Formazione 2009-2010

Incontro del 15 febbraio

IL MISTERO DI CRISTO E LA VITA DEL CRISTIANO
Dopo la recita comunitaria dei vespri alle ore 18,30, inizia la formazione che, sempre alla presenza del padre assistente, padre Aldo Imbrogno é condotta dal delegato stampa Gisella Leone; la tematica trattata :Il mistero di Cristo e la vita del cristiano:
Abbiamo ascoltato più volte nelle riunioni precedenti che dopo il concilio vaticano II(ved. Crhisti fideles laici-esortazione post sinodale di Giovanni Paolo II) il laico e quindi anche il terziario minimo, é ritenuto strumento indispensabile nel ruolo di missionarietà della chiesa nel mondo, chiamato a realizzare proprio nel mondo, nella sua secolarità, il suo percorso di santità. Ogni cristiano infatti, grazie al Battesimo, confermato poi dalla Cresima, e dagli altri sacramenti, si fa partecipe del Sacerdozio regale di Cristo. La missione di evangelizzazione del laico nel mondo, in qualsivoglia ambiente venga attuata, sia esso la famiglia, il proprio ambiente di lavoro, la società, si può però realizzare se il nostro essere cristiani, più che essere annunciato, viene effettivamente vissuto, ossia se c’è coerenza tra i precetti evangelici che noi affermiamo di osservare e il nostro agire. Vivere da cristiani significa essere solidali a Gesù Cristo- crocifisso e risorto, divenendo partecipi e continuatori nel mondo del suo mistero di morte e resurrezione, teso a rivelare l’Amore di Dio Padre e a salvare gli uomini. Questo significa morire al peccato, al male e rinascere a vita nuova portando nella propria quotidianità, in contrasto con le tendenze individualistiche, egocentriche e con le pseudo-libertà del mondo d’oggi- i principi cristiani, soprattutto l’amore per il prossimo nelle sue varie sfaccettature: amore-rispetto-amore-accoglienza- amore-comprensione-amore -giustizia- amore-solidarietà- amore-onestà- ecc. Una vita così vissuta in pienezza, nel Primato di Dio, nella docilità e ascolto dello Spirito, nel linguaggio biblico, viene indicata come zoè (vita dell’uomo redento) che si contrappone al termine bios (vita dell’uomo creato, solo antropologica), anzi nella maniera più giusta la trascende. La vita del cristiano così vissuta é Apostolato perché grazie alla sua credibilità, può avvicinare gli altri a Cristo, realizzando la salvezza altrui e di chi la vive e attuando il progetto di missionarietà della chiesa. Non si può però esprimere con la propria vita ciò che non si conosce riferendoci non naturalmente ad una conoscenza teorica, intellettualistica, bensì ad una conoscenza profonda dei principi cristiani, ossia la loro accoglienza col cuore e in conseguenza la loro concretizzazione nella vita di ognuno di noi. Questo tipo di conoscenza si acquisisce con la Contemplazione; (dimensione contemplativa della spiritualità laicale minima). Contemplare è fissare lo sguardo su una realtà che attira fortemente la nostra attenzione e il desiderio di chi guarda; nel nostro caso contemplare é fissare la nostra attenzione sul mistero Trinitario, cioè il mistero del Padre che crea e salva gli uomini; del Cristo che ce lo rivela, dello Spirito che ce lo fa conoscere e comprendere; il Mistero Trinitario che si realizza in mezzo a noi nel mistero Pasquale di Cristo Gesù e che illumina, includendolo in sé il nostro stesso mistero, il mistero dell’uomo redento. Contemplare questo mistero deve essere inteso come assaporare, gustare più che di anatomizzarlo, scandagliarlo. E’ solo in questa contemplazione, in questa intima comunione con Dio, che Dio stesso, tramite lo Spirito Santo, ci dà la forza di fare le giuste scelte, anche nelle difficoltà, insegnandoci a vivere anche la croce nella speranza, nella non solitudine, sostenendo motivandola, la nostra testimonianza pubblica a Cristo, sia nella chiesa che nella società, e aiutandoci a realizzare il nostro cammino di santità. Questo rapporto confidenziale con Dio, con Gesù che ci é sempre accanto con lo Spirito Consolatore, costituisce la Spiritualità del cristiano ed é appunto questa comunione con Cristo alla quale segue il nostro agire,che si realizza la Mistica del cristiano, la quale, non è un evento elitario, ma é per tutti. C’è poi la mistica particolare di alcuni Santi come l’estasi o le stimmate; ci sono ancora eventi mistici che si pongono al culmine di un rapporto di amicizia più intenso con Gesù, a coronamento di un determinato cammino di santità, ma altre volte un evento mistico può rappresentare il primo passo nell’itinerario della santità cristiana ( San Paolo sulla via di Damasco). Ora, in che modo possiamo attuare questa contemplazione di Dio, questo rapporto confidenziale con Lui per poi conseguirne una concreta conversione? I mezzi sono la Liturgia e la preghiera. Secondo la Sacrosanctum Concilium al n.2, la Liturgia della Parola, ma soprattutto la Liturgia Eucaristica contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo, perché ce lo fa rivivere dandoci l’energia necessaria ad operare. Nella celebrazione Eucaristica il cristiano diventa mistico, ce lo ha detto Gesù stesso:” Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui “. La preghiera é anch’essa un momento privilegiato in cui il cristiano si incontra faccia a faccia con Dio. La preghiera, sia essa comunitaria o personale, verbale o adorazione silenziosa, esprime il riconoscersi creatura in stato di redenzione- bisognosa per la realizzazione della sua identità, del rapporto di comunione con Dio, penetrando il suo mistero per poi attuarlo e maturando un vissuto mistico. Perché si realizzi tutto ciò, é necessario che il pregare non sia un pregare meccanico, bensì, facendo deserto di tutte le cose che offuscano la nostra mente e il nostro cuore, anche durante le attività quotidiane in famiglia, lavoro, sociali, il pregare, sia un pregare teso alla ricerca di una interlocuzione con Dio, per rivolgergli parole di lode, di ringraziamento, di perdono, di impetrazione, presentandogli i nostri stessi impegni, le nostre difficoltà, delusioni e ascoltando la voce dello Spirito che deve illuminarci per il nostro agire. In questo contesto la mistica diventa azione facendoci progredire nella santità. Il percorso certo non è facile; é paragonabile alla regola del gioco a dama. Nel gioco a dama, non si fanno due passi alla volta; non si può tornare indietro, ma arrivati in alto si può andare dove si vuole. Analogamente il gioco della vita procede gradualmente verso il suo pieno sviluppo, non si può tornare indietro( chi ha preso in mano l’aratro non si volga indietro dice Gesù), ma allorchè si raggiunge la maturità interiore, si conquista la Libertà dello Spirito.

GISELLA LEONE

Incontro dell’8 febbraio

Dopo la recita comunitaria dei vespri alle ore 18,30, la riunione di formazione sempre alla presenza del padre assistente, padre Aldo Imbrogno, é condotta dalla delegata alla formazione Rita Vincenti la quale riprende il tema del programma nazionale di formazione T.O.M. anno 2009/2010: “Essere nel mondo servi fedeli di Dio e riporre solo in Lui il proprio cuore”; imperativo questo a cui i laici e quindi anche noi terziari minimi, dobbiamo obbedire per ottenere la nostra e altrui salvezza. Vivendo infatti i precetti di Dio nella nostra vita quotidiana, in famiglia, lavoro, società, noi diamo testimonianza a Cristo con la nostra vita e in quanto persone credibili, possiamo operare conversioni, diventando il lievito che fa fermentare la massa. Tale ruolo di missionarietà di noi laici nel mondo, é sancito dal concilio vaticano II ( ved. Crhisti fideles laici ) e trova la sua motivazione nel Battesimo che eleva tutti i cristiani ad essere compartecipi del sacerdozio regale di Cristo. Dio chiama tutti a seguire i suoi precetti perché ci ama; la loro osservanza non é un limitare la nostra libertà, ma é necessaria per il nostro bene, la nostra salvezza. I primi undici capitoli della Genesi racchiudono la storia della salvezza; nel libro di Isaia, Dio ripudia il rito esteriore e richiama il suo popolo al concreto, esortandolo a lavarsi, purificarsi delle sue iniquità, cessando di fare il male e operando il bene: Isaia 1, 16-19 :< Cercate la giustizia, aiutate l’oppresso, difendete la giustizia dell’orfano, proteggete la vedova> e ancora: < Se i vostri peccati sono come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve>.” Se voi sarete docili e ubbidienti, possederete i beni del paese”. In Matteo 3,2 é scritto:< Convertitevi perché il Regno dei cieli é vicino>. Sempre in Matteo: 18,2 Gesù stesso dice agli apostoli: <Se voi non cambiate e non diventate come bambini, non entrerete nel regno dei cieli>. San Paolo, dopo la sua conversione arriva a dire :<Non sono io che vivo in Cristo, ma é Cristo che vive in me>, evidenziando la radicalità della sua conversione. I primi secoli della storia della chiesa sono caratterizzati dall’adesione a Dio, suggellata dal Battesimo e dal sangue dei martiri ( chi abbracciava il cristianesimo, moriva, per il cristianesimo). Successivamente, poco a poco, si sviluppa una disciplina penitenziale basata su due principi: l’amore incredibile di Dio e la fatica di conversione dell’uomo che deve allontanarsi dall’errore, spogliandosi dell’uomo vecchio per rinascere a vita nuova. I destinatari di questa disciplina penitenziale erano i catecumeni e i penitenti. I catecumeni erano persone che, conoscendo il cristianesimo e volendo convertirsi ad esso, intraprendevano un cammino di iniziazione fatto di scrutini, esorcismi, consegna del credo, del padre nostro, fino alla celebrazione del Battesimo, Cresima, Eucarestia nella grande veglia Pasquale. Per i penitenti, c’erano due momenti penitenziali: l’imposizione delle ceneri all’inizio della Quaresima ed il rito di Riconciliazione che concludeva il cammino di conversione nel Triduo Pasquale. Questo era previsto per i peccati gravi come l’omicidio, l’adulterio ecc.; per gli altri peccati giornalieri, era prevista una penitenza quotidiana con il digiuno, preghiera, carità, ascolto della Parola, invocazioni penitenziali. Nel IV secolo dopo Cristo, comincia a delinearsi un periodo penitenziale detto Quaresima, di quaranta giorni che precede il Triduo Pasquale e costituisce una commemorazione del Sacrificio di Cristo a riscatto del mondo e della sua Resurrezione. Durante la Quaresima la pratica da seguire era il digiuno (con pasto unico solo la sera) e tale pratica rimane fino all’anno mille. San Francesco da Paola, valorizza l’itinerario ascetico della quaresima, scegliendolo per tutta la vita, per contrastare la mondanizzazione e la secolarizzazione che regnavano nella chiesa a quei tempi, contaminando gli stessi ordini religiosi che, attraverso dispense, avevano ormai abbandonato la prassi penitenziale. San Francesco sceglie una vita austera, uno stile penitente molto severo sia nell’aspetto esteriore che interiore, testimoniando al mondo la radicalità della croce, vero tramite per la salvezza. Questo stile penitenziale, caratterizza la Santa Regola che Egli ha voluto per i tre rami della sua famiglia:1°, 2°, 3° ordine, stile penitenziale che i tre rami dell’Ordine Minimo, attuano in modi diversi, creando “un’armonia nella diversità”. Noi terziari minimi siamo per esempio, chiamati a vivere uno stile penitenziale nella nostra vita quotidiana, vivendo nel mondo con il cuore fisso in Dio, quindi contro corrente, accettando le conseguenze anche negative di questa scelta. Nel capitolo IV della Regola, San Francesco ci avverte: < Sono senza dubbio felici coloro che pensano più ad una vita virtuosa che ad una vita lunga, e più ad una coscienza pura che ad un forziere pieno>. Il cristiano non deve lasciarsi sedurre dalle vanità del mondo, non deve far prevalere l’avere sull’essere, accettando i compromessi, perpetrando illegalità, ingiustizie; deve essere come dice il Vangelo: <nel mondo ma non essere del mondo>, libero di amare Dio e di servirlo nei fratelli che incontra sul suo cammino. Dopo la relazione, per vivere meglio la Quaresima, si propone per la fraternità T.O.M. un minimo di esercizi spirituali anche in loco e di inserire nella preghiera comunitaria (svolta l’ultimo lunedì di ogni mese) la preghiera del cuore, secondo l’esperienza degli antichi padri del deserto. Si conclude con la Preghiera.

GISELLA LEONE

Incontro del 1° febbraio

Alle ore 18,30 la recita comunitaria dei vespri; subito dopo ha inizio la formazione che, sempre alla presenza del padre assistente padre Aldo Imbrogno, é condotta dalla presidente provinciale Teresa Paonessa. La sua relazione apre con un esortazione: Che facciamo come T.O.M.? In che modo il T.O.M. cerca di essere presente nel territorio? Dopo il concilio Vaticano II, come espresso nella Crhisti fideles laici (esortazione post sinodale di Giovanni Paolo II ), si ha infatti una riqualificazione della figura del laico, ritenuto ormai strumento indispensabile nello stesso ruolo di missionarietà della Chiesa nel mondo, e chiamato a realizzare proprio nel mondo, nella sua secolarità, il proprio percorso di santità.
Tutto ciò é possibile se il laico, quindi anche il terziario minimo, nel suo vivere quotidiano in ambito familiare, sociale, di lavoro, sfidando le tendenze individualistiche, egocentriche e le pseudo libertà del mondo d’oggi, riesce ad incarnare i principi cristiani, primo fra tutti l’amore per il prossimo. Un amore che si qualifica poi in rispetto, giustizia, comprensione, solidarietà con l’altro testimoniando in modo credibile l’Amore di Cristo e creando i presupposti per la conversione dell’altro in Dio.
“Esprimere il Primato di Dio con la propria vita”- “Essere servi fedeli di Dio e riporre solo in Lui il proprio cuore”-(Ved. I capitolo della Santa Regola, lasciataci dal nostro Santo Fondatore San Francesco da Paola), tema del programma nazionale T.O.M. 2009/2010, é cosa non facile. E’ necessario a tal fine una maggiore formazione, un maggiore approfondimento della nostra Regola (dimensione contemplativa della spiritualità laicale minima); conoscere meglio la Santa Regola però, non significa conoscenza teorica superficiale di leggi da osservare, ma implica accogliere col cuore i contenuti in essa espressi, creando i presupposti per convertirli in azione, nel conseguimento di una vera maturità spirituale.
“Vivere nel mondo con il cuore fisso in Dio” esprime nella sua lettera la correttrice nazionale Gabriella Tomai in modo da, “Essere nel mondo ma non essere del mondo” come dice il Vangelo Giovanni: 17,13-18. E’ in questo contesto che é maturato il progetto di un corso di formazione per formatori, atti poi a collaborare con gli stessi delegati alla formazione per promuovere la crescita spirituale delle proprie fraternità. E’ sempre in questo contesto che si elabora un programma nazionale unico di formazione delineando percorsi comuni come quello di promuovere l’aspetto contemplativo del carisma minimo ,ossia ricercare nel silenzio la voce dello Spirito per poi farsi guidare dallo Spirito e riscoprire la propria vocazione laicale minima; si valorizzano quindi gli stessi Esercizi spirituali, la Santa Messa, i Sacramenti, preghiere personali e comunitarie.
Alla fine della relazione, come spunto per la riflessione sulla tematica appena trattata, sono poste alla fraternità tre domande: 1) Cosa é per me la Regola?
2) Nella mia vita tengo presente la Regola? 3) Faccio riferimento ad essa? In che modo?
Dopo qualche intervento si conclude con la preghiera.

GISELLA LEONE.

Incontro del 25 gennaio

PREGHIERA COMUNITARIA
Come già disposto nel programma di formazione, lunedì 25 gennaio 2010 (ultimo lunedì del mese) alle ore 18,30, nella Chiesa di San Francesco di Paola in Sambiase, la fraternità T.O.M. ha partecipato alla preghiera comunitaria in condivisione con altri membri dell’attività parrocchiale, di gruppi e associazioni in essa operanti e di esponenti del II Ordine. La preghiera, condotta dal padre assistente della fraternità padre Aldo Imbrogno, è stata incentrata sull’Adorazione Eucaristica, alternando a momenti di meditazione silenziosa dinanzi a Gesù Eucarestia, la lettura di brani e alcuni canti inerenti alla stessa tematica. Scopo di questo momento di intensa spiritualità è capire che nella Chiesa, ciascuno di noi ha un posto, ciascuno ha una chiamata; il Signore ci interpella personalmente e qualunque sia la nostra chiamata Egli ci chiede di incamminarci per la santità. La contemplazione Eucaristica infatti, ci fa cogliere l’immenso amore di Cristo che si fa tutto a tutti gratuitamente, stimolandoci a fare della nostra vita anche noi come Cristo, un dono per gli altri.

Gisella Leone

Incontro del 18 gennaio 2010

Alle ore 18,30 la consueta recita comunitaria dei vespri; segue un intervento del correttore Antonio Mamertino con finalità informative: riferisce infatti alla fraternità che il consiglio direttivo ha decretato l’inserimento nella formazione, di un percorso diversificato, fissato in due incontri mensili (la I e la III domenica di ogni mese alle ore 18,00) per venire incontro a coloro, soprattutto giovani, impossibilitati a frequentare le riunioni ordinarie settimanali del lunedì. Si parla inoltre del 24 gennaio, domenica,festa di San Francesco di Sales, nel corso della quale, dopo la Santa Messa delle 17,30, nella Chiesa di San Francesco, saranno consegnate le pergamene ricordo a quei terziari che hanno compiuto il 10°, 20°, 30°, 50°, 60°, 70° anno di professione T.O.M., cerimonia che sarà seguita da un’agape fraterna presso lo stesso salone parrocchiale. Infine vengono annunciati due momenti importanti di spiritualità a cui tutti i terziari sono invitati a partecipare: il 23 gennaio, ore 16, a Longobardi,(chiesa di San Francesco di Paola), convegno sull’aspetto mistico del Beato Nicola; il 3 febbraio ore 16, a Paola,Solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta dal Cardinale di Barcellona, con accoglienza delle Reliquie del Beato Nicola, che saranno venerate per sempre nel Santuario di Paola, eventi questi, conclusivi dei festeggiamenti per il terzo centenario della morte del Beato Nicola da Longobardi dei Minimi.
Inizia poi la formazione, condotta dal padre assistente della fraternità, padre Aldo Imbrogno. Tematica affrontata: “Il concetto di peccato nel Vecchio Testamento, con qualche riferimento al “Nuovo Testamento”. Presso gli Ebrei- egli dice- il peccato, ossia la trasgressione alla legge di Mosè, significava allontanarsi da Dio, quindi escludersi dalla sua protezione, non godere più dei benefici da Lui elargiti. Causa di maledizione per chi lo perpetrava, doveva quindi essere espiato per mezzo di un sacrificio, con rituali diversi secondo il tipo di peccato, sia esso individuale o dell’intera comunità. Relativamente al peccato privato individuale, chi era consapevole di avere infranto la legge infatti, offriva a Dio, nel Tabernacolo di Convegno di fronte al Signore e secondo il proprio stato economico, un animale di grossa taglia(bove) o minuto (pecora, capra), oppure uccelli (due tortore o due colombe), o anche per il più povero, un decimo di efa di farina, come sacrificio di espiazione per la colpa commessa. L’animale offerto era prima sgozzato, con il suo sangue il Sommo Sacerdote ed i suoi figli ungevano i corni e la base dell’Altare, nella Tenda del Convegno; successivamente, la vittima, divisa in pezzi veniva posta sulla legna sopra l’Altare ed interamente bruciata, secondo il Rito degli Olocausti. (nulla veniva pertanto riserbato né al Sacerdote, né all’offerente).C’era poi il Rito dei Sacrifici Pacifici o di Comunione,nei quali la vittima era offerta in ringraziamento o implorazione di grazia, o anche in adempimento di un voto.Suo scopo era conservare e confermare la pace dell’offerente con Dio; la vittima era divisa in tre parti: la prima parte, ossia il sangue, il grasso con le interiora, il fegato e i reni era bruciata sull’Altare in odore al Signore; la seconda spettava al Sacerdote e alla sua famiglia per il suo servizio al Tempio; la terza apparteneva all’offerente che la mangiava nel Santuario con gli stessi amici invitati. Tale Rito di Comunione, permettendo ai presenti di mangiare dello stesso animale offerto al Signore, significava per essi divenire partecipi della stessa Natura di Dio. Gli Ebrei inoltre dovevano astenersi dal sangue, perchè il sangue rappresentava la vita e della vita era padrone solo Dio. Nel sacrificio di espiazione per il peccato commesso dalla comunità, il popolo offriva due capri di cui il primo scelto a sorte, era offerto dal Sommo Sacerdote (Aronne) per l’espiazione dei peccati suoi e del suo popolo; l’altro, in olocausto. Prima dell’uccisione, il Sommo Sacerdote, poneva le mani sulla testa del primo capro, confessando i peccati suoi e della sua comunità. L’animale poi, veniva portato fuori dell’accampamento, nel deserto, e qui bruciato e offerto ad Azazel. Scopo del Rituale era quello di tenere il peccato ormai addossato alla vittima, lontano dal popolo,propiziando per la propria comunità i benefici del Signore.(Da qui il termine di capro espiatorio). Gli stessi addetti al trasporto dell’animale nel deserto, prima di ritornare all’accampamento, dovevano lavare se stessi ed i vestiti indossati ritenuti impuri, perché le conseguenze del peccato non danneggiassero il popolo. Nel Nuovo Testamento, abbiamo la realizzazione di questo concetto: ” Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo “. Tutti i sacrifici antichi erano quindi una preparazione al Sacrificio Unico di Cristo, quel Cristo che, addossandosi le colpe dell’intera umanità, ha scelto per amore, di essere sacrificato lontano dal popolo (diventandone il Capro espiatorio), proprio per la nostra redenzione. Si conclude quindi con la preghiera.

Gisella Leone

Incontro dell’11 gennaio

Dopo la consueta recita comunitaria dei vespri alle ore 18,30, ha inizio la formazione, condotta dal prof. Filippo D’Andrea che, dietro invito del padre assistente p.Aldo Imbrogno, espone alla fraternità nelle sue linee generali, il contenuto del suo libro “L’Eremita Viandante”; l’intento, é quello di approfondire la Spiritualità del nostro Santo Fondatore perché, conoscendolo meglio, possiamo poi meglio applicarne i principi nella nostra realtà quotidiana. Il relatore, terziario minimo dal 1979, in una breve introduzione, ricorda nell’itinerario della sua formazione, Padre Giuseppe Fiorini Morosini che lo ha accompagnato nella sua conoscenza, nonché Padre Galuzzi che incontrava quando possibile. Nella stesura del suo libro egli dice, l’approccio non é quello dello studioso distaccato, ma di colui che vuole proprio capire la spiritualità minima, consultando a tale scopo le varie fonti minime: l’Anonimo, I Processi, anche piccoli saggi scritti da padre Vincenzo Arzente e da padre Giovanni Sposato su loro interpretazioni di carte antiche; il tutto per delineare il percorso di vita del nostro Santo, guardando però la contemporaneità ossia intuendo ciò che San Francesco con la sua vita, vuole dire all’uomo nell’oggi, anche a coloro che non sono suoi figli spirituali: “La conversione delle persone all’essenzialità che é quello di servire Dio sempre e dovunque”. Il titolo stesso del libro “L’Eremita viandante”, racchiude già questo contenuto: infatti , la scelta di vita eremitica, ossia di una vita rustica,solitaria, a contatto con la terra, libera dal fardello del materialismo umano, per ascoltare e obbedire solo alla voce dello Spirito, permettono al nostro Santo di sentire il grande Amore di Dio e di trasmetterlo poi a chiunque incontrava sul suo cammino. Asceta sociale quindi, ma non per gratificazione personale, bensì per riportare gli altri a Dio; tanti infatti erano quelli che si convertivano, sperimentando la sua carità, la sua umiltà, la sua vita austera, la sua incorruttibilità, il suo amore per la giustizia. Una persona veramente libera e proprio perché libera, capace di liberare gli altri. Tanti sono i profili che si delineano da un’analisi della sua vita: L’Eremita solitario, della terra e della nostra terra (é il santo più calabrese).Eremitaggio che é espressione della ricerca della essenzialità della vita, unico mezzo per la riscoperta di Dio e per essere strumenti di Dio nel mondo. Eremita scomodo dal punto di vista politico, diplomatico: Non disdegnava infatti di ammonire i potenti sulle ingiustizie perpetrate ai deboli, e poteva fare ciò, perché era persona libera da interessi di parte, dedita solo ad obbedire a Dio e alla sua giustizia. Eremita scomodo, ma anche Armonico: Le sue regole sono infatti una sintesi di Spiritualità già provata (Persona equilibrata, credibile). Emerge anche un’idea di Famiglia dalla vita del nostro Santo: La sua stessa famiglia era una famiglia santa che contribuì moltissimo alla sua formazione spirituale; il carisma penitenziale gli venne proprio dal padre che era un eremita in qualche modo laico. Si mette quindi in risalto l’importanza e la responsabilità dei genitori nell’educazione e preparazione alla vita dei loro figli. San Francesco raccomandava ai genitori che accorrevano a lui, di amare i propri figlioli, inculcando in essi la virtù dell’umiltà e la bontà e viceversa, ammoniva i figli a rispettare il padre e la madre.Il lavoro per San Francesco, era lavoro per il Signore, diventava preghiera, perché inteso sempre come servizio, amore per l’altro e il luogo di lavoro diventava Chiesa Vivente.L’impegno sociale era l’impegno della croce.Saper vivere la croce,nella docilità di Spirito, é espressione del suo carisma penitenziale e fonda l’identità del laico minimo. Infine c’è un’idea evangelica di cultura in San Francesco; fede e cultura sono sorelle perché la cultura può aiutare a fare progredire l’uomo nella fede.Una cultura che però é utile tanto, quanto correlata alla umiltà.Al termine della relazione qualche breve intervento, poi la preghiera conclusiva.

Gisella Leone

Incontro del 23 novembre

Dopo la consueta recita comunitaria dei Vespri alle ore 18,30, alla presenza del padre assistente padre Aldo Imbrogno, c’è un breve intervento del correttore Antonio Mamertino, con finalità informative sui prossimi eventi relativi alla vita stessa di fraternità: 1) Lunedì 7 dicembre, l’incontro della fraternità con il padre provinciale P. Rocco Benvenuto, nel contesto della sua visita canonica dal 6 al 9 dicembre 2009; 2) Domenica 13 dicembre, Il ritiro spirituale di Avvento a Paola; 3) Lunedì 14 dicembre, un’uscita, un’agape fraterna, per assaporare la gioia di stare insieme e promuovere ancor più lo spirito di comunione.
Si passa poi al momento formativo condotto dalla delegata alla formazione Rita Vincenti ed orientato al programma formativo nazionale T.O.M. per il triennio 2009-2012 ossia: “Essere servi fedeli di Dio e riporre solo in Lui il proprio cuore”; un obiettivo che ognuno di noi deve perseguire, per essere concreti testimoni del Vangelo con la propria vita e avere la salvezza eterna. Ved. S.Regola Cap.1,par.1 ed art. 20 delle Costituzioni. Si fa inoltre riferimento alla lettera scritta dalla presidente nazionale T.O.M. Gabriella Tomai, dal titolo: “Abitare il mondo con il cuore fisso in Dio”; in essa c’è l’invito per il laico minimo a vivere il Primato di Dio nella propria vita, in un progetto di piena comunione con Lui- a fare deserto intorno a sé di tutto ciò che è materiale, per poter ascoltare la voce dello Spirito (Dimensione contemplativa della spiritualità laicale minima); finalità queste, perseguibili con la partecipazione ai ritiri spirituali, a momenti di preghiera personale e comunitaria, come la lectio divina, la Liturgia delle Ore, rafforzando la vita Sacramentale della Confessione e Comunione, e valorizzando, il significato della Santa Messa. Solo ricercando la piena comunione con Dio, si può sentire il Suo Amore Infinito, ed arricchiti della Sua Grazia, acquistare la forza per accogliere col cuore la Sua Parola. Il cuore non è solo la sede delle emozioni, dei sentimenti, ma come inteso dal popolo ebraico, il motore della volontà, delle proprie azioni. Ascoltare con il cuore i precetti di Dio, significa pertanto attuarli, concretizzarli nella propria vita in ambito familiare, lavorativo, sociale; significa per il laico minimo, “Essere nel mondo, ma non essere del mondo”.Ved.Giovanni 17,13-18. E’ solo in questo contesto, che la vita secolare non solo non è un limite al percorso di santificazione proposto dal nostro Santo Fondatore, ma addirittura è un valore aggiunto, una sorta di luogo teologico in cui realizzare la propria Santità, vivendo proprio nelle difficoltà del mondo il carisma penitenziale. Conclude poi Padre Aldo con una precisazione. I Comandamenti di Dio dice- vengono dati all’uomo proprio quando egli si ribella, vivendo in conseguenza uno stato di confusione. Essi, non sono dati per limitare la sua libertà, per opprimerlo, ma al contrario per indicargli, proprio come dei segnali stradali, la giusta via ed il giusto agire, preservando la sua incolumità. La Sacra Scrittura è pertanto piena espressione dell’Amore di Dio, che vuole sempre il nostro bene, la nostra salvezza.Ved. Geremia:31,31-34. Osea:2,16. E’ la Parola Viva di Dio, di un Dio che non è irrangiungibile, ma ci è sempre accanto, in un rapporto filiale, personale, su cui poi si costruisce l’identità di ognuno di noi, purchè il nostro cuore sia disposto ad accoglierla in quanto tale, e poi applicarla nel proprio vivere. Ved. Matteo: 6,19-21; Salmo: 40,7-9.

Gisella Leone

Incontro del 16 novembre

La Riunione di formazione ,presieduta dal Padre Assistente P.Aldo Imbrogno, inizia alle ore 18,30, con la recita comunitaria dei Vespri; segue un breve intervento del correttore Antonio Mamertino, il quale, secondo quanto stabilito dal consiglio nazionale T.O.M. nella riunione del 13/o6/2009, espone alla fraternità la necessità di adesione di ogni terziario al contributo annuale (ex tessera) pari quest’anno a 20,00€; contributo questo, necessario per sostenere le spese delle varie iniziative atte alla crescita ed al mantenimento stesso del T.O.M. e quindi, da ottemperare, esonerandone solo chi in coscienza ne sia veramente impossibilitato.
Si passa poi alla formazione condotta da Padre Aldo il quale, volendo completare l’importante tematica svolta nella riunione precedente e relativa al perdono (visto dal lato umano), tratta la seconda parte della stessa, ossia il perdono di Dio.
Perdono umano e perdono di Dio, sono due cose ben diverse, il primo però è base indispensabile per approdare all’altro.
Perdono umano significa soltanto accantonare ciò che ci fa soffrire, ossia il torto subito, per avere una pace interiore, per non complicarci la vita; non significa sminuire o dimenticare ciò che è stato; non prevede necessariamente la riconciliazione con l’altro!
Il perdono umano quindi, è sì un atto di amore, ma un atto di amore verso se stessi, quasi egoistico.
Il perdono di Dio invece, che possiamo riscoprire nei vari passi del Vangelo, è un perdono che scaturisce dal considerare l’altro come persona, riconoscendone i limiti, le fragilità e quindi la possibilità di sbagliare, divenendo misericordiosi qual è il nostro Dio con ognuno di noi. Ved.Matteo 18,23-25 (Parabola del servitore spietato).
“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” dice il Signore, e infatti, Dio ha tanto amato il mondo, da sacrificare il Suo Unico Figlio per la salvezza del genere umano.Ved.Matteo :6,47.
Il perdono secondo Dio lo possiamo cogliere ancora meglio nella parabola del figliol prodigo; ved.Luca: 15,11-32. In tale passo evangelico, possiamo infatti notare che il padre accoglie con gioia il figlio che credeva perduto e che ritorna a lui pentito dei suoi errori; lo riveste di abiti sontuosi e gli mette l’anello al dito,( ossia lo riabilita, lo risolleva alla sua dignità di uomo ) dandogli un’altra possibilità e, dimenticando completamente il torto ricevuto, fa festa con lui per averlo finalmente ritrovato.

Gisella Leone

Incontro del 9 novembre

Alle ore 18,30 inizio con la recita comunitaria dei vespri alla presenza del padre assistente P.Aldo Imbrogno. Il correttore Antonio Mamertino informa poi la fraternità della riapertura del corso di formazione per formatori (che si terrà a Paola rispettivamente nei giorni 28-29 novembre 2009; 27-28 febbraio e 17-18 aprile 2010) sollecitandone le eventuali iscrizioni. Segue l’intervento della consorella Tilde Gaetano sul congresso provinciale del 23-24-25 ottobre 2009 a Paola, nel corso del quale è stato rinnovato lo stesso consiglio provinciale con la riconferma a presidente provinciale di Teresa Paonessa già presidente uscente. Vengono tracciati brevemente i momenti salienti di svolgimento del congresso: La lectio Divina animata da Padre Franco Santoro il pomeriggio di venerdì, seguita dalla relazione del presidente uscente Teresa Paonessa sulla sua esperienza triennale di conoscenza di tutte le fraternità, esprimendo in merito, un bilancio complessivamente positivo,nonostante le difficoltà. Nel giorno successivo, le relazioni dei vari correttori sulle esperienze positive e negative di ciascuna fraternità; poi la relazione del confratello Franco Romeo con la moglie sulla regola del T.O.M. (luce che illumina i penitenti) ed infine la lettera della presidente nazionale Gabriella Tomai, sul tema “Vivere il carisma penitenziale per trasformare noi stessi e il mondo”. Dal congresso di ottobre sono emersi dei punti essenziali per la crescita del T.O.M. : 1) Necessità di maggiore formazione- 2) Centralità della Regola nel percorso formativo- 3) Dialogo propositivo nei confronti dei religiosi.

Dopo questa parentesi informativa, segue l’intervento formativo di  Padre Aldo che tratta la tematica del perdono (I parte: ossia il perdono visto dal lato esclusivamente umano). In tal proposito, egli espone alla fraternità le riflessioni sul perdono, non di un religioso, ma di uno scrittore di Rio de Janeiro nato il 24/08/1947: Pablo Coelho- riflessioni a lui pervenute per via email- tra l’altro in lingua spagnola. Dice lo scrittore: Quando crescerai, scoprirai che hai scoperto menzogne e che hai sofferto per sciocchezze. Se sarai un buon guerriero, non devi colpevolizzarti di quello che hai fatto, ma devi fare in modo che gli errori non si ripetano. Ciò significa quindi che non bisogna morire nei propri errori, ma perdonare se stessi per rialzarsi e con l’esperienza acquisita,  non incorrervi più.

Perché è difficile perdonare? Perché non sai cosa significa perdonare! Il perdono è un’espressione d’amore- libera dai legami che amareggiano l’anima ed infermano il corpo. Molti dei nostri sforzi di perdono falliscono perché pensiamo che perdonare sia diminuire e dimenticare ciò che è stato, giustificare o scusare un determinato evento. Perdonare, non significa accettare il male ricevuto con rassegnazione, o dare ragione a chi ti ha offeso e continua ad offenderti, ma significa semplicemente accantonare quei pensieri negativi che ci causano dolore e rabbia e quindi sofferenza. Crediamo ancora che il perdono debba condurci inevitabilmente alla riconciliazione con l’altro, o divenire amici intimi del nostro aggressore; non implica per niente questo. Il perdono è per voi stessi, condizione indispensabile per vivere bene, in pace. Il perdono, è accettare il fatto così com’è e non pretendere che la persona che ci ha fatto del male cambi o modifichi il suo operare. Il perdono si deve realizzare senza aspettative, senza sperare che chi lo riceve , cambi. Si perde così tempo ed energia in una discolpa che non viene mai. Se vogliamo essere risarciti della nostra sofferenza, chi tiene il controllo della nostra vita è l’ego che è stato offeso. Il perdono invece è gratuito. La mancanza di perdono dice, San Francesco di Paola, è il veleno più distruttivo dello spirito. Il perdono quindi, è un’azione che dobbiamo rinnovare ogni giorno, e la persona più importante a cui dobbiamo perdonare è a noi stessi. Solo perdonando dal profondo del nostro cuore, possiamo guardare i fatti così come sono successi e lasciarli nel nostro ieri. Dice il Signore: “Perdona perché possa essere perdonato” e ancora, “Ricorda che con la misura che usi, sarai misurato.”

Viene inoltre citata una frase di Nick: Là dove si radicano le nostre debolezze, vanno a perdersi le nostre qualità. Dopo questa trattazione si rimanda ad un prossimo incontro per lo svolgimento della II parte  della tematica: il perdono dal punto di vista di Dio; si conclude quindi con la preghiera.

Gisella Leone

Incontro del 26 ottobre

Lunedì 26 ottobre 2009, come previsto nel programma di formazione del nuovo anno sociale, la fraternità T.O.M. di Sambiase ha partecipato alle ore 19,30 nella Chiesa di San Francesco, alla preghiera comunitaria, condotta dal Padre assistente rev. P.Aldo Imbrogno, alla presenza degli altri padri minimi del convento, di esponenti del II Ordine (suore di Padre Barrè), con il coinvolgimento non solo del III Ordine, ma di tutta la comunità parrocchiale (catechisti, ministri dell’Eucarestia, animatori, alcuni giovani).

Discreta la partecipazione, intensa la spiritualità vissuta, con momenti di  Adorazione Eucaristica silenziosa, intercalati alla lettura-meditazione di passi del  Vangelo, canti e invocazioni comuni.

Tale momento di preghiera che sarà ripetuto l’ultimo lunedì di ogni mese, vuole essere un’esperienza comunitaria della ricerca di Dio, per maturare ancor più la consapevolezza di essere membra dello stesso Corpo che è Cristo ed insieme, rigenerando il nostro spirito, trovare poi la forza di essere nella vita concreti testimoni del Vangelo.

Gisella Leone