Diario Fraternità A.P. 2018-2019

14 Gennaio 2019 – Incontro di Formazione: Introduzione alla sintesi sull’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”

Introduzione alla sintesi sull’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”
Relazione di Padre Giovanni Sposato O. M.

Nei documenti papali c’è una gerarchia?
Ma cosa vuol dire enciclica e che differenza c’è con una lettera apostolica?
Nell’era della comunicazione “usa e getta”, spesso la gerarchia delle notizie la fanno i mezzi d’informazione o la casualità di Facebook. Per questo conviene andare sempre direttamente alle fonti.
Nei documenti papali c’è una gerarchia.
Eccola, in ordine di importanza:
costituzione apostolica
enciclica
esortazione apostolica
lettera apostolica
messaggio
Alcuni di questi documenti possono essere emessi sotto forma
– di bolla pontifica, cioè con il sigillo del Papa;
– di breve apostolico, per argomenti di minore importanza;
– di motu proprio, quando il Papa emana qualcosa non suggerito dalla Curia romana.
Il nome costituzione apostolica è dato a documenti importanti e solenni, che riguardano la promulgazione di leggi, argomenti rilevanti o un insegnamento definitivo.
Tra gli esempi: la Munificentissimus Deus, con la quale Pio XII proclamò il dogma dell’Assunta, la costituzione dogmatica Lumen gentium del Vaticano II, la Pastor bonus, con la quale Giovanni Paolo II riorganizzò la Curia romana.
L’enciclica è una “lettera circolare” (è il significato del termine), cioè pubblica, rivolta a tutta la Chiesa, a una parte, o a tutti gli esseri umani. Tratta argomenti di rilievo, di carattere dottrinale, morale o sociale. Un esempio è la Pacem in terris di Giovanni XXIII, indirizzata anche a “tutti gli uomini di buona volontà”.
La lettera apostolica è un documento più generico, spesso con un destinatario particolare, ma anche rivolta a tutti i fedeli, come la Novo millennio ineunte di Giovanni Paolo II, emanata al termine del Giubileo del 2000.
L’esortazione apostolica è una delle tipologie di documenti ufficiali redatti dal pontefice della Chiesa cattolica.
In ordine di importanza, si colloca, quindi, al di sotto di:
– costituzione apostolica
– enciclica
ma al di sopra di:
– lettera apostolica
– lettera semplice
– messaggio.
Esortazione apostolica post-sinodale
La esortazione apostolica post-sinodale, o esortazione apostolica postsinodale, è un documento che il Papa elabora a partire dalle Proposizioni che il Sinodo dei vescovi produce come frutto dei suoi lavori. Esistono anche esortazioni apostoliche che non sono frutto dei lavori di un sinodo.

«Gaudete et exsultate, quoniam merces vestra copiosa est in caelis; sic enim persecuti sunt prophetas, qui fuerunt ante vos.»
«Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.»
(Vangelo secondo Matteo 5,12; citato nell’incipit di Gaudete et exsultate.)

Gaudete et exsultate, in italiano Rallegratevi ed esultate, è la terza esortazione apostolica (prima di questa: Evangelii gaudium e Amoris laetitia) di papa Francesco. Benché porti la data del 19 marzo 2018, solennità di San Giuseppe, il testo è stato reso pubblico solo il 9 aprile successivo.

Contenuto
In quest’esortazione viene affrontato il tema della chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Introduzione L’espressione, che introduce l’esortazione apostolica, fa riferimento al discorso delle Beatitudini, in cui Gesù invita, a rallegrarsi e ad esultare, coloro che per causa sua vengono perseguitati o umiliati. Attraverso queste parole, il Papa vuole rinnovare la chiamata alla santità nella società odierna, con le sue sfide ed opportunità, ma anche con i suoi rischi. Nella sua riflessione, il Pontefice afferma che la santità può essere vissuta in diversi modi e propone l’esempio di Abramo, chiamato a camminare integro dinanzi a Dio. Infine, ricorda che «Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente».

Il testo è composto da 177 paragrafi, dei quali 2 sono nell’introduzione e 175 nei 5 capitoli:
Introduzione
1. La chiamata alla santità
2. Due sottili nemici della santità
3. Alla luce del Maestro
4. Alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale
5. Combattimento, vigilanza e discernimento

26 Novembre 2018 – Scheda

Papa Francesco ci parla della Santità
Dalla “Gaudete et exsultate” dieci consigli del Papa

“Gaudete et exsultate” è l’esortazione apostolica che Papa Francesco ha scritto sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Egli ci consegna dieci consigli perché possiamo muoverci in questo cammino.

  1. NON DEFILARSI. “Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati a essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova”. “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio”.
  1. LASCIATI GUIDARE DALLE BEATITUDINI. “Le Beatitudini in nessun modo sono qualcosa di leggero o di superficiale”. “Essere poveri nel cuore, questo è santità”. “Reagire con umile mitezza, questo è santità”. “Saper piangere con gli altri, questo è santità”. “Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità”. “Guardare e agire con misericordia, questo è santità”. “Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità”. “Seminare pace intorno a noi, questo è santità”.
  1. VUOI AMARE? AGISCI. “Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia”. “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!”.
  1. COLTIVARE L’UMILTÀ. «L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità. Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni non sei umile e non sei sulla via della santità. La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via». «Non dico che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perché questo sarebbe masochismo, ma che si tratta di una via per imitare Gesù e crescere nell’unione con Lui».
  1. SII NELLA GIOIA. «Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza». «Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia».
  1. OSA EVANGELIZZARE. «Nello stesso tempo, la santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo». «Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza, della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita».
  1. NON RASSEGNARTI MAI. «Per l’abitudine noi non affrontiamo più il male e permettiamo che le cose “vadano come vanno”, o come alcuni hanno deciso che debbano andare. Ma dunque lasciamo che il Signore venga a risvegliarci, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia. Sfidiamo l’abitudinarietà, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto».
  1. PREGA OGNI GIORNO E RICOMINCIA. “Non credo nella santità senza preghiera, anche se non si tratta necessariamente di lunghi momenti o di sentimenti intensi”. “Abbiamo tutti bisogno di questo silenzio carico di presenza adorata. La preghiera fiduciosa è una risposta del cuore che si apre a Dio a tu per tu, dove si fanno tacere tutte le voci per ascoltare la soave voce del Signore che risuona nel silenzio”. “Se non permetti che Lui alimenti in esso il calore dell’amore e della tenerezza, non avrai fuoco, e così come potrai infiammare il cuore degli altri con la tua testimonianza e le tue parole?”.
  1. PREPARATI AL COMBATTIMENTO. “La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo”. “Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita senza una prospettiva soprannaturale. Non pensiamo dunque che sia un simbolo, una figura. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi”. “Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario”.
  1. IMPARA A DISCERNERE CIÒ CHE DIO VUOLE DA TE. “Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo è il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è anche un dono che bisogna chiedere”. “Molte volte questo si gioca nelle piccole cose, in ciò che sembra irrilevante, perché la magnanimità si rivela nelle cose semplici e quotidiane”. “È in gioco il senso della mia vita davanti al Padre che mi conosce e mi ama, quello vero, per il quale io possa dare la mia esistenza, e che nessuno conosce meglio di Lui”.

26 Novembre 2018 – Incontro di Formazione: Ecco come si diventa Santi (nella vita quotidiana)

Ecco come si diventa Santi (nella vita quotidiana)
Commento all’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”
Relazione di Padre Giovanni Sposato O. M.

L’esortazione Gaudete et exultate sulla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo» non è riservata a pochi ma è una via per tutti. Non un trattato sulla santità, ma una sua descrizione, così come l’aveva profilata il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium. È l’urgenza di una risalita all’essenzialità. A ciò che conta per vivere pienamente da uomini e da veri cristiani nel contesto storico attuale.
Nei cinque capitoli del documento Papa Francesco sgombera così il campo dalle false immagini che si possono avere della santità, da ciò che è nocivo e ideologico e «da tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale», e, spiegando che la santità è frutto della grazia di Dio, indica le caratteristiche che ne costituiscono un modello a partire dal Vangelo.
Illumina così la vita nell’amore non separabile per Dio e per il prossimo, che è il comandamento centrale della carità e il cuore del Vangelo dalle parole stesse di Gesù: «Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23).
Esse sono come la carta d’identità del cristiano» «Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita».

Capitolo primo: La chiamata alla santità

È il capitolo centrale dell’esortazione. Il canovaccio di riferimento di uno stile di vita. E si comprende da qui la forza e l’utilità di questo documento che mette insieme in modo organico ciò su cui Papa Francesco insiste da cinque anni, andando controcorrente rispetto a quanto abitualmente si fa nella società. «La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale – scrive – Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato».

La santità della porta accanto
«Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità… Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente» scrive Francesco e nel primo capitolo ricordando che i santi non sono solo quelli già beatificati o canonizzati.
«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere… Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (7).
Francesco non si ferma pertanto a spiegare i mezzi di santificazione o le varie forme di devozione invita subito a non scoraggiarsi di fronte a «modelli di santità che appaiono irraggiungibili», perché 2 dobbiamo seguire la «via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi». (11). E spiega e ripete che per essere santi «non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi.
Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno». (14)
Ribadisce quindi che l’obiettivo di questa esortazione «è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata personale che rivolge anche a te: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza», «ognuno per la sua via, dice il Concilio». «Lascia dunque che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità» (15).
E ripete l’invito a non avere paura a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo: «Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta». «La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita «non c’è che una tristezza… quella di non essere santi» (34).

Capitolo secondo: Due sottili nemici della santità

I due nemici della santità e il cuore della Legge
Nel secondo capitolo si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo». Ancora una volta, quindi, il Papa fa riferimento a queste due eresie «sorte nei primi secoli cristiani», e che a suo giudizio «continuano ad avere un’allarmante attualità» dentro la Chiesa (35).
Si tratta di «due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare» (35). Se infatti la santità è un dono della grazia nella vita della Chiesa, queste due sottili forme di eresia ne sono un ostacolo proprio perché rimuovono la necessità della grazia di Cristo, oppure svuotano la dinamica reale e gratuita del suo agire.
Per questo complicano e fermano la Chiesa nel suo cammino verso la santità. I «nuovi pelagiani» ad esempio «per il fatto di pensare che tutto dipende dallo sforzo umano incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali – spiega il Papa – complicano il Vangelo diventando «schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca» (59).
Questi s’impegnano nel seguire un’altra strada che è «quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore». E si manifesta in molti atteggiamenti: «L’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale.
In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo» (57). Il Papa ha quindi ricordato che siamo chiamati a curare attentamente la carità che è il centro delle virtù e della Legge.
Cristo ci ha consegnato «due volti, quello del Padre e quello del fratello», «o meglio uno solo, quello di Dio che si riflette in molti, perché in ogni fratello è presente l’immagine stessa di Dio» (61). L’amore per Dio e per il prossimo non possono perciò essere separati: «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» perché pienezza della Legge infatti è la carità». Perché «tutta la Legge trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (60).

Capitolo terzo: Alla luce del Maestro

Le Beatitudini: ritratto di Gesù e stile di vita controcorrente
Nel terzo capitolo, Francesco srotola una per una le beatitudini evangeliche contenute nel capitolo 5 del Vangelo di Matteo e le rilegge attualizzandole. «Vivere le Beatitudini – spiega – diventa difficile e può essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata». Ma queste sono «la carta d’identità del cristiano». (leggere n. 63)

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»
«Le ricchezze non ti assicurano nulla – ricorda il Papa – Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli» (68). «Essere poveri nel cuore, questo è santità».

«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra».
«È un’espressione forte, in questo mondo che fin dall’inizio è un luogo di inimicizia dove si litiga ovunque, dove da tutte le parti c’è odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini» (71). Osserva Francesco: «Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole”.
Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino. È meglio essere sempre miti, e si realizzeranno le nostre più grandi aspirazioni: i miti «avranno in eredità la terra», ovvero, vedranno compiute nella loro vita le promesse di Dio» (74). La mitezza è propria di Cristo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).
Il Papa pertanto ricorda che «anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza, e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza. Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello» (73). «Reagire con mitezza, questo è santità».

«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati»
«La persona che vede le cose come sono realmente – scrive – si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice» (76). «Saper piangere con gli altri, questo è santità».

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»
«La giustizia che propone Gesù – spiega – non è come quella che cerca il mondo, molte volte macchiata da interessi meschini, manipolata da un lato o dall’altro. La realtà ci mostra quanto sia facile entrare nelle combriccole della corruzione, far parte di quella politica quotidiana del “do perché mi diano”, in cui tutto è commercio» e si resta «ad osservare impotenti come gli altri si danno il cambio a spartirsi la torta della vita» (78). «Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità».

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».
«“Tutto quanto vorrete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loroˮ. Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve applicare “in ogni casoˮ» (80). Gesù, ricorda il Papa, «non dice “Beati quelli che programmano vendetta”, ma chiama beati coloro che perdonano e lo fanno “settanta volte setteˮ». «Guardare e agire e agire con misericordia, questo è santità».

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»
«Quando il cuore ama Dio e il prossimo, quando questo è la sua vera intenzione e non parole vuote, allora quel cuore è puro e può vedere Dio» (86). «Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità».

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
«Il mondo delle dicerie, fatto da gente che si dedica a criticare e a distruggere, non costruisce la pace», scrive Francesco (87). Mentre i pacifici «costruiscono pace e amicizia sociale» (88). Anche se «non è facile costruire questa pace evangelica che non esclude nessuno, ma che integra anche quelli che sono un po’ strani, le persone difficili e complicate… quelli che sono diversi» (89). «Seminare pace intorno a noi, questo è santità».

«Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli».
«Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità – avverte il Papa – non pretendiamo una vita comoda» (90). «Non si può aspettare, per vivere il Vangelo, che tutto intorno a noi sia favorevole» (91). Ma Francesco spiega anche che «un santo non è una persona eccentrica, distaccata, che si rende insopportabile per la sua vanità, la sua negatività e i suoi risentimenti».
Non erano così gli apostoli che «godevano della simpatia “di tutto il popoloˮ» (93). Quanto alle persecuzioni, esse «non sono una realtà del passato, perché anche oggi le soffriamo, sia in maniera cruenta, come tanti martiri contemporanei, sia in un modo più sottile, attraverso calunnie e falsità» (94). «Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo è santità».

Il protocollo su cui saremo giudicati (n. 95)
Francesco rievoca le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo (25,31-46) sul dar da mangiare agli affamati e accogliere gli stranieri e ricorda che queste sono la «regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso… un problema che devono risolvere i politici…
Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità… un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!» (98).
«In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi – afferma Francesco – pertanto sottolinea con decisione «davanti alla forza di queste richieste di Gesù è mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di accoglierle con sincera apertura, “sine glossa”, vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze» (97).

La nocività delle ideologie (n. 100)
Purtroppo, scrive Francesco, a volte «le ideologie ci portano a due errori nocivi». Da una parte, quello di trasformare «il cristianesimo in una sorta di ONG», privandolo della sua «luminosa spiritualità» (100). Dall’altra parte c’è l’errore di quanti «vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista».
O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo.
Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo (101).
«Spesso si sente dire – riprende il Papa – che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli.
Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)?» (102). «Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia» (107).

Capitolo quarto: Alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale

Il santo e la violenza verbale dei media
All’interno del grande quadro della santità proposte dalle Beatitudini e Matteo 25,31-46, nel quarto capitolo Francesco presenta alcune caratteristiche che, a suo giudizio, sono indispensabili per comprendere lo stile di vita a cui Cristo ci chiama nel contesto attuale e che hanno particolare importanza a motivo di alcuni rischi e limiti della cultura di oggi, «dove si manifestano – afferma – l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale».
Le prime sono: la sopportazione, la pazienza e la mitezza. Virtù necessarie. «Anche i cristiani – scrive poi il Papa – possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet… Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui».
«È significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianzaˮ, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà» (115). Lì si manifesta senza alcun controllo che la lingua è «il mondo del male» e «incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna (Gc 3,6)».
Il santo, ricorda Francesco, «evita la violenza verbale» (116). «La fermezza interiore, che è opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale – scrive il Papa – perché la grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore» (117).

L’umiltà e le umiliazioni
L’umiltà – spiega – può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità» (118). Non si riferisce solo alle situazioni violente di martirio, «ma alle umiliazioni quotidiane di coloro che sopportano per salvare la propria famiglia, o evitano di parlare bene di sé stessi e preferiscono lodare gli altri invece di gloriarsi, scelgono gli incarichi meno brillanti, e a volte preferiscono addirittura sopportare qualcosa di ingiusto per offrirlo al Signore» (119).
«Non dico – afferma – che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perché questo sarebbe masochismo, ma che si tratta di una via per imitare Gesù e crescere nell’unione con Lui. Questo non è comprensibile sul piano naturale e il mondo ridicolizza una simile proposta» (120). È un atteggiamento che presuppone un cuore pacificato da Cristo, «libero da quell’aggressività che scaturisce da un io troppo grande.
La stessa pacificazione, operata dalla grazia – dice papa Bergoglio – ci permette di mantenere una sicurezza interiore e resistere, perseverare nel bene anche “se contro di me si accampa un esercito” (Sal 27,3)» (121).

Senso dell’humor e fervore
Il Papa sottolinea che quanto detto finora «non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (122). Bisogna superare la tentazione di «fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (134).
«Dio è sempre novità – scrive Francesco – che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere… là lo troveremo: Lui sarà già lì» (135). Ci mette in moto, ricorda il Papa, l’esempio di tanti preti, religiose e laici «che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita…
La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» (138).
E Francesco ricorda anche come importante «la vita comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa», che «è fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani» (143): anche Gesù «invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari». «Infine, malgrado sembri ovvio – precisa Francesco – ricordiamo che la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione» che non è è evasione dal mondo intorno a noi.

Capitolo quinto: Combattimento, vigilanza e discernimento

In lotta contro il demonio
Il quinto capitolo avverte che il cammino per la santità è anche «una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male» (159). Il «male» citato nel Padre Nostro è «il Maligno» e «indica un essere personale che ci tormenta» (160). «Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti.
Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi» (161). E può portare alla «corruzione spirituale», che «è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché «anche Satana si maschera da angelo della luce (2 Cor 11,14)» (165).
«Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo – ricorda Francesco – è il discernimento», che «è anche un dono che bisogna chiedere» (166). «Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167). Pertanto il Papa chiede «a tutti i cristiani di non tralasciare di fare ogni giorno… un sincero esame di coscienza» (169).

Un’esistenza disponibile per Dio e per i fratelli
«San Paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere «a nessuno male per male» (Rm 12,17), a non voler farsi giustizia da sé stessi (cfr v. 19) e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene (cfr v. 21). Questo atteggiamento non è segno di debolezza ma della vera forza». Solo «chi è disposto ad ascoltare – conclude Francesco – è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze ma che porta a una vita migliore» (172).
Questo atteggiamento «implica, naturalmente, obbedienza al Vangelo come ultimo criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza» (173). «Chiediamo – conclude papa Francesco – che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito» (177).

12 Novembre 2018 – Sintesi: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Gisella Leone

Il discernimento svolto dai gruppi sulla tematica della Santità, in particolare sulla prima tappa: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza, secondo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete ed exultate”, è stato proficuo e reciprocamente arricchente. C’è stata infatti una condivisione delle nostre realtà spirituali e temporali e si sono evidenziati dei concetti fondamentali per la concretizzazione in ognuno di un proprio percorso di Santità.

E’ emersa una consapevolezza che la chiamata alla Santità sia una chiamata Universale; Dio infatti, Padre Misericordioso, ha sin dagli inizi della Storia nel suo Progetto, la salvezza di tutto il genere umano, nonostante le sue continue infedeltà ha tanto amato il mondo da immolare il proprio Figlio, Gesù che obbediente al volere del Padre,  pieno anch’Egli  di un amore profondo per l’Umanità Peccatrice, ha scelto di morire in croce, risorgendo il terzo giorno, per lavare le nostre colpe e darci la possibilità di salvezza, nell’osservanza dei “Comandamenti Divini”.

La Santità quindi è un cammino di continua conversione, nella continua scelta di morire al peccato per rinascere a vita nuova, di “trasfigurazione”, per ottenere la Salvezza Eterna. (Apocalisse 7,14-17).

La Santità non è correlata solo ad eventi straordinari, quali le Stimmate, i Miracoli; non è appannaggio solo dei consacrati, ma la si può conseguire vivendo e testimoniando i “Comandamenti Divini”, primo fra tutti l’Amore verso Dio e il prossimo nella propria quotidianità Secolare, vivendo ognuno il proprio ruolo con spirito di  responsabilità e sacrificio.
Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione.
Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.
Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con umiltà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli.
Sei un genitore o nonno o nonna ? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù.
Hai autorità? Sii santo lavorando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.
La Santità quindi, è disponibilità al servizio verso l’altro in tutta umiltà; donazione gratuita di sé e dei propri talenti per amore verso Dio e i fratelli, non per auto-referenzialità, sull’esempio di Cristo che, gratuitamente ha dato la Sua Vita per la nostra salvezza.
La Santità è accoglienza dell’altro senza pregiudizi e discriminazione, è solidarietà, condivisione, soprattutto negli stati di fragilità materiali e spirituali. E’ ancora perdono, comprensione, accettazione dell’altro nella sua diversità, anche con i difetti e le molestie, ricercando sempre la comunione, non l’emarginazione. La Santità è sobrietà, onestà, rettitudine, ricerca solo dell’“Essenziale” in pieno affidamento alla Provvidenza Divina, evitando i compromessi, le illegalità per “spianarsi la strada” e conseguire successo, potere, ricchezze, carriera. Le cosiddette luci accecanti e fatue del mondo odierno alle quali ogni cristiano credente, ma soprattutto noi laici minimi per la nostra Spiritualità Penitenziale, dobbiamo contrapporre la luce della nostra Fede, che ci porta in tutt’altra direzione..
“Siate nel mondo, ma non siate del mondo”; perché chi vuol essere amico di questo mondo, non potrà essere amico di Dio. (IV capitolo della Regola TOM);
San Francesco di Paola ci esorta anche: “E’ meglio una vita virtuosa che longeva; è meglio una coscienza pura che un forziere colmo di quattrini”.

Vivere in santità significa prediligere i desideri dello Spirito a quelli della Carne (cupidigia, inganno, delitti,  concupiscenze ecc.) che portano l’uomo alla perdizione. Significa temperare  le proprie passioni e far emergere le proprie virtù; sopprimere il proprio IO a volte molto ingombrante (fardello materiale), per dare il primato a DIO, vivendo l’amore e il rispetto per i fratelli. Far tacere il proprio IO non è facile; non è facile sopportare le ingiustizie, i tradimenti, le offese ricevute, ricambiare il male con il bene.

Emergono ansia, tensione, bisogno di rivalsa, ira, rancori che disperdono e debilitano, ostacolando un cammino di santità, nonostante sia prevalente in tutti la volontà di perseguirlo!

Cosa fare?  In Matteo 11,25-30 Gesù esorta : << Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e Io vi ristorerò; prendete il mio giogo sopra di voi e imparate  da me che sono mite ed umile di cuore e riceverete ristoro per le vostre anime >>.
Gesù non ci toglie le croci, ma nel suo esempio, ci insegna a viverle con pazienza e speranza di una ricompensa futura. Vedi Vangelo delle beatitudini e del Giudizio Finale.

La prima grande caratteristica di Santità è quindi rimanere centrati, saldi in DIO che ama e sostiene, riscoprendo la propria Fede in Lui, abbandonandosi fiduciosi alla Sua Provvidenza. “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”. La forza interiore che scaturisce da questo incontro con Cristo, alimentata dalla speranza in Lui, permette di sopportare e sostenere le contrarietà della vita e vivere quindi la Carità in tutte le sue sfaccettature.

Nel cammino verso la Santità elemento importante è la Preghiera in tutte le sue forme: da quelle più classiche di preghiera recitata (Rosario, Lodi, Vespri), alla preghiera  di contemplazione, Lectio Divina,  preghiera del cuore,  Adorazione Eucaristica,  da promuovere e intensificare perché alimenti la nostra Fede.

I Sacramenti, soprattutto la Confessione e l’Eucarestia che rispettivamente, nella rinascita del perdono e nel rivivere il grande Sacrificio di Gesù per noi, ci rinforzano a proseguire il nostro cammino offrendo le nostre piccole croci quotidiane per il bene dei fratelli.

Purtroppo, la vita frenetica della società odierna e gli impegni lavorativi resi più ingombranti impediscono a volte un ritempramento spirituale.

Importante nel cammino verso la santità è l’educazione alla Fede e soprattutto l’esempio di vita dato dai genitori ai propri figli nell’ambito della famiglia, ritenuta la cellula della società; quindi cercare un ritorno alla famiglia come “Chiesa Domestica” da contrapporre ad una società che oggi misconosce i valori cristiani, sfasciando questa importante “Istituzione” con le conseguenze che ne derivano.

La stessa Fraternità TOM tramite la condivisione del Carisma, i vari momenti di Spiritualità, la formazione continua, il confronto e rinforzo reciproco tra i singoli membri, è un ottimo aiuto nel cammino di Santità, soprattutto se in essa regna un clima costruttivo di collaborazione reciproca, per essere “ Pietre Vive” nell’edificazione del Corpo di Cristo che è la CHIESA.

5 Novembre 2018 – Adorazione Eucaristica

Santuario Diocesano San Francesco di Paola
Fraternità del Terz’Ordine dei Minimi Lamezia Terme
Adorazione Eucaristica sul Vangelo della XXXIª Domenica del Tempo Ordinario Anno “B”

G. Dio non abbandona nessuno, ma domanda a noi di diventare suoi collaboratori per trasformare il nostro mondo. In questa prospettiva l’insegnamento di Gesù, che il Vangelo di questa Domenica ci consegna, salda insieme in un unico “comandamento” l’amore di Dio e l’amore del prossimo. La disponibilità ad accogliere chi grida il suo bisogno e interpella la nostra sensibilità è per noi il vero banco di prova, la verifica concreta, del nostro amore di Dio.

SAC. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.”

+ Dal Vangelo secondo Marco: (Mc 12,28-34)
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
Parola del Signore.

Pausa di Silenzio

G. Il Vangelo riafferma il primato dell’amore di Dio. Ed è questo riconoscimento che necessita di essere posto in evidenza nel nostro tempo. Il primato di Dio non è solo per gli eremiti, per i monaci o per chi si dedica interamente al Signore, ma per ogni credente, per chi si confronta con le situazioni di povertà e di disagio sociale, per chi nell’universo economico e politico afferma la propria identità cristiana, per coloro che sentono la sfida dell’incontro con altre culture e religioni, per chi affronta il quotidiano nella vita lavorativa e di famiglia. La complessità del nostro tempo, la fretta che contraddistingue il mondo occidentale, i molteplici campi cui far fronte non possono distrarci dal riservare il primo posto all’amore di Dio.

Tutti
Dal Salmo 17: Rit. Ti amo, Signore, mia forza
Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore. Rit.
Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici. Rit.
Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato. Rit.

Pausa di Silenzio

“Ascolta Israele, il Signore è il solo Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze”.
È una delle parti più belle dell’Antico Testamento. Certamente questa preghiera, se ripetuta e assimilata, cambia il cuore e la vita. Secondo il vangelo di oggi, Gesù riprende questa indicazione e la completa, la fa diventare il “suo” comandamento, il comandamento nuovo.
Il primo comandamento è – dice Gesù – “amerai il Signore con tutto il cuore… e il secondo è simile al primo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Dove sta la novità che porta Gesù?
Il cristianesimo, la vera religione di Gesù, è la religione dell’amore, non della paura; della fiducia, non del timore; del cuore e non delle pratiche esteriori.
La religione dell’amore: scopriremo sempre di più che Dio ci ama di un amore infinito, pieno di tenerezza, di bontà, di misericordia, di fiducia.
E da questa consapevolezza potrà derivare tutto il resto. Dio è Amore; anche noi siamo chiamati a diventare amore, pur nel nostro piccolo e con tutti i nostri limiti.
Ripetutamente Gesù ci annuncia il comandamento dell’amore che è l’essenziale del vangelo, la cosa più bella, più grande, l’unica che dà senso e pienezza alla vita: l’amore a Dio e l’amore al prossimo.
L’amore a Dio e l’amore al prossimo sono così legati, da essere una cosa sola. “Non si può amare Dio, che non si vede, se non si ama il prossimo che si vede. Se uno dice di amare Dio e non ama il prossimo, è un bugiardo”.
Gesù ritiene fatto a Sè, tutto ciò che facciamo al prossimo: “Qualunque cosa avete fatto a uno di questi, l’avete fatto a me”.
E Gesù, nella pienezza della sua missione, non si accontenta di dire: Ama il prossimo come te stesso, ma invita ad amare secondo la misura del suo Cuore: “Amatevi gli uni gli altri, come Io vi ho amati”.
E Lui ci ha amati offrendo tutto se stesso per noi, fino al sacrificio della vita. Questo è “il mio comandamento”, è “il comandamento nuovo”.
Dice il Vangelo: Amare Dio e il prossimo è l’unica cosa importante, l’unica cosa che vale; questa vale più di tutto il resto.
È abbastanza facile parlare di amore. Ma l’amore non lo si dimostra con le parole, ma coi fatti.
Anzi dobbiamo imparare a parlare poco e a compiere molte azioni di amore vero, generoso, disinteressato, verso tutti, con particolare attenzione verso le persone che hanno più bisogno, anche quelle che non ci sono simpatiche o verso le quali non ci sentiamo portati.
Gesù dirà di amare perfino i nemici… “perché se amate coloro che vi amano, che merito ne avete?”
Se vogliamo intraprendere la strada dell’amore, non bisogno riempirsi la bocca di belle parole, ma riempire la vita di fatti concreti.
Si tratta di prendere coscienza che, nonostante tutto ciò che ci ha detto Gesù e che noi stessi conosciamo quasi a memoria, è così facile sbagliare e peccare contro la carità e l’amore del prossimo. È soprattutto verso il prossimo che noi siamo peccatori.
Basta pensare le mancanze che facciamo con le persone che ci sono più vicine, in casa nostra, nel lavoro, nelle relazioni con gli altri: egoismo, parole, giudizi, critiche… Basta pensare anche ai peccati tra noi cristiani: le divisioni, le critiche, i personalismi, le incomprensioni…
n fondo anche le grandi divisioni tra le varie denominazioni cristiane sono peccati contro la carità, contro l’amore. E dire che Gesù ci aveva raccomandato solo questo. Lo aveva posto come distintivo dei cristiani.
“Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Non basta allora la preghiera, la messa, la comunione… La preghiera e la messa sono necessarie per diventare capaci di amare il prossimo. Questo ci porta ad essere umili, a chiedere perdono, a essere molto concreti nei nostri propositi.
E’ possibile amare veramente? Sì è possibile! Ed è la cosa più bella, più facile, più vera: basta provare ogni giorno. Gesù ci dà l’esempio… Gesù ci dà il suo Spirito che è la forza dell’amore vero nel nostro cuore.
Ciascuno di noi in questo momento può certamente offrire a tante persone atti di bontà, di generosità, di incoraggiamento, di aiuto, sia morale che materiale.
E tutto lo vogliamo fare col cuore, con disinteresse, anche con sacrificio, ma sempre con amore sincero. Alla fine della vita, saremo giudicati sull’amore.
Ma già ora sulla terra sappiamo che la cosa più bella è amare Dio e il prossimo: questo ci fa persone di luce, di gioia, di pace; persone che fanno trasparire anche “dal volto qualcosa della bontà di Dio. E la gente ha bisogno di questo! (d.R.Rossi)

Tutti
Signore Gesù, noi ti ringraziamo
perché la Parola del tuo Amore
si è fatta corpo donato sulla Croce,
ed è viva per noi
nel sacramento della Santa Eucaristia.
Fa’ che l’incontro con Te
nel Mistero silenzioso della Tua presenza,
entri nella profondità dei nostri cuori
e brilli nei nostri occhi
perché siano trasparenza della Tua carità.
Fa’, o Signore, che la forza dell’Eucaristia
continui ad ardere nella nostra vita
e diventi per noi santità, onestà, generosità,
attenzione premurosa ai più deboli.
Rendici amabili con tutti,
capaci di amicizia vera e sincera
perché molti siano attratti
a camminare verso di Te.
Venga il Tuo regno, e il mondo si trasformi
in una Eucaristia vivente.
Amen.

Pausa di Silenzio

Amerai Dio con tutto il tuo cuore. Amerai il prossimo tuo come te stesso. Che cosa c’è al centro della fede? Ciò che più di ogni cosa dona felicità all’uomo: amare.
Non obbedire a regole né celebrare riti, ma semplicemente, meravigliosamente: amare. Gesù non aggiunge nulla di nuovo rispetto alla legge antica: il primo e il secondo comandamento sono già nel Libro. Eppure il suo è un comando nuovo.
La novità sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l’unico comandamento. L’averli separati è l’origine dei nostri mali. La risposta di Gesù inizia con la formula: shemà Israel, ascolta popolo mio.
Fa tenerezza un Dio che chiede: «Ascoltami, per favore. Voglimi bene, perché io ti amo. Amami!»
Invocazione, desiderio di Dio. Cuore del comandamento, sua radice è un’invocazione accorata, non una ingiunzione. Dio prega di essere amato.
Amare «è tenere con tenerezza e passione Dio e l’uomo dentro di sé: se uno ama, l’altro è come se dimorasse dentro di lui» (A. Casati).
Amare è desiderio di fare felice qualcuno, coprirlo di un bene che si espande oltre lui, va verso gli altri, inonda il mondo… Amare è avere un fuoco nel cuore.
Ma amare che cosa? Amare l’Amore stesso. Se amo Dio, amo ciò che lui è: vita, compassione, perdono, bellezza.
Amerò ogni briciola di cosa bella che scoprirò vicino a me, un atto di coraggio, un abbraccio rassicurante, un’intuizione illuminante, un angolo di armonia. Amerò ciò che Lui più ama: l’uomo, di cui è orgoglioso.
Ma amare come? Mettendosi in gioco interamente, cuore, mente, anima, forza. Gesù sa che fare questo è già la guarigione dell’uomo. Perché chi ama così ritrova l’unità di se stesso, la sua pienezza felice:
“Questi sono i comandi del Signore vostro Dio… Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica; perché tu sia felice. Non c’è altra risposta al desiderio profondo di felicità dell’uomo, nessun’altra risposta al male del mondo che questa soltanto: amare”.
Ama il tuo prossimo come te stesso. Quasi un terzo comandamento: ama anche te stesso, insieme a Dio e al prossimo. Come per te ami libertà e giustizia così le amerai anche per tuo fratello, sono le orme di Dio.
Come per te desideri amicizia e dignità, e vuoi che fioriscano talenti e germogli di luce, questo vorrai anche per il tuo prossimo. Ama questa polifonia della vita, e farai risplendere l’immagine di Lui che è dentro di te. Perché l’amore trasforma, ognuno diventa ciò che ama.
Se Lo amerai, sarai simile a Lui, cioè creatore di vita, perché «Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera» (M. Eckhart). Amerai, perché l’amore genera vita sul mondo. (E.Ronchi)

Tutti
Non sono degno, Signore,
che tu entri nella mia casa.
Vedi bene che c’è del disordine.
Non è pronta ad accoglierti.
Avrei voluto per te un ambiente più ospitale
e prepararti qualcosa di gustoso, per trattenerti.
Sono impreparato e perciò ti confesso:
non son degno che tu entri!
Mi piacerebbe tanto che, come facesti una volta
con Zaccheo, tu dicessi anche a me:
«oggi devo fermarmi a casa tua».
Non ardisco sperarlo, non oso domandarlo.
Vedi, Signore: la porta è aperta,
ma la casa non è pronta!
Almeno così a me pare. E a te?
Rimaniamo, ad ogni modo,
a parlare un po’ sull’uscio.
È bello ugualmente. Ho delle cose da dirti.
Ho, soprattutto, bisogno di ascoltare
tante cose da te.
Quante vorrei udirne dalla tua bocca!
Ne ha bisogno il mio cuore ferito.
Parla, allora, Signore. Ti ascolto.
La tua Parola è vita per me. Vita eterna. Amen.
(+ Marcello Semeraro Vescovo di Albano)

Pausa di Silenzio

Meditazione

Preghiere spontanee

Padre Nostro

G. La risposta che hai dato è chiara: l’essenziale nella vita è amare te e il prossimo. Siamo sempre tentati di separare Dio dal prossimo, ma tu non vuoi perché l’amore è unico. Tutta la creazione è una fuoriuscita di te e non possiamo allora amare te e non amare ciò che hai creato. Tu sei un Dio geloso e vuoi che amiamo te, che sei presente in ogni uomo. Travolti dalla tua gelosia come possiamo non amarti? Ma se amiamo te come possiamo non amare tutti i nostri fratelli che sono “tua immagine e somiglianza”? Ci hai chiamati, Signore, a fasciare il mondo con la tela dell’amore. Aiutaci a svegliare il mondo, che dorme la sua notte di odio e di violenza, con il fresco canto dell’amore che è in noi vita e lavoro, preghiera e poesia, lotta e contemplazione, orizzonte e frontiera di ogni nostra giornata.

Tutti
Preghiera per le vocazioni sacerdotali
Obbedienti alla tua Parola, ti chiediamo, Signore:
“manda operai nella messe”.
Nella nostra preghiera, però,
riconosci pure l’espressione di un grande bisogno:
mentre diminuiscono i ministri del Vangelo,
aumentano gli spazi dov’è urgente il loro lavoro.
Dona, perciò, ai nostri giovani, Signore,
un animo docile e coraggioso perché accolgano i tuoi inviti.
Parla col Tuo al loro cuore e chiamali per nome.
Siano, per tua grazia, sereni, liberi e forti;
soltanto legati a un amore unico, casto e fedele.
Siano apostoli appassionati del tuo Regno,
ribelli alla mediocrità, umili eroi dello Spirito.
Un’altra cosa chiediamo, Signore:
assieme ai “chiamati” non ci manchino i “chiamanti”;
coloro, cioè, che, in tuo nome,
invitano, consigliano, accompagnano e guidano.
Siano le nostre parrocchie segni accoglienti
della vocazionalità della vita e spazi pedagogici della fede.
Per i nostri seminaristi chiediamo perseveranza nella scelta:
crescano di giorno in giorno in santità e sapienza.
Quelli, poi, che già vivono la tua chiamata
– il nostro Vescovo e i nostri Sacerdoti -,
confortali nel lavoro apostolico, proteggili nelle ansie,
custodiscili nelle solitudini, confermali nella fedeltà.
All’intercessione della tua Santa Madre,
affidiamo, o Gesù, la nostra preghiera.
Nascano, Signore, dalle nostre invocazioni
le vocazioni di cui abbiamo tanto bisogno. Amen.
(+ Marcello Semeraro Vescovo di Albano)

Canto: Tantum Ergo

V Hai dato loro il pane disceso dal cielo.
R Che porta con sé ogni dolcezza.

Guarda, o Padre, al tuo popolo, che professa la sua fede in Gesù Cristo, nato da Maria Vergine, crocifisso e risorto, presente in questo santo sacramento e fa’ che attinga da questa sorgente di ogni grazia frutti di salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.
Amen

Elevazione del Santissimo Sacramento e Benedizione Eucaristica.

Al termine: Acclamazioni: Dio sia benedetto.

22 Ottobre 2018 – Collatio Laboratorio 2: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Mimmo Famularo e Teresa Paonessa

Dopo aver letto la relazione esposta da Gisella Leone abbiamo commentato alcuni punti salienti della stessa e abbiamo proseguito rispondendo singolarmente alle domande che ci sono state poste.

La domanda sulla quale maggiormente ci siamo soffermati che in parte abbraccia anche le altre due è stata la prima: Cos’è la santità? Quali sono le tue riflessioni sul contenuto del Vangelo delle beatitudini e del giudizio finale?
Tutti, in modi diversi, siamo intervenuti rispondendo che in qualche modo cerchiamo di vivere la santità.
Ma prima di viverla ci siamo posti la domanda: cos’è? Variegate sono state le risposte.

La santità è un cammino di perfezione, ma un cammino tortuoso soprattutto per la vita frenetica che oggi viviamo.
E’ emerso nel dibattito che l’accidia, uno dei 7 vizi capitali, citata nella relazione, è un forte ostacolo nel cammino di santità. Spesso siamo presi dalla pigrizia che ci porta a rimanere nelle comodità delle nostre case, invece di uscire a compiere del bene o a partecipare a messa, ad un’Adorazione o allo stesso incontro di Fraternità.

La santità è un obiettivo difficile da raggiungere. Ma non impossibile.

In sintesi, santità per noi è avere fede, è una fermezza interiore, è fare un’opera di bene verso colui che ti ha fatto del male, è sopportazione, è perdono, “non tramonti il sole sopra la vostra ira” prima di sera chiarirsi e chiedersi scusa.
E’ emerso anche che alla santità si ci educa iniziando a viverla in famiglia.

La santità è cercare il bene dell’altro, e si raggiunge, con quanto si esprime nel Vangelo delle beatitudini, la Magna Carta del Santo, o meglio, la sua carta d’identità.
Accogliamo l’altro, ascoltiamo l’altro che magari ci chiede aiuto, fermiamoci e non andiamo sempre di corsa, sempre senza tempo disponibile. Ricordiamoci che non diventeremo santi da soli, ma vivendo ogni giorno con i fratelli che il Signore ci pone al fianco.

Tutti, secondo quanto è emerso, aspiriamo alla santità, anche perché la santità ci porta a conquistarci la vita Eterna, quindi la Contemplazione di Dio. Per noi Terziari questo obiettivo è fissato già nel Primo Capitolo della Regola “Vi siete posti al servizio del Re del cielo abbracciando questa Regola e, in virtù dell’osservanza di essa, sperate di possedere la vita Eterna”. Quindi “Gaudete ed exultate”, rallegriamoci ed esultiamo perché grande è la nostra ricompensa nei cieli.
L’inferno, al quale non sempre si pensa, fa paura.

Nel Cammino verso la santità elemento importante è la Preghiera, in tutte le sue forme. Da quelle più classiche di preghiera recitata (Rosario, Lodi, Vespri), alla preghiera di contemplazione, Lectio Divina, preghiera del cuore, Adorazione, da promuovere e intensificare (così come suggerite tra le proposte operative nel Programma Nazionale).

Fermiamoci un attimo a pensare, meditare, fare un’autocritica e chiederci quanto amiamo il prossimo?
Nel prossimo vediamo il Cristo? Domanda che oggi non ci poniamo, nonostante siamo a contatto con il problema dell’immigrazione e della morte che giornalmente alberga e riempie i nostri mari.

La santità oltre che con la preghiera si raggiunge con l’umiltà. Umiltà nel pregare, umiltà nell’affidarsi al Signore senza il quale niente è possibile.
Altro elemento importante è l’offerta al Signore dei nostri momenti di dolore, delle nostre pene, dei momenti di sopportazione per delle offese ricevute ingiustamente.
L’umiltà del cuore e della mente è un grande mezzo per raggiungere la santità.

Nella relazione ha colpito la disposizione delle tre parole: sopportazione, pazienza e mitezza. Lette in questo modo indicano il cammino della santità. Se invece si leggono in senso inverso, identificano già il santo.

Prima di rispondere alla seconda domanda: Cerchi di vivere la santità nel tuo quotidiano? abbiamo letto dal retro copertina dell’Esortazione Apostolica quanto segue:
“Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiosi o religiose.
Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno.
Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione.
Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.
Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli.
Sei un genitore o nonna o nonna? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù.
Hai autorità? Sii santo lavorando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.”

Meditando su questo, ci siamo resi conto che poi non ci viene richiesto chissà che cosa, ma vivere quotidianamente il ruolo in cui siamo stati chiamati con spirito di responsabilità e di sacrificio.

Quali sono le difficoltà? Abbiamo risposto mettendo in evidenza che ciò che ci allontana dalla santità sono: le diverse educazioni ricevute, le diverse vedute della vita, il carattere, l’arrivismo, il mondo virtuale dove oggi si vive che impedisce la comunicazione e il rapporto cono glia altri. Pensiamo a quando ci troviamo seduti nelle sale di attesa di qualche posto, con altre persone, la foto che ne esce fuori è: tutti a testa bassa davanti ai cellulari, i vari social che sembrano essere mezzi di comunicazione si trasformano in mezzi di isolamento.

Tutti siamo stati concordi nell’affermare che il cammino di ognuno di noi progredisce, anche se a rilento, nessuno di noi si sente uguale a qualche anno fa, sicuramente ci sforziamo di “progredire di bene in meglio”.

Se rimaniamo saldi al Signore sicuramente ci accompagnerà nel modo giusto verso la Santità, la Sua Parola sarà la via giusta da percorrere.
Non scoraggiamoci e chiediamo al Signore, con la preghiera costante, la Santità e stiamo certi che ci esaudirà.

22 Ottobre 2018 – Collatio Laboratorio 1: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Elisa Martelli

Il gruppo ha risposto in maniera chiara e consapevole che base della santità è l’incontro con Dio, instaurando verso di Lui un rapporto di totale abbandono. Soprattutto il porsi di fronte alla vita e agli altri come Lui vuole.

Santità vuol dire essere pronti ad affrontare le varie situazioni che ogni giorno ci si prospettano. Spesso infatti, presi dal vortice della vita, pensiamo alle cose negative e nei momenti di sconforto e sofferenza dimentichiamo che Dio c’è ed è l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi. Fermarsi e pensare a Dio per affidarsi e abbandonarsi a Lui diventa la nostra forza per superare i momenti difficili in santità. Entrare nell’ottica di Dio, vedere come Lui vede, amare come Lui ama, in maniera totale, senza mettere paletti, permette a noi di ridimensionare il proprio IO e a Dio di agire, trasformandoci e plasmandoci come Lui vuole. Mettere a tacere l’IO per lasciare agire lo Spirito Santo che inonda e porta con Sé solo il bene, e fa quindi trasparire la vera santità.

Il bene non si può contenere e santità è muoversi verso gli altri, per il bene comune, perché guardare gli altri ci solleva. La società moderna e il pensare comune ci porta a prendere le distanze dalle necessità altrui, a fare un passo indietro, a non lasciarci coinvolgere e pensare solo al proprio bene, alla propria tranquillità. Invece fermarsi un po’, non correre per inseguire e soddisfare solo il proprio IO ci porta alla santità. Amore e carità verso gli altri, con umiltà, senza chiedere nulla in cambio, senza guardare o sindacare sul comportamento degli altri, senza pretendere di essere ricambiati o ringraziati, fa sì che i veri valori non vengano meno, ci fa essere di esempio e scuote la coscienza.

Santità è fare una scelta fra bene e male. Il bene si riceve dalla Parola di Dio ed il modo migliore per testimoniare il bene è pensare solo all’essenziale e portarselo dietro. È un processo di ascesi, è una dinamica che scrosta dai condizionamenti materiali permettendoci di pensare solo all’essenziale.

La Parola di Dio invita a confrontarsi prima interiormente con sé stessi e poi con gli altri. In questo contesto riflettiamo le Beatitudini (Mt 5, 1-12). È una Parola che non ci risolve i problemi, ma ci aiuta ad affrontare le situazioni della vita alla luce di Dio, che è l’unico e solo bene, il reso non conta, è solo un fardello pesante che intralcia la strada. Le Beatitudini con tanta semplicità ci indicano come dobbiamo stare davanti a Dio e agli altri.

Questo comporta una scelta radicale e coraggiosa, senza tentennamenti e ambiguità. Vivere la spiritualità del T.O.M. e in fraternità aiuta a fare questa scelta perché si è sempre stimolati a percorrere la via della santità.

La fraternità aiuta a confrontarsi, correggersi. Consapevoli che nessuno mai è arrivato, camminare insieme dà forza e coraggio a non fare passi indietro, a non demordere dalla consapevolezza che Dio è misericordioso e a non lasciarsi sopraffare dall’accidia, dalla pigrizia e dal pensare che le cose non cambiano perché tanto il mondo va così. Una scelta che costantemente siamo chiamati a fare, anche se scoraggiati. Fare sempre un esame di coscienza aiuta a sopportare, perdonare e stare sulla via della santità.

Santità è camminare nel buio con quella piccola luce della fede, che non ci basta mai ad essere di aiuto a chi pensa di essere nella luce accecante con l’esempio della croce che porta alla santità.

15 Ottobre 2018 – Incontro di Formazione: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Gisella Leone

Il progetto di Dio è la salvezza di tutto il genere umano; ogni uomo quindi, è chiamato a percorrere un cammino di conversione interiore, di santità, conformandosi a Cristo nel contesto del suo vissuto quotidiano. L’itinerario  formativo TOM 2018/2019, ha proprio l’obiettivo di approfondire il senso della vocazione laicale minima, come fondata sull’adesione assoluta a Dio (“Fissate solo in Lui il vostro cuore” ved. Cap. I Regola TOM 1 par.) e aperta alla Santità , in una dimensione concreta e attuale, intessuta nelle vicende quotidiane di ciascun minimo che vive nel mondo.

La società odierna, fortemente egoistica, egocentrica, insoddisfatta, frettolosa, volubile, vive una profonda crisi di valori, quali il rispetto per l’altro, l’onestà, la giustizia, la solidarietà, ecc. Si delinea un mondo di precarietà affettiva e materiale che si ripercuote sul benessere psico-fisico del singolo individuo e della comunità, alimentando tensioni, aggressività, violenze, solitudini, che disperdono e debilitano.  Emergono inoltre: uno stato di negatività e di tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo e tante forme di spiritualità prive di un vero incontro con Dio.

Questo stato di cose si discosta e ostacola in ogni credente la concretizzazione di un percorso di Santità. Papa Francesco, con l’Esortazione Apostolica “Gaudete ed Exultate”, delinea il grande quadro della Santità che ci propongono il Vangelo delle Beatitudini (Matteo 5, 1-12) e quello del Giudizio Finale (Matteo 25, 31-46), all’interno del quale, coglie caratteristiche, espressioni spirituali ulteriori, molto utili secondo lui, a comprendere lo stile di vita a cui il Signore Iddio ci chiama; nel preciso, individua  cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo, molto importanti a motivo dei rischi  e dei limiti della cultura di oggi.

I Caratteristica. ”Sopportazione, pazienza e mitezza, da contrapporre all’ansietà nervosa e violenta del nostro tempo”.

La prima grande caratteristica di santità è rimanere centrati, saldi in Dio che ama e sostiene.. In Matteo 11, 25-30 Dio dice: <<Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò; prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e riceverete ristoro per le vostre anime>>. Ciò presuppone una grande fede in Dio; un completo abbandono in Lui, come un bimbo nelle braccia della propria mamma.. perché percepisce che da lei potrà ricevere solo il bene! La forza interiore che scaturisce da questo incontro con Cristo, alimentata dalla speranza in Lui, permette di sopportare, sostenere le contrarietà della vita; di vivere la Carità, accettando con umiltà (abbiamo in Cristo un grande maestro) le aggressioni degli altri, le loro infedeltà e difetti.  <<Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?>>  vedi Romani 8,31.

Tutto ciò è fonte di pace, della vera pace (diversa da quella che dà il mondo), perché scaturisce in un cuore che, rigenerato da Cristo, ormai libero da quell’io troppo ingombrante (fardelli materiali) che gli impediscono di volare alto, diventa capace  di sopportare qualcosa di ingiusto, per offrirlo al Signore; diventa capace di non giudicare in maniera spietata l’altro, accogliendolo nella sua diversità; di limitare, ricercando l’umiltà, la sua auto referenzialità, per non screditare gli altri; oppure, proprio perché libero dall’egocentrismo, è reso audace a reclamare giustizia per i deboli dinanzi ai potenti, incurante di conseguenze negative per la propria immagine (es. San Francesco alla corte del  re di Napoli). San paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere a nessuno male per male  (Romani 12,17); a non voler farsi giustizia da se stessi e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene. Questo atteggiamento, non è segno di debolezza, ma della vera forza, perché Dio stesso è lento all’ira, ma grande nella potenza. La Parola di Dio ci ammonisce: <<Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze, con ogni sorta di malignità>> (Efesini 4,31). E’ necessario lottare e non far radicare le nostre inclinazioni aggressive. <<Adiratevi, ma non peccate, non tramonti il sole sopra la vostra ira>> ( Efesini 4,26). Quando si  è oppressi da particolari circostanze, è bene ricorrere all’ancora della supplica, che ci riconduce nelle mani di Dio. In Filippesi 4, 6-7 è espresso: <<Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza, fate presenti a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti ; e la voce di Dio, che supera ogni intelligenza,  custodirà i vostri cuori>>.

Per la riflessione:

  • Cos’è la Santità? Quali sono le tue riflessioni sul contenuto del Vangelo delle Beatitudini (Matteo 5,1-12)  e del Giudizio Finale (Matteo 25, 31-46)?
  • Cerchi di vivere la Santità nel tuo quotidiano? Quali sono le difficoltà?
  • L’Esortazione Apostolica di papa Francesco  “Gaudete ed Exultate”: Sopportazione, pazienza e mitezza da contrapporre all’ansietà nervosa e violenta del nostro tempo:  Quali sono le esortazioni di papa Francesco, fondate sulla “Parola”, per poter concretizzare tali virtù nella nostra vita?

30 Settembre 2018 – Lectio Divina Comunitaria all’inizio dell’Anno Pastorale 2018-2019

SANTUARIO MARIA SANTISSIMA DI PORTO SALVO – FRATERNITA’ DEL TERZ’ORDINE DEI MINIMI SAMBIASE

Lectio Divina Comunitaria all’inizio dell’Anno Pastorale 2018-2019
di Don Armando Augello

Dal Vangelo di Marco (9,38-48)

38 Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». 39 Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. 40 Chi non è contro di noi è per noi.
41 Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.
42 Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. 43 Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile.  45 Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna.  47 Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, 48 dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Il testo va compreso nel contesto più largo 8,27-10,52: Gesù, andando con i suoi discepoli verso i villaggi di Cesarea di Filippo ove ai piedi dell’Hermon sorge il Giordano (8,27), cittadina che Erode Filippo aveva resa capoluogo della sua tetrarchia e l’aveva dedicata all’imperatore Tiberio Cesare, e ridiscendendo poi a Cafarnao in Galilea (9,30-33) per poi salire a Gerusalemme (10,32), per tre volte predice che sarà crocifisso e risorgerà: svela così la sua vera identità di Messia.

Gesù secondo il testo procede così: accompagna ogni predizione con un insegnamento su come seguirlo sulla sua strada, e poi conferma quanto dice con un segno che anticipa la sua potenza di amore e di vita:
1. Prima predizione della morte resurrezione: 8,27-33,
*seguita da un insegnamento sul perdere la vita per guadagnarla: 8,34-9,1,
* e quindi dal segno della Trasfigurazione, con discesa del monte (Hermon?):9,2-13 più la guarigione di un giovane “spirito muto”:9,14-29.

2. Seconda predizione della passione: 9,30-32,
*seguita dall’insegnamento, quando giunsero a Cafarnao in casa di Pietro, su chi è veramente il più grande servendo da ultimo sino a farsi bambino nelle mani del Padre: 9,33-37,
* e quindi dal segno della invocazione del suo nome: 9,38-48.

3. La terza predizione: 10, 32-34,
*seguita dall’insegnamento su come essere autorità donando la vita come il Figlio dell’uomo: 10,35-45,
* e quindi dal segno della guarigione del cieco Bartimeo di Gerico: 10,46-52.

Il nostro testo rientra nella seconda predizione, e ne costituisce il segno:
il segno è secondo l’insegnamento precedente in cui Gesù, agli apostoli che discutono su chi sia il più grande nella sua comunità (prima ancora che nella società), rivela chi sia il più grande per come egli stesso sta per vivere la sua grandezza di Messia nel Figlio di Dio, cioè raggiungendoci nella nostra miseria di peccato e di morte; precisamente afferma: “Se qualcuno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servo di tutti”.

Quindi riprende il termine “grande” con il termine “primo”. Per essere primo come Lui bisogna essere l’ultimo, ma non in una misura definita di umiltà nella quale gli altri ci riconoscono bravi perché umili, ma rendendosi di fatto servi di tutti secondo come tutti hanno bisogno di essere serviti: la misura e il modo di essere grandi e primi sono dati dallo scendere al livello dei bisogni altrui per amore di riscattarli dalla loro situazione. Ciò implica una continua attenzione d’amore alle singole persone e realtà, e la piena disponibilità a corrispondere per come possibile.

E Gesù, volendo dare un esempio concreto di tale identità di “primo identificato servo di tutti”, quasi rendendo visibile il suo insegnamento e anticipando qualcosa della sua passione, prende un bimbo tra la folla: il bimbo con il suo non contare socialmente nulla e con la totalità dei suoi bisogni è una delle misure dell’ultimo che bisogna divenire per servire: anzi lo rende primo mettendolo al centro, e lo abbraccia per farsi carico del suo stato oltre ogni condivisione, e chiarisce il gesto con tali parole: “Chi accoglie uno solo di questi piccoli nel mio nome, accoglie me, e chi accoglie me non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato” (9,37). Gesù, il vero più grande è la misura della nostra vera grandezza, impegna nel bimbo la grandezza del Suo nome quasi lasciandosi misurare da lui secondo i suoi bisogni: l’impegno del suo nome nel bimbo fa sperimentare la presenza del Figlio Messia e anzitutto del Padre che accolgono: in noi sono Essi che accolgono la miseria del mondo. E questo è il volto rivelato di Dio in Cristo.

Ma ci si potrebbe anche domandare: Gesù, così insegnando, intendeva anche rivelare che l’impegno del Suo nome nell’accogliere un bimbo (servo e ultimo) permette di trovare nel bimbo il Padre e il Figlio non solo accoglienti nel loro nome, ma anche “accolti”, come chiaramente è affermato in Mt 25,35: “in uno dei fratelli più piccoli avete accolto me”?

In tal senso Gesù e il Padre non sono solo accoglienti ma anche accolti, e quindi fattisi “piccoli” solidali con noi piccoli. E in verità il Padre ha dato a Gesù di salvarci dal basso, dal nostro essere peccatori e povere creature (cfr incarnazione integrale).

La domanda fatta da Giovanni in 9,38 se impedire ad uno che “non ci segue” di impegnare il nome di Gesù per scacciare i demoni, e la risposta di Gesù di non impedirlo, permette di fare un ulteriore passo sulle vie della salvezza; infatti noi di solito consideriamo il bimbo al suo livello di bisogni; ma Gesù lo considera anche nel suo essere piccolo e nella sua crescita come discepolo suo e membro del “noi” della sua comunità. Ebbene: Gesù dona il criterio di accoglienza: basta “non essere contro di noi” (9,39), giacché solo “Chi non è con me, è contro di Me” (Matteo 12,30; cfr Lc 11,33).

Anzi potrebbe darsi il caso che uno di questi ancora piccoli nel Regno finisca per dare un bicchiere di acqua agli stessi discepoli perché sono del Messia: un modo indiretto per impegnare il Suo nome. Ebbene: avrà la ricompensa. Per cui il pericolo vero è al contrario, cioè che “piccoli del genere”, piccoli in un senso diverso del piccolo come età e bambino, e cioè o nella fede o nel vissuto da discepolo, possano essere scandalizzati da chi presume essere discepolo perfetto e li scacciasse. Del resto si era verificato che proprio i discepoli talvolta non erano stati graziati di scacciare i demoni (9,28) pur avendo ricevuto il potere di scacciarli (3,14; 6,7-13).

Per i discepoli le occasioni per scandalizzare i piccoli nella fede e nel discepolato possono essere tante: cosi ogni qualvolta una mano o un piede o un occhio non sono usati per accogliere i piccoli, ma per allontanarli: una mano che punta il dito e che condanna invece di prendere per mano; un piede che allontana invece di avvicinare; un occhio che disprezza invece di essere benevolo: si provveda allora a paradossalmente eliminare mano, piede e occhio, cioè a fare qualsiasi sacrificio, pena essere noi condannati di una condanna che è peggio che finire nell’immondezzaio della Valle dei figli di Hinnon a sud ovest della collina di Sion resa discarica, anche dei cadaveri dei lapidati, perché i re Achaz e Manasse vi avevano eretto un tempio (Tofet = distruzione; poi eliminato dal re Giosia) a Moloc, e permesso la offerta di sacrifici umani (cfr Il Re 16 e 21; Geremia 7,31).

Anche Matteo raccomanda di non scandalizzare i piccoli nella fede e nella vita cristiana: 18,6.10-14; e Paolo raccomanda di tenere conto di coloro che ancora credono agli idoli e che la carne ad essi immolata possa essere sacra; per cui i cristiani non devono mangiare la loro carne quasi facessero anche essi un atto di culto pagano (Corinti 8,7-13; 9,12).

Nota bene: se in Atti 8,18-24 viene proibito a Simon Mago di impegnare lo Spirito Santo, e in 19,13-20 ai sette figli di Sheva di impegnare il nome di Gesù per fare gli stessi prodigi di Paolo, e in 13,6-12 al mago Bar Jesus di far tacere Paolo, è perché questi personaggi vogliono usare “magicamente” il nome del Signore. Ecco perché lo stesso demone ai 7 figli di Sheva che lo vorrebbero scacciare dice: “Conosco Gesù e so chi è Paolo: ma voi chi siete?” (Atti 19,15).

Pertanto:
-esaminiamoci se abbiamo preteso chiudere Gesù in una qualche forma di “NOl”, o possederlo, o disporne solo noi;
-come pratichiamo “la pastorale di integrazione” accogliendo tutti, fosse anche con un minimo di loro disponibilità al bene e alla verità, a meno che qualcuno da sé stesso non si escluda volendo essere “contro Gesù”;
-come da parte nostra favoriamo la fiducia in Gesù rendendoci ultimi anziché primi, servi anziché grandi, noi stessi ancora piccoli nella fede e vita cristiana anziché perfetti, avvicinando gli altri dal basso di noi prima che da quello degli altri (solidarietà, condivisione…);
– se, come singoli e come comunità divario tipo, siamo discepoli che seguiamo Gesù sulla via di Gerusalemme e per come egli si è comportato con le varie persone, cominciando dai peccatori e piccoli nella fede.

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