoro sinergico tra le varie attività.

Dopo aver così profondamente riflettuto ci sentiamo molto più carichi e motivati, pensiamo che è dunque  possibile dare aiuto concreto al nostro prossimo e desideriamo in maniera più forte condividere con gli altri il peso della sofferenza.
Assieme alle altre realtà Caritas presenti nella nostra comunità, vogliamo essere il buon samaritano che si ferma e mette a disposizione il suo tempo e le sue risorse per aiutare il povero, vogliamo essere il viandante misterioso di Emmaus che fa un tratto di strada con i fratelli che non hanno più fiducia nel futuro, per aiutarli a trovare nuove strade da percorrere, nuovo slancio nell’affrontare quella vita che è il dono più bello di un Dio che è Amore.

Nasce l’idea di voler realizzare un Progetto forse laborioso e un po’ azzardato ma come dice il nostro San Francesco “A chi ama Dio tutto è possibile”.
Ci piacerebbe creare una struttura Caritas gestita dal Terz’Ordine, all’interno della quale le persone che passano dal Centro d’Ascolto possano essere orientate ed a nostro avviso anche facilitate nel trovare tutti quei servizi di cui necessitano che sono ora sparsi in vari locali della Parrocchia.
La distribuzione dei vestiti, il doposcuola, il servizio di baby-sitter per i bambini delle mamme immigrate che vanno a scuola di italiano ecc.
All’interno della struttura dovrebbero inoltre essere aperti degli sportelli con orari e giorni di ricevimento ben stabiliti dove possano operare figure professionali come ad esempio: avvocato, commercialista, impiegato Inps ecc, naturalmente tutti terziari.
Infine la realizzazione, sempre nella stessa struttura, di un “Emporio Alimentare” dove quei nuclei familiari che hanno un reddito di poco superiore a 3.000 euro possano accedere.
L’Emporio dovrebbe essere alimentato: in primis dalle raccolte alimentari presso i supermercati, da fare ogni  settimana oppure ogni quindici giorni, poi da varie attività promosse dal Terz’Ordine ed anche da un contributo mensile donato da noi terziari.

Progetti di questo genere vedrebbero coinvolti terziari di tutte le fasce d’età e rafforzerebbero il senso di appartenenza ad un’unica fraternità .

La preghiera che  facciamo noi dal profondo del cuore è che Nostro Signore Gesù, con la Sua Santa Benedizione, possa far germogliare i frutti del nostro pensiero e del nostro operato!

“È cosa certa quel che vi dico: tutto ciò che chiedete nella preghiera, abbiate certezza che è già vostro; perché così dovrà avvenire per volere della Madonna”
San Francesco di Paola

16 Aprile 2018 – Collatio Laboratorio 1: Le vie dell’umanesimo cristiano per una chiesa sempre più missionaria: uscire, andare, annunciare e abitare

LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO PER UNA CHIESA SEMPRE PIU’ MISSIONARIA: USCIRE, ANDARE, ANNUNCIARE E ABITARE
Relazione di Luciano Rocca

Benedetto XVI, nel discorso alla Caritas Italiana che abbiamo meditato, richiamando l’Apostolo Paolo ( Gal. 5,5-6 ) ci ricorda che  la fede si rende operosa per mezzo della carità e così facendo, donando testimonianza attraverso segni concreti, si adempie un compito anche educativo: trasmettere il Vangelo e la vita buona che ne scaturisce.
Gli strumenti della Caritas Italiana sono stati: ascoltare, osservare, discernere.
Guidati dal Vangelo e dalla dottrina sociale della Chiesa si affrontano le sfide del nostro tempo, carico di problemi ma anche di opportunità, per vincere le tentazioni individualistiche. Aiutando le persone bisognose la Comunità cammina nella sequela di Cristo, attenti prima di tutto, come ammonisce il Concilio Vaticano II, ad adempiere agli obblighi di giustizia cioè riconoscendo anzitutto i diritti e la dignità delle persone.
La Caritas non si sostituisce ma  affianca gli Organismi preposti dello Stato nella realizzazione dei diritti delle persone (sussidiarietà).
C’è tuttavia un aspetto proprio che caratterizza le Comunità cristiane: accompagnare chi necessita con il calore ed il sorriso di Dio affinchè nessuno si senta abbandonato, anche chi magari, in quel momento storico, è privo di diritti da esercitare o da invocare.
Un tale impegno scaturisce chiaramente dall’aver incontrato Cristo che nell’obbedienza al Padre si è fatto fratello tra i fratelli, generoso con tutti, attento a tutti ma soprattutto desideroso di annunciare la Vita Eterna che supera la semplice guarigione o il soddisfacimento di un bisogno, segni che gli uomini del suo tempo continuamente ricercavano. Gesù affronta le debolezze umane ma richiama costantemente il Popolo a credere in Lui ed in Colui che lo ha mandato, a comunicare cioè con la Vita divina che Egli ci ha portato.

Si è partiti da queste premesse e aiutati dalle belle giornate della Missione Popolare dell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola (15-24 Marzo, Lamezia Terme) che si sono individuati dei bisogni presenti nel nostro territorio.

La prima attenzione è andata al mondo dei Migranti, per essi si è proposto, oltre al sostegno del Centro di Ascolto interparrocchiale, di fare maggiore formazione anche con l’aiuto di testimonianze dirette, invitando quindi ospiti, come già è stato fatto in Parrocchia nei mesi scorsi. Come segno concreto si può realizzare un piccolo punto di ristoro solo per offrire un latte caldo o un caffè a chi bussa alla nostra porta magari per una informazione.
A riguardo è stato proposto di fare in Parrocchia dei laboratori per formare, soprattutto immigrati di paesi lontani, ai lavori domestici (pulizia della casa, biancheria) o di cucito in vista di occupazione presso le famiglie: questo è un problema reale e sentito.

Durante la Missione si sono conosciute molte realtà familiari: solitudine di persone anziane ed in difficoltà economiche, emarginazione, precarietà, mancanza di cibo e di igiene, si è proposto quindi di costituire un Gruppo all’interno del Tom disponibile a turno a visitare queste persone che attendono e desiderano aiuto: anche una visita può bastare e rendere felici.

Per la Terza età si è proposto di continuare l’esperienza di incontro degli anni passati però con il supporto attivo dei giovani che possono animare anche con canti gli incontri.

Infine si raccomanda di riprendere i Gruppi di Ascolto presso le famiglie, con il supporto soprattutto di suore e laici, per meditare la Parola di Dio al cui ascolto si aprono tanti cuori con spontaneità e da cui si  riceve tanta consolazione per la vita ed i problemi di tutti i giorni.

5 Marzo 2018 – Incontro di Formazione: Le vie dell’umanesimo cristiano per una chiesa sempre più missionaria: uscire, andare, annunciare e abitare

LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO PER UNA CHIESA SEMPRE PIU’ MISSIONARIA: USCIRE, ANDARE, ANNUNCIARE E ABITARE
Spunti per la riflessione di Francesca Vescio

DISCORSO ALLA CARITAS ITALIANA IN OCCASIONE DEI 40 ANNI DALLA SUA FONDAZIONE

Venerati Fratelli, cari fratelli e sorelle!
Con gioia vi accolgo in occasione del 40° anniversario dell’istituzione della Caritas Italiana..
Siete venuti presso la tomba di Pietro per confermare la vostra fede e riprendere slancio nella vostra missione. Il Servo di Dio Paolo VI, nel primo incontro nazionale con la Caritas, nel 1972, così affermava: «Al di sopra dell’aspetto puramente materiale della vostra attività, deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica» (Insegnamenti X [1972], 989). A voi, infatti, è affidato un’importante compito educativo nei confronti delle comunità, delle famiglie, della società civile in cui la Chiesa è chiamata ad essere luce (cfr Fil 2,15). Si tratta di assumere la responsabilità dell’educare alla vita buona del Vangelo, che è tale solo se comprende in maniera organica la testimonianza della carità. Sono le parole dell’apostolo Paolo ad illuminare questa prospettiva: «Quanto a noi, per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,5-6). Questo è il distintivo cristiano: la fede che si rende operosa nella carità. Ciascuno di voi è chiamato a dare il suo contributo affinché l’amore con cui siamo da sempre e per sempre amati da Dio divenga operosità della vita, forza di servizio, consapevolezza della responsabilità. «L’amore del Cristo infatti ci possiede» (2 Cor 5,14), scrive san Paolo. E’ questa prospettiva che dovete rendere sempre più presente nelle Chiese particolari in cui vivete.
Cari amici, non desistete mai da questo compito educativo, anche quando la strada si fa dura e lo sforzo sembra non dare risultati. Vivetelo nella fedeltà alla Chiesa e nel rispetto dell’identità delle vostre Istituzioni, utilizzando gli strumenti che la storia vi ha consegnato e quelli che la «fantasia della carità» – come diceva il beato Giovanni Paolo II – vi suggerirà per l’avvenire. Nei quattro decenni trascorsi, avete potuto approfondire, sperimentare e attuare un metodo di lavoro basato su tre attenzioni tra loro correlate e sinergiche: ascoltare, osservare, discernere, mettendolo al servizio della vostra missione: l’animazione caritativa dentro le comunità e nei territori. Si tratta di uno stile che rende possibile agire pastoralmente, ma anche perseguire un dialogo profondo e proficuo con i vari ambiti della vita ecclesiale, con le associazioni, i movimenti e con il variegato mondo del volontariato organizzato.
Ascoltare per conoscere, certo, ma insieme per farsi prossimo, per sostenere le comunità cristiane nel prendersi cura di chi necessita di sentire il calore di Dio attraverso le mani aperte e disponibili dei discepoli di Gesù. Questo è importante: che le persone sofferenti possano sentire il calore di Dio e lo possano sentire tramite le nostre mani e i nostri cuori aperti. In questo modo le Caritas devono essere come “sentinelle” (cfr Is 21,11-12), capaci di accorgersi e di far accorgere, di anticipare e di prevenire, di sostenere e di proporre vie di soluzione nel solco sicuro del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. L’individualismo dei nostri giorni, la presunta sufficienza della tecnica, il relativismo che influenza tutti, chiedono di provocare persone e comunità verso forme alte di ascolto, verso capacità di apertura dello sguardo e del cuore sulle necessità e sulle risorse, verso forme comunitarie di discernimento sul modo di essere e di porsi in un mondo in profondo cambiamento.
Scorrendo le pagine del Vangelo, restiamo colpiti dai gesti di Gesù: gesti che trasmettono la Grazia, educativi alla fede e alla sequela; gesti di guarigione e di accoglienza, di misericordia e di speranza, di futuro e di compassione; gesti che iniziano o perfezionano una chiamata a seguirlo e che sfociano nel riconoscimento del Signore come unica ragione del presente e del futuro. Quella dei gesti, dei segni è una modalità connaturata alla funzione pedagogica della Caritas. Attraverso i segni concreti, infatti, voi parlate, evangelizzate, educate. Un’opera di carità parla di Dio, annuncia una speranza, induce a porsi domande. Vi auguro di sapere coltivare al meglio la qualità delle opere che avete saputo inventare. Rendetele, per così dire, «parlanti», preoccupandovi soprattutto della motivazione interiore che le anima, e della qualità della testimonianza che da esse promana. Sono opere che nascono dalla fede. Sono opere di Chiesa, espressione dell’attenzione verso chi fa più fatica. Sono azioni pedagogiche, perché aiutano i più poveri a crescere nella loro dignità, le comunità cristiane a camminare nella sequela di Cristo, la società civile ad assumersi coscientemente i propri obblighi. Ricordiamo quanto insegna il Concilio Vaticano II: «Siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia» (Apostolicam actuositatem, 8). L’umile e concreto servizio che la Chiesa offre non vuole sostituire né, tantomeno, assopire la coscienza collettiva e civile. Le si affianca con spirito di sincera collaborazione, nella dovuta autonomia e nella piena coscienza della sussidiarietà.
Fin dall’inizio del vostro cammino pastorale, vi è stato consegnato, come impegno prioritario, lo sforzo di realizzare una presenza capillare sul territorio, soprattutto attraverso le Caritas Diocesane e Parrocchiali. È obiettivo da perseguire anche nel presente. Sono certo che i Pastori sapranno sostenervi e orientarvi, soprattutto aiutando le comunità a comprendere il proprium di animazione pastorale che la Caritas porta nella vita di ogni Chiesa particolare, e sono certo che voi ascolterete i vostri Pastori e ne seguirete le indicazioni.
L’attenzione al territorio e alla sua animazione suscita, poi, la capacità di leggere l’evolversi della vita delle persone che lo abitano, le difficoltà e le preoccupazioni, ma anche le opportunità e le prospettive. La carità richiede apertura della mente, sguardo ampio, intuizione e previsione, un «cuore che vede» (cfr Enc. Deus caritas est, 25). Rispondere ai bisogni significa non solo dare il pane all’affamato, ma anche lasciarsi interpellare dalle cause per cui è affamato, con lo sguardo di Gesù che sapeva vedere la realtà profonda delle persone che gli si accostavano. È in questa prospettiva che l’oggi interpella il vostro modo di essere animatori e operatori di carità. Il pensiero non può non andare anche al vasto mondo della migrazione. Spesso calamità naturali e guerre creano situazioni di emergenza. La crisi economica globale è un ulteriore segno dei tempi che chiede il coraggio della fraternità. Il divario tra nord e sud del mondo e la lesione della dignità umana di tante persone, richiamano ad una carità che sappia allargarsi a cerchi concentrici dai piccoli ai grandi sistemi economici. Il crescente disagio, l’indebolimento delle famiglie, l’incertezza della condizione giovanile indicano il rischio di un calo di speranza. L’umanità non necessita solo di benefattori, ma anche di persone umili e concrete che, come Gesù, sappiano mettersi al fianco dei fratelli condividendo un po’ della loro fatica. In una parola, l’umanità cerca segni di speranza. La nostra fonte di speranza è nel Signore. Ed è per questo motivo che c’è bisogno della Caritas; non per delegarle il servizio di carità, ma perché sia un segno della carità di Cristo, un segno che porti speranza. Cari amici, aiutate la Chiesa tutta a rendere visibile l’amore di Dio. Vivete la gratuità e aiutate a viverla. Richiamate tutti all’essenzialità dell’amore che si fa servizio. Accompagnate i fratelli più deboli. Animate le comunità cristiane. Dite al mondo la parola dell’amore che viene da Dio. Ricercate la carità come sintesi di tutti i carismi dello Spirito (cfr 1 Cor 14,1).
Sia vostra guida la Beata Vergine Maria che, nella visita ad Elisabetta, portò il dono sublime di Gesù nell’umiltà del servizio (cfr Lc 1,39-43). Io vi accompagno con la preghiera e volentieri vi imparto la Benedizione Apostolica, estendendola a quanti quotidianamente incontrate nelle vostre molteplici attività. Grazie.

Papa Benedetto XVI

Per la riflessione:

  • Alla luce delle parole del papa, tenendo bene a mente l’Inno alla carità di San Paolo (1 Cor 1,13), brano a cui sempre siamo invitati a fare riferimento, che significato diamo alla parola carità?
  • Nei tempi non facili in cui viviamo tre sono le attenzioni che ci vengono richieste: Ascoltare, Osservare e Discernere, singolarmente e come Fraternità rivolgiamo al nostro prossimo queste attenzioni?
  • Conosciamo le realtà che in parrocchia (Ministero Caritas) e fuori da essa (Centro di Ascolto San Pancrazio, Emporio, Mensa Caritas Diocesana) svolgono servizio per rispondere ai bisogni del nostro territorio? In che modo ci interfacciamo o collaboriamo con loro?
  • In virtù del nostro carisma quale segno concreto e tangibile potremmo mettere in atto per rispondere all’invito del papa?

22 Gennaio 2018 – Collatio Laboratorio 2: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’Umanesimo Cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Elisa Martelli

Il gruppo ha risposto alle domande per come sente e interagisce con l’altro.
1) Di fondo si nota una mancanza, una freddezza nei rapporti umani. Magari ci interessiamo a tante persone ma non ci accorgiamo del vicino, del suo bisogno, della sua situazione. A differenza di un caloroso e condivisibile rapporto stretto di amicizia, si è intimiditi da persone che conosciamo poco, frenati dal preconcetto di “opportunismo”, cioè relazioni solo per un proprio tornaconto.
2) Come conseguenza, il dialogo, l’ascolto, la condivisione diventano difficili. Si crea una distanza, un muro. Siamo troppo presi dai nostri problemi che fanno da ostacolo all’apertura con l’altro.
3) Ci si sforza e impegna ad agire e comportarsi come Gesù e ce la mettiamo tutta ad avere i suoi stessi sentimenti. Quando la Fraternità è riunita ci si sente veramente fratelli, ma a volte senza volerlo si sbaglia e si ferisce l’altro. L’importante è riconoscersi umani e correggersi con umiltà e tatto, accorgendoci che condividere rende l’animo leggero.
In riferimento alla 4 domanda per alcuni la risposta è stata sicura: la Fraternità è al primo posto, con entusiasmo partecipano al buon andamento della parrocchia, si attivano per il bene comune, cercando di avere una corresponsabilità responsabile (scusate il gioco di parole) per mantenere fede all’impegno preso non solo a parole ma rimboccandosi veramente le maniche.
Per altri la Fraternità viene subito dopo la famiglia e il lavoro. L’importante è che ci sia il pensiero.
La Fraternità è un punto fisso, e quando è possibile attivarsi, andare a trovare gli ammalati, cercare di rappacificare dove c’è inimicizia, ma anche mettere in pratica nel proprio ambito la spiritualità che contraddistingue il T.O.M.
5) Sono ancora vivi i sentimenti che la grotta di Betlemme suscita in noi. In risposta alla tenerezza e alla commozione nel contemplare il “Dio che si fa Uomo” possiamo solo alzare lo sguardo verso gli altri e tenere fisso a quella stella, unico punto di riferimento che porta a Dio.

22 Gennaio 2018 – Collatio Laboratorio 1: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’Umanesimo Cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Gisella Leone

Il primo Umanesimo colloca al centro dell’universo l’uomo, nell’affermazione delle sue libertà e della sua autosufficienza, secondo una corrente di pensiero che è prettamente autocelebrativa, autoreferenziale.
L’Umanesimo Cristiano che noi siamo chiamati a vivere, pone invece al centro Cristo, il Dio fatto Uomo e donato all’umanità per Amore. L’agire dell’uomo in tale contesto quindi, non è più orientato a imporre il proprio IO all’altro, ma  a misurarsi con lui, in un clima di dialogo e accettazione delle diversità. Nell’Umanesimo Cristiano l’agire dell’uomo deve rispecchiare sensibilità e attenzione alle esigenze spirituali e materiali dell’altro, secondo principi di uguaglianza, giustizia e verità, divenendo corresponsabile dei suoi stati di fragilità e “prodigandosi” per lui. “Amatevi come io vi ho amati”- dice Gesù-  “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri, come io ho amato voi”.
In tale contesto si scoprono quindi termini come:
“Fraternità” (fratellanza di fede);
“Corresponsabilità” (farsi carico dei bisogni del proprio fratello);
“Servizio” (orientare il proprio agire per realizzare la Gloria di DIO ed il bene dell’Altro)

Relativamente alle domande:
Quale comprensione e conoscenza ho del reale vissuto dell’altro?
Sono aperto al dialogo…disponibile all’ascolto?
La fraternità, la corresponsabilità, il servizio, dove li colloco nella mia vita?
E’ emersa in tutti la consapevolezza che è necessaria una profonda conoscenza dell’altro per poter poi rapportarsi correttamente con lui. Tale conoscenza è però a volte ostacolata dall’egoismo, dall’egocentrismo, perché si antepongono i propri problemi, magari effimeri, alle reali esigenze altrui (la cosiddetta anestesia spirituale o indifferenza). Oppure da una vita troppo frenetica che, indipendente dalla propria volontà, impedisce di conoscere anche se stessi, nonostante ci siano buoni propositi e disponibilità a concretizzarli. Il buon proposito di voler accogliere in maniera più intima, nella propria casa, nella propria famiglia il diseredato, il fratello rifugiato è inficiato dal timore per l’imprevedibilità comportamentale dello stesso, alla luce del vissuto di cronaca contemporanea. E’ comunque possibile promuovere e aderire ad iniziative di solidarietà tramite gli ambiti parrocchiali e le istituzioni, rapportandosi sempre con gentilezza e carità fraterna, anche con un semplice sguardo amorevole, privo di pregiudizi…

Relativamente alla III domanda:
I sentimenti che muovono il mio agire, sono quelli di Cristo Gesù ?
L’Accoglienza e la Carità fraterna devono scaturire dall’intimo del nostro cuore, dal bisogno di concretizzare il bene per l’altro, pervasi da un Amore più grande che è quello di Cristo per noi. L’accoglienza e la carità fraterna, devono essere vissute con discrezione, nel nascondimento, evitando la celebrazione di sé, sentendosi nella comunità di fede e sociale, “pietre vive”, capaci di dare ognuno secondo le proprie possibilità e i talenti ricevuti. La Fraternità è eterogenea, ma se ogni membro dà il primato a Cristo con la comprensione, accettazione e sostegno dell’altro, le diversità saranno motivo di arricchimento reciproco piuttosto che di scontri e divisioni; inoltre il ricercare i fratelli lontani per reintegrarli, percorrendo la via del dialogo, del chiarimento e del perdono, crea i presupposti per la vera ”Comunione”, edificando il “Corpo di Cristo che è la Chiesa”.

20 Novembre 2017 – Incontro di Formazione: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’umanesimo cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Padre Vincenzo Arzente O.M.

“Ora la mia gioia è compiuta. Egli deve crescere ed io diminuire”.
L’umanesimo Cristiano, è quello dei sentimenti di Cristo Gesù. Dice Papa Francesco che questi sentimenti non sono astratta sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e prendere decisioni.

Sintesi incontro precedente
Tra umanesimo e nuovo umanesimo
Il primo umanesimo:
– Esaltazione della dignità e libertà dell’essere umano.
– Riconoscimento dell’assenza di una “natura” umana stabile e definitiva. In altre parole, l’uomo non ha un’essenza fissata una volta per tutte ma è un essere libero che si auto-costruisce. Quest’idea si trova espressa con particolare chiarezza nella “Orazione sulla dignità dell’uomo” di Pico della Mirandola che può essere considerata come un vero e proprio “Manifesto” dell’umanesimo rinascimentale.
– La concezione dell’uomo come “grande miracolo”, come un infinito che, in quanto microcosmo, riflette in sè tutte le proprietà dell’universo o macrocosmo.
Il nuovo umanesimo:
– Posizione centrale dell’essere umano sia come valore sia come preoccupazione.
– Affermazione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani.
– Riconoscimento delle diversità personali e culturali.
– Tendenza a sviluppare la conoscenza al di là di quanto accettato come verità assoluta.
– Affermazione della libertà di idee e credenze.
– Ripudio della violenza.

 

L’umanesimo nel nostro Santo Padre
Il concetto di “minimo”, non solo tra i “minimi” ma anche tra gli “umili”, è una declamazione dell’esistere dell’anima come antropologia della religione che resta nella sfera della teologia, ma si identifica sempre nel cammino di una carità diffusa attraverso l’umiltà compresa. Nella cristianità calabrese la santità è vissuta come personificazione interlocutoria tra le culture che hanno reso il popolo calabrese “accettante”, ed “accogliente”.

Icona evangelica per un nuovo umanesimo
“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.

Emozioni e Sentimenti
Per emozioni si intendono gli stati mentali e fisiologici correlati a determinate modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. La loro principale funzione permette di rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizza cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente.
Si considerano invece sentimenti quegli stati d’animo, ossia una condizione cognitivo-affettiva, che durano di più rispetto alle emozioni dato che possono rimanere attivi per un periodo più lungo e che presentano una minore incisività rispetto alle emozioni. I sentimenti si riferiscono all’esperienza privata delle emozioni. Il termine deriva dal latino “sentire”, ovvero percepire con i sensi.

La via del dialogo e dell’ascolto
Il dialogo dunque è la via umana, condivisa da tutti, per costruire insieme un senso; è un metodo, uno stile di vita, che diventa cammino fatto insieme, ricerca condivisa della verità che si fa storia.
Ascoltare è far tacere le voci dentro di se, è mettere tra parentesi ciò che si sa dell’altro…e di se stessi! E’ creare in se o lasciar avvenire in sé uno spazio vuoto, un’attesa dell’altro, un desiderio.

Tracce di nuovo umanesimo nella Regola TOM
L’arrivo all’eremo di Paola di Padre Bernardino d’Otranto, così come in Francia, quello di Padre Fancois Binet, fa avvertire in seno alla primitiva Congregazione Eremitica di Francesco, il bisogno di dotare la stessa di un’ossatura giuridica, atta a rilanciarla anche canonicamente, nell’alveo degli ordini e congregazioni del tempo. In entrambi i casi, si tratta di personaggi di altissimo spessore morale, che hanno intravisto nella congregazione dell’Eremita, la freschezza di un umanesimo reale e di una intuizione autentica e non bisognosa di riforma. Nella stesura dei testi pertanto, se pur espressa a tratti in maniera scarna e con linguaggio essenziale, è ravvisabile per intero il pensiero del Santo Fondatore. Come sopra e precedentemente accennato, la via “Minima” incarnata e proposta da Francesco, è la ragione del co-esistere da umili e tra gli umili, con la consapevolezza di un “Bene” che è quello del singolo che si estrinseca nel cammino penitenziale, ma che trova il suo banco di prova nella prossimità con gli altri fratelli e nella possibilità reale di instaurare relazioni autentiche che nascano da un vissuto di fede adulto e reale.
Questa la via umanissima, dal basso, alla pari, proposta nella Regola, che promana da una comunione con l’Assoluto, e ad essa tende e ritorna, ampliata ed arricchita dal vissuto dei singoli.
Già fin dal primo capitolo troviamo indicazioni in merito.

  • La Fraternità. Innanzi tutto, nel titolo che si da dei terziari e delle terziarie: FRATELLI E SORELLE! Non semplicemente un fatto nominale, che esprime tutta la verità e la sostanza del percorso penitenziale. Nella Bibbia la parola ‘fratello/i’ si trova un migliaio di volte; invece è molto raro l’astratto ‘fraternità’. Nel Primo Testamento la parola ‘akh (e anche rea’,più vicino al significato di ‘prossimo’, come vedremo) indicano sia il fratello in senso stretto sia il parente in genere. Fratello poi può esser chiamato anche l’amico (“fratello mio Giònata!”, 2Sam 1, 26), il connazionale, l’alleato: insomma l’ebreo del Primo Testamento dice facilmente fratello a qualsiasi persona che senta come lui, dalla sua parte, e ‘fratelli’ sono tutti i figli di Abramo. Al di là dei legami di sangue, essere fratelli significa avere lo stesso Dio, vivere la stessa Alleanza, le stesse attese, appartenere consapevolmente allo stesso popolo. Qui l’universalità è caratteristica della fraternità, nella sua dimensione escatologica. La dinamica propria della fraternità va dal particolare all’universale: la fraternità si muove a spirale tra dono e impegno, in una prospettiva universalizzante.
  • La corresponsabilità. Viene espressa come il farsi carico gli uni del cammino dell’altro, accompagnandolo con carità, ed esercitando verso di lui l’arte della correzione fraterna che può molto di più e molto prima della punizione. La presa di coscienza della corresponsabilità è uno dei punti nevralgici del cammino penitenziale ; è talmente decisiva che possiamo osare dire che se fratelli e sorelle riusciranno a fare propria tale consapevolezza potremo avere luna famiglia religiosa pensata all’altezza del nostro Santo Fondatore, altrimenti no. E’ la stessa chiesa che lo richiede.  Infatti uno degli insegnamenti centrali del concilio è stata la piena appartenenza alla Chiesa di tutti i battezzati, fra i quali non si distingue più in membri attivi e passivi, quanto si riconosce piuttosto la comune condizione di testimonianza e servizio, pur nella diversità di carismi, ministeri e condizioni di vita. Per comprendere la corresponsabilità dei laici dunque ci mettiamo alla scuola del concilio seguendo questo breve ma significativo percorso: • la dignità battesimale di tutti i credenti (LG 9-12) con il conseguente coinvolgimento nella vita della Chiesa sulla base dei carismi ricevuti. Ci soffermiamo in modo particolare su questo punto, perché, una volta interiorizzata la condizione dei credenti in forza della fede e del battesimo, la corresponsabilità di ciascuno alla vita della Chiesa sarà conseguenza spontanea ed evidente; • i rapporti fra laici e ministri (LG 37) in vista di una prassi rinnovata.. Portate i pesi gli uni degli altri…si dirà altrove.
  • Il Servizio. “Voi siete chiamati ad essere servi fedeli di Dio…” E’ un concetto che ritorna più volte già nel primo capitolo. Certo viene visto come un esercizio rivolto a Lui, ma i cui risvolti, ricadono inesorabilmente sulle dinamiche fraterne. La parola “servizio” è una delle più abusate, e spesso è usata per dire proprio il contrario di ciò che essa significa e di ciò che vuole e deve essere.
    Nella nostra cultura il termine servo è ormai logoro e disprezzato, non piace, perché servire è considerato umiliante e perché si è fatta molta retorica in proposito, si sa che nel nostro modo di parlare questa espressione risulta essere un vocabolo degradante, mortificante, offensivo, guai a rivolgersi a qualcuno chiamandolo “servo” o “schiavo”, eppure è una parola anzi è un modo di comportarsi molto comune e per niente umiliante.  Forse allora il termine servo può essere una delle parole più belle, che va riscattata alla luce del Vangelo e della Regola, è una parola che ha una grande dignità e ricopre un importanza fondamentale per la nostra vita relazionale secondo l’esempio e l’insegnamento del Signore e del Santo Fondatore. Il servizio è una maniera diversa e provocatoria nei confronti del modo abituale di pensare, di considerare se stessi e di vivere il rapporto con gli altri e addirittura con Dio, da cui promana… “alla fine dite: Siamo servi inutili: abbiamo fatto solo quanto dovevamo fare”.

Per la riflessione:
Un nuovo umanesimo implica necessariamente una lettura dal basso di ciò che siamo e facciamo. Non autoreferenziale, non autocelebrativa, ma che invece traduca nella pratica, quanto lo Spirito, per mezzo della fede, opera nella nostra vita. Siamo chiamati a porre in essere azioni, atti e parole, che hanno la capacità di edificare nel bene. Per far questo, è necessario ristabilire rapporti nuovi in seno alle nostre fraternità che partano dalla conoscenza e comprensione reciproca, al dialogo, all’ascolto, alla capacità di rendere visibile l’invisibile attraverso i tratti di una carità autentica ad intra e ad extra delle nostre fraternità.

  • Quale comprensione e conoscenza ho del reale vissuto dell’altro?
  • Sono aperto al dialogo… disponibile all’ascolto?
  • I Sentimenti che muovono il mio agire: sono quelli di Cristo Gesù?
  • La fraternità, la corresponsabilità, il servizio… dove li colloco nella mia vita?
  • Quale azione concreta possiamo porre in essere in prossimità del Santo Natale, per riappropriarci dello Spirito umanissimo del Natale?

Per l’approfondimento:

  • Filippesi 2, 1-11
  • Il Primo Capitolo della Regola

PREGHIERA DELLA FRATERNITA’
Signore, ti preghiamo:
perché ci conosciamo sempre meglio e ci comprendiamo nei nostri desideri e nei nostri limiti.
Perché ciascuno di noi senta e viva i bisogni degli altri.
Perché a nessuno sfuggano i momenti di stanchezza, di disagio, di preoccupazione dell’altro.
Perché le nostre discussioni non ci dividano, ma ci uniscano nella ricerca del vero e del bene.
Perché ciascuno di noi nel costruire la propria vita non impedisca all’altro di vivere la sua.
Perché viviamo insieme i momenti di gioia di ciascuno e guardiamo a Te che sei la fonte di ogni vera gioia.
Perché soprattutto ci amiamo come Tu, o Padre, ci ami e ciascuno voglia il vero bene degli altri.
Perché la nostra Fraternità non si chiuda in se stessa, ma sia disponibile, aperta, sensibile ai bisogni degli altri.
Perché ci sentiamo sempre parte viva della Chiesa in cammino
e possiamo continuare insieme in cielo il cammino cominciato quaggiù alla scuola di Francesco
e sotto lo sguardo di Maria, Madre di Gesù e Madre nostra.
Amen.

 

 

13 Novembre 2017 – Incontro di Formazione: Col cuore fisso in Dio, lungo le vie dell’umanesimo cristiano

COL CUORE FISSO IN DIO, LUNGO LE VIE DELL’UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Padre Vincenzo Arzente O.M.

“Ora la mia gioia è compiuta. Egli deve crescere ed io diminuire”.
L’umanesimo Cristiano, è quello dei sentimenti di Cristo Gesù. Dice Papa Francesco che questi sentimenti non sono astratta sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e prendere decisioni.

Umanesimo in San Francesco di Paola
San Francesco di Paola, in pieno passaggio epocale tra l’Umanesimo e il Rinascimento, non è stato soltanto il santo della “Charitas”. La sua presenza, come ascoltatore della cultura dei “minimi tra i minimi”, ha sostenuto il carisma del mistero in una storia in cui la cristianità ha dovuto, spesse volte, interpretare il mondo musulmano e lottare per la tolleranza e la persuasione. In Francesco il concetto di persuasione si lega, chiaramente, a quella di carità e in Calabria, che è la stretta geografica e umana tra  Occidente ed Oriente, la persuasione è anche l’incontro costante con la tolleranza tra le genti.  Lo stesso San Francesco nella obbedienza, mai venuta meno, (ubbidire è capire, non ubbidire non comprendendo si corre il rischio di toccare la via della perdizione), ha dato senso non alla ragione dell’eresia, ma alla eresia come utopia. D’altronde la cristianità è consapevole dell’utopia, ma soltanto l’utopia farà camminare il cristiano lungo la Croce per condurlo lungo l’attrazione verso la Redenzione. Il concetto di “minimo”, non solo tra i “minimi” ma anche tra gli “umili”, è una declamazione dell’esistere dell’anima come antropologia della religione che resta nella sfera della teologia, ma si identifica sempre nel cammino di una carità diffusa attraverso l’umiltà compresa. Nella cristianità calabrese la santità è vissuta come personificazione interlocutoria tra le culture che hanno reso il popolo calabrese “accettante”, ed “accogliente”.

Umanesimo e nuovo umanesimo
Dimmi il tuo uomo e io ti dirò chi è il tuo Dio!”. Così Teofilo di Antiochia esprimeva una verità profonda spesso dimenticata: l’umanità che una persona vive, il cammino quotidiano che compie rivelano chi sia il suo Dio. Infatti, se nella fede l’essere umano è stato creato “a immagine e somiglianza di Dio” e porta in sé questo sigillo ineliminabile, resta vero che quando questo non è più conforme al progetto di Dio, allora anche l’immagine del Dio confessato appare agli altri deformata o addirittura perversa. Dunque dal modo di vivere del credente si può percepire il volto del suo Dio, un Dio che nel cristianesimo non può dirsi senza avere accanto la parola uomo: la rivelazione ultima e definitiva di Dio è un uomo, Gesù di Nazareth, che ha narrato (exeghesato) Dio con la sua vita umanissima, fatta di gesti, comportamenti, sentimenti e parole umane. Nel cristianesimo niente può contraddire il cammino di umanizzazione dell’uomo, anzi la fede è a servizio di questa umanizzazione perché “è apparsa l’umanità di Dio che ci insegna a vivere in questo mondo” (Tito 2,11-12). Ciò che è veramente cristiano è anche umanizzante e tutto ciò che umanizza non contraddice la fede cristiana. Parlare oggi di umanesimo o “nuovo” umanesimo non è già pretesa di possederne uno? In realtà, l’esperienza contemporanea è quella di un umanesimo plurale e, in ogni caso, se si ricerca un “nuovo” umanesimo (nuovo rispetto a quale precedente?) lo si può fare assieme agli altri, indipendentemente dal loro essere o meno cristiani o religiosi. Come cristiani oggi siamo una minoranza, ma questo non costituisce un problema decisivo se sappiamo essere una minoranza significativa: se siamo consapevoli di ciò, nostro compito è portare la nostra proposta umanizzante nella certezza che la fede cristiana ha una valenza universale che nelle diverse culture contribuisce a esprimere umanesimi diversi, multicolori come la sapienza del vangelo. Ora, proprio perché crediamo alla verità delle parole, non crediamo alle ipotesi di post-umanesimo o trans-umanesimo avanzate in un dibattito di idee che non tocca minimamente il vissuto quotidiano di uomini e donne del nostro tempo. Stiamo molto attenti a non fabbricarci formule o nomi avulsi dalla realtà e incomprensibili, solo per avere nemici contro cui batterci. Certo, occorre prendere atto dei vertiginosi mutamenti antropologici in atto, imparare a leggere in modo nuovo vita e morte, natura e cultura, corpo e spirito, ma senza angoscia né paura, guardando e scrutando come anche oggi ci sono “segni dei tempi” e “segni dei luoghi” ai quali essere attenti per un discernimento concreto che derivi da un ascolto della parola di Dio e da un’attenzione agli uomini e alle donne concreti nel nostro tempo e nei luoghi dove abitano. Uscire dall’autoreferenzialità e dai propri confini senza paura dell’altrove, testimoniare la speranza che è in noi, Gesù Cristo, abitare questa terra, le città con responsabilità e solidarietà con i più poveri, educare trasmettendo l’eredità e aprendo nuovi orizzonti, trasfigurare questo mondo destinato a diventare la dimora del regno di Dio: questi sono i compiti che in ogni caso chiedono alla chiesa italiana di cessare di avere paura e di partecipare con gli altri uomini all’edificazione di una società più umana.
Occorre inoltre coraggio per affrontare il conflitto quando si accende anziché metterlo a tacere senza ascoltare le ragioni dell’altro: è facile e comodo, di fronte a istanze critiche, a domande a volte anche contestatrici, non ascoltarle, dileggiarle e persino reprimerle con parole e giudizi talora calunniosi. Questo è quello che il papa chiama “estremismo di centro”. La chiesa italiana ha ancora tante forze, ha ancora “la gente” che ne compone un tessuto sano: non è una chiesa astenica, ma è giunta a un’ora cruciale di conversione nel suo stare nella compagnia degli uomini. Non si tratta di elaborare un proprio umanesimo, bensì di fornire un contributo profetico al faticoso mestiere di vivere che uomini e donne affrontano ogni giorno nel nostro paese. Ciascuno di loro vive una sola vita, sovente molto contraddetta, e attende di salvarla cercando un cammino di umanizzazione, tendendo alla convivenza buona.

Una icona per il nuovo umanesimo
“Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. (Filippesi 2, 1-11).

Emozioni e Sentimenti
Le emozioni
Per emozioni si intendono gli stati mentali e fisiologici correlati a determinate modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. La loro principale funzione permette di rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizza cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente. Secondo lo psicologo Paul Ekman, nell’individuo sono in realtà insite sin dalla nascita delle emozioni di base: gioia, rabbia, tristezza, disgusto, paura e vergogna. Le emozioni hanno una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e dall’altra parte hanno una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche). Si differenziano quindi in maniera netta dagli stati d’animo e dai sentimenti. Sono stati mentali e fisiologici di breve durata e transitori. Secondo una recente definizione dello studioso di emozioni Robert Plutchik, quelle definite primarie sono otto e divise in quattro coppie: la tristezza e la gioia, la rabbia e la paura, il disgusto e l’accettazione, la sorpresa e l’attesa.
I sentimenti
Si considerano invece sentimenti quegli stati d’animo, ossia una condizione cognitivo-affettiva, che durano di più rispetto alle emozioni dato che possono rimanere attivi per un periodo più lungo e che presentano una minore incisività rispetto alle emozioni. I sentimenti si riferiscono all’esperienza privata delle emozioni. Il termine deriva dal latino “sentire”, ovvero percepire con i sensi. Grazie all’opera del filosofo Cartesio, che fornì una netta distinzione tra “res cogitans” e “res extensa”, i sentimenti assumono un’importanza specifica rispetto alle funzioni corporee. Nell’età romantica, si torna a parlare di sentimenti distinguendoli dal sentimentalismo. Il sentimento diventa la facoltà di cogliere l’infinito sia in senso lirico che religioso.

La prima via per un nuovo umanesimo: il dialogo e l’ascolto.
Se è vero che i “Cristiani sono l’anima del mondo”, tale definizione va presa con intelligenza. Non si legga infatti come un’ arrogante pretesa annessionistica, a maggior ragione oggi, in un contesto sociale in cui, per grazia, siamo ritornati ad essere minoranza nella società. Ne la si comprenda come se i cristiani fossero una lobby, un gruppo di pressione che vuole ottenere determinati vantaggi in ordine ai cosiddetti “valori non negoziabili”. No. I cristiani possono esser l’anima del mondo innanzi tutto se sono affidabili, credibili, se testimoniano con la vita la fede, ossia ciò in cui credono. Solo se il vangelo ci anima in quanto cristiani- e di conseguenza siamo capaci di parrhesia evangelica, di dire ciò che pensiamo e fare ciò che diciamo-, solo allora possiamo essere l’anima del mondo; ma questo nel dialogo con i nostri fratelli e sorelle in umanità. A tutti, nessuno escluso,  è rivolta la buona notizia del vangelo di Gesù; e viceversa, si può dialogare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, disponendosi a ricevere ciascuno contributi in termini di lotta all’alienazione e all’idolatria, di ricerca di cammini di senso e di umanizzazione. Sulla scia del Concilio, Papa Paolo VI ha scritto parole indimenticabili sul dialogo:  La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio.  Ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli. Il dialogo della salvezza ha conosciuto normalmente delle gradualità, degli svolgimenti successivi, degli umili inizi prima del pieno successo; anche il nostro avrà riguardo alle lentezze della maturazione psicologica e storica e all’attesa dell’ora in cui Dio lo renda efficace. Non per questo il nostro dialogo rimanderà al domani ciò che oggi può compiere; esso deve avere l’ansia dell’ora opportuna e il senso della preziosità del tempo. Oggi, cioè ogni giorno, deve ricominciare; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto. La chiesa dialoga con il mondo perché non ha paura degli uomini e del mondo stesso, sapendo che Dio ha giudicato l’opera della creazione “bella e buona” e vuole che “tutti gli uomini siano salvati”. La chiesa dialoga con il mondo con la consapevolezza che tutto ciò che è veramente umano è cristiano e tutto ciò che è autenticamente cristiano è umano, dal momento che ogni essere umano in quanto tale è ad immagine e somiglianza di Dio. E come a tal proposito non ricordare le parole di Papa Francesco ai Vescovi della Corea: “Il dialogo autentico richiede anche una capacità di empatia. Perché ci sia dialogo, dev’esserci questa empatia. La sfida che ci si pone è quella di non limitarci al ascoltare le parole che gli altri pronunciano, ma di cogliere la comunicazione non detta delle loro esperienze, delle loro speranze, delle loro aspirazioni, delle loro difficoltà e di ciò che sta loro più a cuore. Tale empatia dev’essere frutto del nostro sguardo spirituale e dell’esperienza personale, che ci porta a vedere gli altri come fratelli e sorelle, ad “ascoltare”, attraverso e al di là delle loro parole e azioni, ciò che i loro cuori desiderano comunicare. In questo senso, il dialogo richiede da noi un autentico spirito “contemplativo”: spirito contemplativo di apertura e di accoglienza dell’altro. Io non posso dialogare se sono chiuso all’altro. Apertura? Di più: accoglienza! Vieni a casa mia, tu, nel mio cuore. Il mio cuore ti accoglie. Vuole ascoltarti. Questa capacità di empatia ci rende capaci di un vero dialogo umano, nel quale parole, idee e domande scaturiscono da un’esperienza di fraternità e di umanità condivisa”. Il dialogo, dunque è la via umana, condivisa da tutti, per costruire insieme un senso; è un metodo, uno stile di vita, che diventa cammino fatto insieme, ricerca condivisa della verità che si fa storia… Mi piace sottolineare l’aspetto dell’ascolto richiamato dal Pontefice. Ascoltare è far tacere le voci dentro di se, è mettere tra parentesi ciò che si sa dell’altro…e di se stessi! E’ creare in se o lasciar avvenire in sé uno spazio vuoto, un’attesa dell’altro, un desiderio. Si possono leggere in questa luce i seguenti versetti della Lettera ai cristiani di Filippi: Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini.  Quando Cristo venne all’uomo per dialogare con lui, accetta in se questo vuoto e lo pone in ascolto dell’uomo e gli insegna la lingua degli uomini. Non è forse per questo motivo che Luca ce lo fa contemplare prima di tutto in-fas, cioè “senza voce” bambino coricato in una mangiatoia? Che il Verbo di Dio, la sua Parola o suo Figlio, inizi la propria vita umana come un lattante che deve imparare a parlare, ci dice abbastanza bene ciò che richiede l’ascolto per il dialogo. Che Gesù inizia a predicare solo dopo il battesimo in età adulta e sull’Humus della sua vita a Nazareth, ci dice anche la pazienza richiesta per divenire familiari dell’altro ed abitare il suo paese.

PREGHIERA DELL’ASCOLTO
Non si ascolta solo con le orecchie, bisogna imparare a creare le condizioni per ascoltare con il cuore, solo quando avremo imparato ad ascoltare il nostro prossimo col cuore avremo imparato ad ascoltare Dio.

Signore, mi manca la capacità di ascolto.
Non so ascoltare la natura, il prossimo e nemmeno me stesso.
Fa’ che ascoltandoti diventi più sensibile e più attento
a ciò che mi circonda e a ciò che avviene in me,
nella mia mente e nel mio cuore.
Tu non ci hai creati per vivere nell’inconsapevolezza,
ma per conoscerti, amarti e lodarti.
Insegnami, sin dal primo mattino a fare silenzio
nella mia mente e nel mio cuore
affinché possa percepire i tuoi palpiti d’amore
attraverso il mio respiro, i battiti del mio cuore, i riflessi della luce,
le persone che mi hai messo accanto in famiglia,
sul posto di lavoro, nelle varie occasioni sociali.
Aiutami a percepire il mistero della tua presenza paterna
negli avvenimenti gioiosi e tristi della mia vita.
Che io possa riconoscere anche nelle più piccole cose
la tua immensa capacità di donare, affinché ti possa contraccambiare.
Rendimi attento alle parole del povero e del bisognoso:
fa che non mi disperda nell’indifferenza e nell’apatia.
Donami l’umiltà vera, affinché possa sintonizzarmi con la tua
che hai dimostrato quando nel mistero dell’Incarnazione
hai voluto ascoltare con tutto il tuo essere la creatura, per venirle incontro.
Donami la capacità di ascoltare per amarti e lodarti in eterno!
Amen.

30 Ottobre 2017 – Collatio Laboratorio 3: Cristo al centro del nuovo Umanesimo Cristiano

CRISTO AL CENTRO DEL NUOVO UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Emanuela Gigliotti

Possiamo parlare di “Umanesimo Cristiano” solo quando mettiamo al centro della nostra vita Gesù, contemplandone il suo volto. Quando si contempla il volto di Gesù a primo impatto può causarci dispiacere e angoscia, perchè pensiamo a tutto quello che ha passato prima che morisse. Gesù si è caricato di tutti i peccati del mondo, sapeva da sempre ciò che lo attendeva. Quindi contemplando più attentamente il suo volto sul crocifisso percepiamo il suo essersi umiliato e l’aver obbedito fino all’ultimo respiro per la nostra salvezza. Se prendiamo lui come modello da seguire potremo ritenerci suoi figli.
La nostra gioia non deve renderci superiori agli altri, ma inferiori, così da mettere davanti a noi stessi la felicità altrui per cercare di rendere felici gli altri che ci circondano anche con gesti semplici.
La beatitudine per Gesù è la felicità che sperimentiamo quando siamo poveri nello spirito. Per i santi può essere la povertà, per altri può essere il sacrificio del lavoro quotidiano, ma sicuramente svolto con tutto l’amore che si ha dentro , così da vivere la beatitudine nella nostra vita.
La chiesa dovrebbe essere più attiva, più accogliente, comprenderci, accarezzarci, amarci, anche se nella nostra vita, molte volte dura, piena di angosce e insicurezze, ci allontana.
Riconoscendo Gesù nelle persone sofferenti, malate, chiuse è lì che potremo scorgere tutte le sofferenze che ha passato lui e scoprire che in quel volto c’è anche la misericordia, la speranza, tutto l’amore che ci abbraccia.
La forza per accettare e superare la sofferenza la possiamo trovare quindi nella fede e nella preghiera costante, solo così potremo sentire quel tenero abbraccio che ci affidò Gesù: l’abbraccio di Maria, sua Madre.

30 Ottobre 2017 – Collatio Laboratorio 2: Cristo al centro del nuovo Umanesimo Cristiano

CRISTO AL CENTRO DEL NUOVO UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Francesca Vescio

La prima tappa del nostro cammino formativo alla scuola di San Francesco di Paola ci ha visti riflettere insieme sul discorso di Papa Francesco al V Convegno Ecclesiale Nazionale avente come tema: In Cristo Gesù il Nuovo Umanesimo.

In un mondo che sta cambiando, in cui l’essere umano vive un periodo di abbandono e fragilità, il Papa punta alla valorizzazione dell’uomo come creatura di Dio attraverso una ri-evangelizzazione della chiesa che può avvenire solo se contempliamo Gesù, il nostro Umanesimo, che ha avuto per noi un amore così grande fino a farsi uomo e a patire nel profondo dell’anima.

Per noi non è sempre facile abbandonarci alla volontà di Dio così come fece Gesù, soprattutto se pensiamo al volto di Dio deturpato e provato mostrato nel film “The Passion”. Ma il volto di Gesù sofferente che è raffigurato nell’Ecce Homo di Firenze, evidenzia una nostra consorella, lo ritroviamo nelle sofferenze dell’ammalato che andiamo a trovare, che aiutiamo nel pranzo e soprattutto accarezziamo ed abbracciamo, perchè l’Ecce Homo si rende visibile quando entriamo nella sua vita, quando sorridiamo con lui, quando abbiamo la possibilità di confrontarci con i suoi familiari, quando la visita dovrebbe durare 15 minuti e senza accorgercene dura 2 ore.

Nella realtà in cui viviamo è evidente che la richiesta del Papa di una chiesa in uscita che va verso le periferie è necessaria! Non pensiamo al nostro prossimo come al lontano, alla persona distante, ma impegnamoci a scoprire quelli che sono i bisogni dell’altro a noi vicino, di cui spesso non ci accorgiamo perchè distratti da troppe cose, dalla nostra vita frenetica e dai nostri impegni. La chiesa del nuovo umanesimo non è quella che predica dal pulpito ma quella che sta vicina al fratello, che si lascia vincere dall’amore e vive le sette opere della misericordia corporale e spirituale per trasmettere l’amore vero e viverlo in tutte le sue declinazioni, abbracciare, stare, abitare.

Non è facile entrare nell’intimità dell’altro in particolare se conoscente e italiano, che spesso per vergogna o per orgoglio non si apre e non chiedo aiuto. Quando non riceviamo una risposta di apertura come dobbiamo comportarci allora? Possiamo cominciare dal piccolo, essere presenti, dare una parola di conforto, consigliare, iniziando a curare lo spirito ci troveremo a fare poi cose straordinarie!

Nella nostra parrocchia con le visite agli ammalati da parte dei terziari, le attività di doposcuola, di sostegno alle mamme e ai bambini immigrati svolte dalle suore e da parrocchiani iniziamo a vivere il fratello nell’intimità e a conoscere veramente quelli che sono i suoi bisogni, siamo ai primi passi tuttavia, come diceva Madre Teresa di Calcutta: “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”.