Formazione 2017-2018

30 Ottobre 2017 – Collatio Laboratorio 1: Cristo al centro del nuovo Umanesimo Cristiano

CRISTO AL CENTRO DEL NUOVO UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Lidia Macrì

Dopo aver riletto l’opuscoletto sul “Discorso di Papa Francesco al V° Convegno Ecclesiale Nazionale”, riflettuto e sentito i pareri di ognuno, si rappresenta quanto è stato sintetizzato: L’umanesimo Cristiano è il volto di Cristo, quindi Cristo che si umanizza per amore dell’uomo. «Gesù è il nostro umanesimo.»  Dio si è fatto uomo per salvare gli uomini morendo sulla croce. E’ facile rispondere alla domanda (2) ma non deve essere quella rispostina per istinto, (per me è tutto, suscita sentimenti di amore, è tutto il bene ecc…) Dal volto infatti di Cristo traspare sofferenza ma, nello stesso tempo misericordia (amore) Gesù è il volto della misericordia divina, che riusciremo a vedere soltanto se ci abbassiamo, se diventiamo umili se ci svuotiamo così come lui ha fatto, solo allora capiremo il vero senso dell’umanesimo cristiano sennò i nostri discorsi potranno essere belli, colti, affascinanti, ma resteranno senza fede, resteranno parole che risuoneranno a vuoto. Facciamo nostro quello che ci suggerisce papa Francesco quando afferma di che il vero volto di Cristo lo evidenziamo quando sappiamo mettere in risalto i sentimenti di umiltà, disinteresse e beatitudine che si sperimentano solo quando si è poveri e semplici nello spirito. Il Cristiano ha quindi il compito di annunciare il Vangelo con le opere (il comportamento)la fede senza le opere non ha valore” solo allora l’umanesimo nuovo non rimarrà un’idea, ma diventerà concretezza. Per concludere e condividendo il pensiero di Papa Francesco quando dice: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità.” Nell’umanità e nell’umanesimo di papa Francesco non esiste il male. La regola principale è l’amore, l’amore di un Dio che non vediamo se non attraverso il volto dei fratelli è questo ciò che proponiamo di attualizzare quanto meditato e detto, quello che conta è il buon esempio e la testimonianza. E’ questo il Vangelo che ciascuno di noi dovrebbe portare come patrimonio individuale.

16 Ottobre 2017 – Incontro di Formazione: Cristo al centro del nuovo Umanesimo Cristiano

CRISTO AL CENTRO DEL NUOVO UMANESIMO CRISTIANO
Relazione di Gisella Leone

In conformità all’Itinerario Formativo T.O.M. anno 2017/2018 proposto dal consiglio nazionale, rifletteremo in questa prima tappa del nostro cammino, sulla tematica del V convegno della Chiesa italiana (Firenze, Novembre 2015) : “In Gesù Cristo il nuovo Umanesimo”e, in maniera particolare, sul testo integrale del discorso alla Chiesa Italiana, di Papa Francesco.

La modernità ci consegna un mondo provato da un individualismo che produce solitudine e abbandono, nuove povertà e disuguaglianze, uno sfruttamento del creato che mette a repentaglio i suoi equilibri.

Tale crisi antropologica, delinea un’emergenza educativa: “Educare alla vita buona del Vangelo” nel recupero del valore dell’uomo nella sua dignità di persona e creatura di Dio, attraverso la contemplazione dell’ Umanità e Divinità di Cristo. Papa Francesco esorta infatti la Chiesa a rinnovarsi, a rinascere, con  la proposta di un umanesimo profondamente radicato nell’orizzonte di una visione cristiana dell’uomo, ricavata dal messaggio biblico e dalla tradizione ecclesiale e per questo capace di dialogare col mondo. Tale relazione, non può prescindere dai linguaggi dell’oggi, compreso quello della tecnica e della comunicazione sociale, ma li integra con quelli dell’arte, della bellezza e della Liturgia.

Nel nostro cammino Spirituale e Temporale – dice Papa Francesco – dobbiamo sempre lasciarci inquietare dalla domanda che Gesù pone ad ognuno di noi: “Voi chi dite che io sia?” (Matteo 16, 15). Possiamo orientarci verso di Lui se prima non ne cogliamo l’Essenza ? Contempliamo – esorta ancora papa Francesco – il Volto di Cristo; “l’Ecce Homo”; in Esso possiamo cogliere innanzitutto il volto di un Dio “svuotato”; di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte e alla morte di croce. L’Ecce Homo è il “Misericordiae Vultus” perché espressione dell’immenso Amore del Cristo verso il Padre e verso il genere umano. Il Volto di Cristo, rispecchia la nostra umanità: E’ simile infatti a quello dei nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati della loro dignità, ma è anche espressione  della nostra stessa umanità, frammentata per le fatiche della vita  o perché segnata dal peccato. Non dobbiamo – dice papa Francesco – addomesticare la potenza del Volto di Cristo (piegandola ai nostri interessi)… ma, lasciarci guardare da Lui per esserne trasformati nell’intimo del nostro cuore (da cuore di pietra a cuore di carne) e poter poi con il nostro ben operare cambiare il mondo, rendendolo più ad immagine di Dio. L’ Umanesimo Cristiano, non consiste quindi in astratte e provvisorie sensazioni dell’animo, ma in una calda forza interiore che scaturisce dall’aver radicati in noi i Sentimenti di Cristo: – “Non sono io che vivo in Cristo, ma è Cristo che vive in me”- dice San Paolo.

Il Primo sentimento è l’Umiltà. Dice San Paolo in Filippesi 2, 3: “Ciascuno di voi in tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”. La superbia, caratterizzata dalla ossessione di preservare la propria gloria, la propria dignità, la propria influenza, rende ciechi, insensibili, incapaci di capire e accettare l’umiltà di Cristo e quindi, incapaci di capire e accettare l’altro nella sua diversità e di vivere in comunione con lui. Noi dobbiamo perseguire la Gloria di Dio (ossia la salvezza nostra e dell’altro) e la gloria di Dio, passa sempre attraverso il sacrificio del nostro IO; non può coincidere con la nostra (Non si può servire Dio e Mammona).

Un altro sentimento di Gesù, che dà forma all’Umanesimo cristiano, è il Disinteresse. “Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” – chiede ancora San Paolo in Filippesi 2, 4. Disinteresse non significa narcisismo, chiusura nella propria autoreferenzialità, in norme che ci trasformano in giudici implacabili, bensì operare in ogni ambito, sempre preservando l’altro, in una logica di bene comune. Tutto ciò ancora, non per vanagloria, evidenziazione di sé, ma per amore verso Dio e i fratelli.

Un altro sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine, ossia l’accettazione della Croce vissuta nel pieno abbandono alla Volontà di Dio Padre, sempre per l’Amore immenso e gratuito verso il genere umano. Cristo però con la sua Resurrezione ha vinto la morte. Il cristiano, sul suo esempio, è chiamato ad essere beato non perché elude le sue sofferenze fisiche, morali, spirituali, ma perché ha imparato a viverle, grazie alla Fede, nella Gioia del Vangelo (Matteo 5, 1-12) Discorso della montagna sulle beatitudini. Le beatitudini sono le condizioni indispensabili per entrare nel regno di Cristo; presuppongono la povertà di Spirito, un cuore fisso solo in Dio e aperto ai fratelli, nella logica dell’amore e rispetto per l’altro. Al di fuori  di questo contesto, sono incomprensibili, perché non portano al successo, al potere, alla ricchezza di questo mondo. La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto, apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile. “Gustate e vedete come è buono il Signore” (Salmi 34, 9).

In una società in crisi politico-economica ed etico-religiosa come quella odierna, la Chiesa Italiana è esortata da Papa Francesco ad affrontare delle grosse sfide, in un continuo rinnovamento e dinamismo. Aliena dal “Pelagianesimo” che cerca soluzioni in conservatorismi, fondamentalismi e normatività ormai superati; lungi dallo “Gnosticismo” fatto solo di teoriche dottrine che non sono poi concretizzate nella realtà e, in quanto tali poco credibili, la Chiesa odierna, incarnando i Sentimenti di Cristo, di Umiltà- Disinteresse- e Letizia, deve essere una Chiesa aperta a tutti, in uscita, per fare veramente esperienza  delle fragilità umane : fisiche, materiali, spirituali e, come una mamma, accogliere, comprendere, sostenere, educare, proprio come il proposito di San Paolo: “Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (I Corinti 9, 22). Inoltre, poiché il vincolo delle relazioni umane è l’Amore, la Chiesa odierna è esortata da Papa Francesco ad essere anche fermento di dialogo, di incontro, di unità tra le diverse ricchezze culturali: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica e dei media… con l’intento di costruire insieme, di fare progetti, edificando la società civile. In questo il papa fa appello soprattutto ai giovani, esortandoli a superare l’apatia, a vivere i problemi come sfide e non come ostacoli, a non guardare dal balcone la vita, bensì ad impegnarsi concretamente nell’ampio dialogo sociale e politico per edificare, con l’aiuto della fede, una società civile che abbia l’Amore di Dio come fondamento e dove all’Homo Homini Lupus  si contrapponga l’Ecce Homo di GESU’, che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, Salva.

Per la riflessione:

  • Cosa si intende per “Umanesimo Cristiano”?
  • Quali sentimenti evidenzia il “Sacro volto di Cristo”?
  • La chiesa del Nuovo Umanesimo Cristiano come è vista da Papa Francesco? La condividi? Hai delle proposte per attualizzarla nella tua Comunità?

16 Ottobre 2017 – In Gesù Cristo il Nuovo Umanesimo – Discorso di Papa Francesco al V° Convegno Ecclesiale Nazionale

DISCORSO DI PAPA FRANCESCO AL V° CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE
FIRENZE • 9-13 NOVEMBRE 2015

Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù
Cari fratelli e sorelle, nella cupola di questa bellissima Cattedrale è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è “Ecce Homo”. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra mostrando i segni della passione, perché Lui «ha dato sé stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,6). «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).

Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Guardando il suo volto che cosa vediamo? Innanzitutto il volto di un Dio «svuotato», di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr Fil 2,7). Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Dio – che è «l’essere di cui non si può pensare il maggiore», come diceva sant’Anselmo, o il Deus semper maior di sant’Ignazio di Loyola – diventa sempre più grande di sé stesso abbassandosi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto.

Non voglio qui disegnare in astratto un «nuovo umanesimo», una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni.

Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.

Il primo sentimento è l’umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre.

Un altro sentimento di Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede ancora san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo, per favore, di «rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 49).
Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. La nostra fede è rivoluzionaria per un impulso che viene dallo Spirito Santo. Dobbiamo seguire questo impulso per uscire da noi stessi, per essere uomini secondo il Vangelo di Gesù. Qualsiasi vita si decide sulla capacità di donarsi. È lì che trascende sé stessa, che arriva ad essere feconda.

Un ulteriore sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo noi esseri umani possiamo arrivare alla felicità più autenticamente umana e divina. Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito. Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà. Ma anche nella parte più umile della nostra gente c’è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile.
Le beatitudini che leggiamo nel Vangelo iniziano con una benedizione e terminano con una promessa di consolazione. Ci introducono lungo un sentiero di grandezza possibile, quello dello spirito, e quando lo spirito è pronto tutto il resto viene da sé. Certo, se noi non abbiamo il cuore aperto allo Spirito Santo, sembreranno sciocchezze perché non ci portano al “successo”. Per essere «beati», per gustare la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, è necessario avere il cuore aperto. La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: «Gustate e vedete com’è buono il Signore» (Sal 34,9)!

Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).

Però sappiamo che le tentazioni esistono; le tentazioni da affrontare sono tante. Ve ne presento almeno due. Non spaventatevi, questo non sarà un elenco di tentazioni! Come quelle quindici che ho detto alla Curia!

La prima di esse è quella pelagiana. Essa spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.

La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.

La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22).

Una seconda tentazione da sconfiggere è quella dello gnosticismo. Essa porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» (Evangelii gaudium, 94). Lo gnosticismo non può trascendere.

La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.

La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte.

Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa?

Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme. Io oggi semplicemente vi invito ad alzare il capo e a contemplare ancora una volta l’Ecce Homo che abbiamo sulle nostre teste. Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando «il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù?

Possiamo immaginare questo Gesù che sta sopra le nostre teste dire a ciascuno di noi e alla Chiesa italiana alcune parole. Potrebbe dire: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,34- 36). Mi viene in mente il prete che ha accolto questo giovanissimo prete che ha dato testimonianza.

Ma potrebbe anche dire: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato» (Mt 25,41-43).

Le beatitudini e le parole che abbiamo appena lette sul giudizio universale ci aiutano a vivere la vita cristiana a livello di santità. Sono poche parole, semplici, ma pratiche. Due pilastri: le beatitudini e le parole del giudizio finale. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio! E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc 2,16; Mt 11,19); contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cfr Lc 7,36-50); sentiamo la sua saliva sulla punta della nostra lingua che così si scioglie (Mc 7,33). Ammiriamo la «simpatia di tutto il popolo» che circonda i suoi discepoli, cioè noi, e sperimentiamo la loro «letizia e semplicità di cuore» (At 2,46-47).

Ai vescovi chiedo di essere pastori. Niente di più: pastori. Sia questa la vostra gioia: “Sono pastore”. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente.

Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo. Ho espresso questa mia preoccupazione pastorale nella esortazione apostolica Evangelii gaudium (cfr nn. 111-134).

A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.

L’opzione per i poveri è «forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 42). Questa opzione «è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà» (Benedetto XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi). I poveri conoscono bene i sentimenti di Cristo Gesù perché per esperienza conoscono il Cristo sofferente. «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii gaudium, 198).

Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza.

Siamo qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità! Penso allo Spedale degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano, presentando l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano una medaglia spezzata. Noi abbiamo l’altra metà. Perché la Chiesa madre ha in Italia metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati. E questo da sempre è una delle vostre virtù, perché ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti.

Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227).

Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’«Ecce homo» di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva.

La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media… La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà.

E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. È fratello.

Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini. E lo dico qui a Firenze, dove arte, fede e cittadinanza si sono sempre composte in un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta. La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose.

Faccio appello soprattutto «a voi, giovani, perché siete forti», diceva l’Apostolo Giovanni (1 Gv 1,14). Giovani, superate l’apatia. Che nessuno disprezzi la vostra giovinezza, ma imparate ad essere modelli nel parlare e nell’agire (cfr 1 Tm 4,12). Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni.

Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo.

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Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.

Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.

Vi affido a Maria, che qui a Firenze si venera come “Santissima Annunziata”. Nell’affresco che si trova nella omonima Basilica – dove mi recherò tra poco –, l’angelo tace e Maria parla dicendo «Ecce ancilla Domini». In quelle parole ci siamo tutti noi. Sia tutta la Chiesa italiana a pronunciarle con Maria.

Grazie.

9 Ottobre 2017 – Celebrazione della Riconciliazione Comunitaria all’inizio dell’Anno Pastorale 2017-2018 – Corresponsabilità e Condivisione per la Comunione

SANTUARIO S. FRANCESCO DI PAOLA – FRATERNITA’ DEL TERZ’ORDINE DEI MINIMI SAMBIASE

Celebrazione della Riconciliazione Comunitaria all’inizio dell’Anno Pastorale 2017-2018
CORRESPONSABILITÀ E CONDIVISIONE PER LA COMUNIONE

«Nella stessa assemblea verranno deputati, se sembrerà opportuno, quattro, e anche di più o di meno, Vice-Correttori Vigili, cioè Colleghi Discreti triennali, i quali parteciperanno dell’autorità del Correttore Generale, così che per lui il peso diviso con altri diventi più leggero» (III reg., X, 60).
«In una comunità cristiana l’unica cosa che importa è che ognuno sia anello indispensabile di una catena. Solo li dove anche l’elemento più piccolo è ben saldo, la catena non si spezzerà. Una comunità che permette che in essa vi siano membri inutilizzati, ne sarà distrutta» (D. Bonhoeffer, La vita comune, p. 143).

I – SALUTO DI INIZIO
C.: Fratelli, il Dio della pace vi renda perfetti in ogni bene (Eb 13, 20).
T.: Amen. Che tutti possiamo essere irreprensibili davanti a Dio, in pace (2 Pt 2, 14).
C.: Siate solleciti per le necessità dei fratelli (Rm 12, 13).
T.: E il Dio della pace sarà con noi (Fil 4, 9).
C.: Per volere del nostro Padre e Fondatore siamo riuniti per celebrare la nostra riconciliazione fraterna. La celebreremo ricordando alcuni suoi insegnamenti su come vivere la nostra comunione. Ci siano di monito e di conforto le parole di S. Paolo: «Portate i pesi gli uni degli altri, cosi adempirete la legge di Cristo» (Gal 6, 2).

II – LA PAROLA DI DIO
Lettura di Es 18, 13-24
Dal libro dell’Esodo
Il giorno dopo Mosé sedette a render giustizia al popolo e il popolo si trattenne presso Mosé dalla mattina fino alla sera. Allora Ietro, visto quanto faceva per il popolo, gli disse: «Che cos’è questo che fai per il popolo? Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina alla sera?». Mosé rispose al suocero: «Perché il popolo viene da me per consultare Dio. Quando hanno qualche questione, vengono da me e io giudico le vertenze tra l’uno e l’altro e faccio conoscere i decreti di Dio e le sue leggi». Il suocero di Mosé gli disse: «Non va bene quello che fai! Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; tu non puoi attendervi da solo. Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te! Tu stai davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. A loro spiegherai i decreti e le leggi; indicherai loro la via per la quale devono camminare e le opere che devono compiere. Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità e li costituirai sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà una questione importante, la sottoporranno a te, mentre essi giudicheranno ogni affare minore. Cosi ti alleggerirai il peso ed essi lo porteranno con te. Se tu fai questa cosa e se Dio te la comanda, potrai resistere e anche questo popolo arriverà in pace alla sua meta. Mosé ascoltò la voce del suocero e fece quanto gli aveva suggerito.

Cantico: ls 53, 2-7 (a cori alterni)
È cresciuto come virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.

Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare e non apri la sua bocca;
era come un agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non apri la sua bocca.

III – L’ESEMPIO DEL FONDATORE
Dalla sua vita
Francesco aveva tanta umiltà, da prestarsi a lavare gli indumenti dei frati e non permetteva che i suoi indumenti fossero lavati da altri, ma solo da se stesso. Dormiva sulla paglia sparsa sulla legna, con una fune, che pendeva da sopra, perché potesse alzarsi più facilmente. Si pensava che dormisse poco, in quanto la luce della lampada la si vedeva accesa per tutta la notte nella sua cella. Fu visto più volte, dopo che i frati si erano ritirati in dormitorio, ispezionare le porte del convento per vedere se fossero chiuse e non permetteva che le soglie e le scale rimanessero aperte, ma, affinché nessuno si servisse di esse di notte, si preoccupava di sbarrarle.

Inno a S. Francesco (recitato a due cori)
Francesco, accogli gli uomini
che Padre ti acclamano, e i difficili sentieri
sull’orme tue, forti di tanta gloria affronteranno.

Se potenti sovrani onor ti danno
e di segni ti adorna il cielo stesso,
tu resti semplice, umile, innocente, d’orgoglio immune.

La carità, unica fiamma accesa
nel tuo gran cuore, alle regioni eteree
ti solleva, lasciando le bassure di questa terra.

Tutto pieno di Dio, a quel torrente
di luce ti disseti e squarci il buio
del futuro, e gli ascosi, alti misteri del cuor riveli.

Al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo
che con egual splendore, egual potenza
reggon la terra, i cieli e l’altro abisso, sia gloria eterna.
Amen.

IV – L’INSEGNAMENTO DEL FONDATORE
Lettura dalle nostre regole
Dalla seconda regola (V, 34):
Qualora … i correttori facessero qualcosa contro questa regola, a ciascun professo sarà lecito ammonirli benignamente e caritatevolmente.
Dal correttorio (IV, 30): Come si deve celebrare il Capitolo. (…) E poiché è giusto e ragionevole che ciascuno sieda e prenda la parola secondo la propria precedenza, condizione e grado, così ordinatamente i singoli professi in quest’Ordine esporranno in coscienza il loro parere su gli affari prospettati.
Dal Correttorio (IX, 72): I Correttori conducano gli affari con consiglio dei Seniori e del Capitolo: Tuttavia non si ometta il consiglio del Capitolo dove e quando sarà necessario richiederlo, come esplicitamente indicato nella Regola di quest’Ordine e nel presente Correttorio. I Seniori, poi, diano a ciascun Correttore l’appoggio e l’aiuto necessario perché siano fedelmente osservati la Regola, i quattro voti di quest’Ordine e il presente Correttorio, ammonendo eventualmente anche lui.

Lettura dai testi del nostro S. Patrono
Dalla Filotea di S. Francesco di Sales
Meglio imparare a vivere senza collera, che volersi servire con moderazione e saggezza della collera, e quando, a causa della nostra imperfezione e debolezza, ci coglie di sorpresa, è meglio respingerla immediatamente che voler entrare in trattativa con essa. E sai perché? Per poco che tu le conceda, diventa subito padrona della piazza e fa come il serpente che, dove riesce a far passare la testa, fa passare tutto il corpo. Ma come faccio a respingerla? Dirai. Semplicissimo, ti rispondo. Al primo allarme raccogli tutte le tue forze, non con precipitazione e violenza, ma con dolcezza, tuttavia con serio impegno. Hai notato quello che accade nelle sedute di molti senati e parlamenti? Gli uscieri che gridano: zitti là o zitti qui, fanno più confusione di quelli che vorrebbero far tacere. Allo stesso modo, può capitarci che quando con forza vogliamo reprimere la collera, provochiamo più agitazione nel nostro cuore di quanta non ne avrebbe causata la collera; il cuore così agitato non riesce più ad essere padrone di se stesso.

Esortazione del P. Assistente

Preghiera comune
C.: Fiduciosi nel Signore, che è presente in mezzo a noi a pregare in noi e con noi, eleviamo la nostra preghiera al Dio dell’amore.
T.: Dacci Signore di partecipare al mistero della comunione trinitaria.

L.: Aiuta la tua Chiesa a risplendere sempre come esempio di comunione;
T.: perché gli uomini trovino in essa una guida sicura per una convivenza pacifica.
L.: Illumina i reggitori dei popoli perché promuovano fra le nazioni una politica di pace;
T.: perché privi di minacce, di violenze e di guerre, non manchi agli uomini la gioia della vita.
L.: Fa della nostra famiglia religiosa un segno eloquente di vita evangelica;
T.: perché quanti ne accettano l’ideale trovino in essa la realizzazione piena dei loro propositi.
L.: La vita della nostra comunità sia sempre ispirata alla legge della carità;
T.: perché attraverso la testimonianza di una serena convivenza fraterna nuovi giovani possano rispondere all’appello di Cristo per il regno.
L.: Perdona i nostri peccati contro la carità, che hanno attentato alla nostra comunione;
T.: ravviva con la tua grazia i nostri propositi di riconciliazione e di perdono.
L.: Fa che nell’impegno e nella generosità di ciascuno, la comunità trovi un equilibrio di concordia e di pace;
T.: e possiamo tutti sperimentare la gioia di un servizio reso leggero dalla condivisione.

C.: Mostraci o Dio la tua misericordia che salva ; liberaci dalle nostre colpe e per l’umile omaggio, che nella nostra penitenza quaresimale a te facciamo, soccorri benigno con la tua grazia quanti sono stati oggetto del nostro peccato. Per Cristo nostro Signore.
T.: Amen.

V – ABBRACCIO DI PACE
C.: Il gesto di pace che ora ci scambieremo sia il segno della futura pace (Corr.. IV, 26).
Tutti si scambiano il segno della pace
C.: Riconciliati tra noi, rivolgiamoci a Dio nostro Padre, fondamento della nostra comunione.
T.: Padre nostro…
C.: O Signore, il mistero della tua morte operi in noi, figli di un solo riscatto, unità armonia e pace; e per l’umiliazione del mistero della tua incarnazione, concedici che il vincolo di carità, che per tua grazia si è rinsaldato fra noi, per la tua misericordia mai venga meno. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
T.: Amen.

VI – CONGEDO E BENEDIZIONE
C.: Siamo un corpo solo noi tutti che partecipiamo di un solo pane (1 Cor 10, 17).
T.: Il Dio dell’amore e della pace sarà sempre con noi (2 Cor 13, 11).
C.: Ci custodisca il Signore nella pace.
T.: Amen.
C.: Insieme con il suo divin Figlio.
T.: Ci protegga la Vergine Maria.

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