Formazione 2018-2019

25 Febbraio 2019 – Collatio Laboratorio 1: Dalla accidia comoda alla audacia e fervore – Dall’individualismo alla comunità

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

III Tappa: “Dalla accidia comoda alla audacia e fervore”
IV Tappa:“Dall’individualismo alla comunità”
Relazione di Francesca Vescio

Abbiamo iniziato il nostro incontro ripercorrendo i punti salienti della riflessione di Padre Marcio e da questa, dopo un momento di condivisione dei nostri pensieri abbiamo risposto alla prima domanda: Come noi nella nostra fraternità abbiamo cercato di vivere la testimonianza del Vangelo?
Siamo partiti dal presupposto che per vivere il Vangelo dobbiamo fare del bene, ognuno di noi si sforza per farlo nel suo piccolo, mostrando vicinanza all’altro nelle piccole cose, cercando di dare un consiglio, ma anche e soprattutto ascoltando un problema o condividendo uno sfogo. Spesso è già il condividere che ci aiuta a portare in maniera più leggera un peso, ad affrontare una situazione sapendo di non essere soli.
Tutto ciò ci ha fatto pensare al Centro di Ascolto e ai volontari che vi operano, quanto bene e quanto Vangelo si vive tra quelle mura!
Per essere predisposti al bene bisogna innanzitutto lavorare su se stessi, non è facile aprirsi all’altro, capirne i bisogni ed essere riconosciuti come persone di cui ci si può fidare, se però questo diventa il nostro modo di vivere, se siamo predisposti al bene e all’ascolto sicuramente riusciremo a fare ramificare il bene.
Abbracceremo così sia le opere di misericordia corporali che spirituali, perché per fare il bene dell’altro bisogna sì provvedere ai suoi bisogni materiali dando un sostegno economico, fatto con il cuore, non per lavarsi la coscienza; ma pensare anche al suo bisogno spirituale, credendo che tutto sia recuperabile, senza pregiudizi, solo mettendo l’altro al primo posto.

La seconda domanda è stata quella che ci ha fatto dibattere di più: Quali sono i tratti della nostra spiritualità che abbiamo lasciato o non viviamo ancora in modo di testimonianza?
Tutti siamo stati concordi nel dire che la nostra spiritualità deve trasparire dal nostro modo di vivere e relazionarci, in tutti gli ambiti della nostra vita dobbiamo essere testimoni.
Ci sono però delle attività che ci aiutano a mettere in pratica le caratteristiche del nostro carisma minimo che con la formazione e la preghiera viva e assidua cerchiamo di mantenere ardenti.
Tra le attività svolte ci sono le raccolte e distribuzioni alimentari, la caritas, le visite agli ammalati, la cura della chiesa, attività a cui spesso partecipano sempre le stesse persone o altre si affacciano e poi abbandonano, ci siamo chiesti, perché avviene questo? Forse siamo poco trascinatori? Non siamo a conoscenza di queste attività? Chi si allontana ha qualche problematica che ignoriamo? Nonostante ciò ci sono tanti terziari che nel nascondimento lavorano e fanno tanto bene.
Sicuramente non dobbiamo rimanere chiusi nei nostri gruppi ma dobbiamo essere propositivi e perseveranti nelle idee e nelle opere.
La prima cosa da fare è affidarsi al Signore e allo Spirito Santo, Lui apre le porte a tutto, affinché noi possiamo essere un vero strumento di Dio, mettendo a tacere il nostro io perché non sempre l’idea che abbiamo noi coincide con quella di Dio.
Proviamo a ritornare un po’ indietro, suggeriva qualche terziaria che ha raggiunto gli anta… d’altronde anche Papa Francesco sta ricercando un ritorno al cristianesimo delle origini e anche il nostro San Francesco ha condotto una vita più austera rispetto a quella dei religiosi del suo tempo.

Con l’ultima domanda: Quale decisione possibile da mettere in pratica possiamo assumere per vivere concretamente il Vangelo?
prendiamo coscienza delle nostre mancanze e della nostra poca apertura in alcuni casi nei confronti del fratello che abbiamo accanto.
Solo aprendoci al fratello possiamo scoprire reciprocamente i nostri doni, solo vivendo l’altro, amandolo, entrando nel suo vissuto possiamo vivere la fraternità tra di noi e poi curare e arricchire la nostra famiglia minima, solo così il bene che viene da Dio e passa tra di noi potrà diffondersi attraverso noi agli altri e potremo essere riconosciuti come i primi cristiani, non tanto per quello che facciamo ma per il modo con cui ci amiamo.

18 Febbraio 2019 – Incontro di Formazione: Dalla accidia comoda alla audacia e fervore – Dall’individualismo alla comunità

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

III Tappa: “Dalla accidia comoda alla audacia e fervore”
IV Tappa:“Dall’individualismo alla comunità”
Relazione di Padre Marcio Renato Geira

Audacia e fervore

129. Nello stesso tempo, la santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo. Perché ciò sia possibile, Gesù stesso ci viene incontro e ci ripete con serenità e fermezza: «Non abbiate paura» (Mc 6,50). «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste parole ci permettono di camminare e servire con quell’atteggiamento pieno di coraggio che lo Spirito Santo suscitava negli Apostoli spingendoli ad annunciare Gesù Cristo. Audacia, entusiasmo, parlare con libertà, fervore apostolico, tutto questo è compreso nel vocabolo parresia, parola con cui la Bibbia esprime anche la libertà di un’esistenza che è aperta, perché si trova disponibile per Dio e per i fratelli (cfr At 4,29; 9,28; 28,31; 2 Cor 3,12; Ef 3,12; Eb 3,6; 10,19).

130. Il beato Paolo VI menzionava tra gli ostacoli dell’evangelizzazione proprio la carenza di parresia: «la mancanza di fervore, tanto più grave perché nasce dal di dentro».[103] Quante volte ci sentiamo strattonati per fermarci sulla comoda riva! Ma il Signore ci chiama a navigare al largo e a gettare le reti in acque più profonde (cfr Lc 5,4). Ci invita a spendere la nostra vita al suo servizio. Aggrappati a Lui abbiamo il coraggio di mettere tutti i nostri carismi al servizio degli altri. Potessimo sentirci spinti dal suo amore (cfr 2 Cor 5,14) e dire con san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16).

131. Guardiamo a Gesù: la sua compassione profonda non era qualcosa che lo concentrasse su di sé, non era una compassione paralizzante, timida o piena di vergogna come molte volte succede a noi, ma tutto il contrario. Era una compassione che lo spingeva a uscire da sé con forza per annunciare, per inviare in missione, per inviare a guarire e a liberare. Riconosciamo la nostra fragilità ma lasciamo che Gesù la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e che può rendere più buoni e felici quelli che lo accolgono. L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della missione.

132. La parresia è sigillo dello Spirito, testimonianza dell’autenticità dell’annuncio. E’ felice sicurezza che ci porta a gloriarci del Vangelo che annunciamo, è fiducia irremovibile nella fedeltà del Testimone fedele, che ci dà la certezza che nulla «potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Rm 8,39).

133. Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo, per non abituarci a camminare soltanto entro confini sicuri. Ricordiamoci che ciò che rimane chiuso alla fine sa odore di umidità e ci fa ammalare. Quando gli Apostoli provarono la tentazione di lasciarsi paralizzare dai timori e dai pericoli, si misero a pregare insieme chiedendo la parresia: «E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola» (At 4,29). E la risposta fu che «quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza» (At 4,31).

134. Come il profeta Giona, sempre portiamo latente in noi la tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme. Talvolta facciamo fatica ad uscire da un territorio che ci era conosciuto e a portata di mano. Tuttavia, le difficoltà possono essere come la tempesta, la balena, il verme che fece seccare il ricino di Giona, o il vento e il sole che gli scottarono la testa; e come fu per lui, possono avere la funzione di farci tornare a quel Dio che è tenerezza e che vuole condurci a un’itineranza costante e rinnovatrice.

135. Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura! Non ha paura! Va sempre al di là dei nostri schemi e non teme le periferie. Egli stesso si è fatto periferia (cfr Fil 2,6-8; Gv 1,14). Per questo, se oseremo andare nelle periferie, là lo troveremo: Lui sarà già lì. Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì.

136. E’ vero che bisogna aprire la porta a Gesù Cristo, perché Lui bussa e chiama (cfr Ap 3,20). Ma a volte mi domando se, a causa dell’aria irrespirabile della nostra autoreferenzialità, Gesù non starà bussando dentro di noi perché lo lasciamo uscire. Nel Vangelo vediamo come Gesù «andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio» (Lc 8,1). Anche dopo la risurrezione, quando i discepoli partirono in ogni direzione, «il Signore agiva insieme con loro» (Mc 16,20). Questa è la dinamica che scaturisce dal vero incontro.

137. L’abitudine ci seduce e ci dice che non ha senso cercare di cambiare le cose, che non possiamo far nulla di fronte a questa situazione, che è sempre stato così e che tuttavia siamo andati avanti. Per l’abitudine noi non affrontiamo più il male e permettiamo che le cose “vadano come vanno”, o come alcuni hanno deciso che debbano andare. Ma dunque lasciamo che il Signore venga a risvegliarci!, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia! Sfidiamo l’abitudinarietà, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto.

138. Ci mette in moto l’esempio di tanti sacerdoti, religiose, religiosi e laici che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita e certamente a prezzo della loro comodità. La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante.

139. Chiediamo al Signore la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti; chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi, potrà andare avanti accogliendo le sorprese del Signore.

In comunità

140. E’ molto difficile lottare contro la propria concupiscenza e contro le insidie e tentazioni del demonio e del mondo egoista se siamo isolati. E’ tale il bombardamento che ci seduce che, se siamo troppo soli, facilmente perdiamo il senso della realtà, la chiarezza interiore, e soccombiamo.

141. La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due. Così lo rispecchiano alcune comunità sante. In varie occasioni la Chiesa ha canonizzato intere comunità che hanno vissuto eroicamente il Vangelo o che hanno offerto a Dio la vita di tutti i loro membri. Pensiamo, ad esempio, ai sette santi fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria, alle sette beate religiose del primo monastero della Visitazione di Madrid, a san Paolo Miki e compagni martiri in Giappone, a sant’Andrea Taegon e compagni martiri in Corea, ai santi Rocco Gonzáles e Alfonso Rodríguez e compagni martiri in Sud America. Ricordiamo anche la recente testimonianza dei monaci trappisti di Tibhirine (Algeria), che si sono preparati insieme al martirio. Allo stesso modo ci sono molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro. Vivere e lavorare con altri è senza dubbio una via di crescita spirituale. San Giovanni della Croce diceva a un discepolo: stai vivendo con altri «perché ti lavorino e ti esercitino nella virtù».[104]

142. La comunità è chiamata a creare quello «spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto».[105] Condividere la Parola e celebrare insieme l’Eucaristia ci rende più fratelli e ci trasforma via via in comunità santa e missionaria. Questo dà luogo anche ad autentiche esperienze mistiche vissute in comunità, come fu il caso di san Benedetto e santa Scolastica, o di quel sublime incontro spirituale che vissero insieme sant’Agostino e sua madre santa Monica: «All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava […]. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te […]. E mentre parlavamo e anelavamo verso di lei [la Sapienza], la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente [… così che] la vita eterna [somiglierebbe] a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare».[106]

143. Ma queste esperienze non sono la cosa più frequente, né la più importante. La vita comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa o in qualunque altra, è fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani. Questo capitava nella comunità santa che formarono Gesù, Maria e Giuseppe, dove si è rispecchiata in modo paradigmatico la bellezza della comunione trinitaria. Ed è anche ciò che succedeva nella vita comunitaria che Gesù condusse con i suoi discepoli e con la gente semplice del popolo.

144. Ricordiamo come Gesù invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari.
Il piccolo particolare che si stava esaurendo il vino in una festa.
Il piccolo particolare che mancava una pecora.
Il piccolo particolare della vedova che offrì le sue due monetine.
Il piccolo particolare di avere olio di riserva per le lampade se lo sposo ritarda.
Il piccolo particolare di chiedere ai discepoli di vedere quanti pani avevano.
Il piccolo particolare di avere un fuocherello pronto e del pesce sulla griglia mentre aspettava i discepoli all’alba.

145. La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore,[107] dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre. A volte, per un dono dell’amore del Signore, in mezzo a questi piccoli particolari ci vengono regalate consolanti esperienze di Dio: «Una sera d’inverno compivo come al solito il mio piccolo servizio, […] a un tratto udii in lontananza il suono armonioso di uno strumento musicale: allora mi immaginai un salone ben illuminato tutto splendente di ori, ragazze elegantemente vestite che si facevano a vicenda complimenti e convenevoli mondani; poi il mio sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo; invece di una melodia udivo ogni tanto i suoi gemiti lamentosi […]. Non posso esprimere ciò che accadde nella mia anima, quello che so è che il Signore la illuminò con i raggi della verità che superano talmente lo splendore tenebroso delle feste della terra, che non potevo credere alla mia felicità».[108]

146. Contro la tendenza all’individualismo consumista che finisce per isolarci nella ricerca del benessere appartato dagli altri, il nostro cammino di santificazione non può cessare di identificarci con quel desiderio di Gesù: che «tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21).

Per la riflessione:

  • Come noi nella nostra fraternità abbiamo cercato di vivere la testimonianza del Vangelo?
  • Quali sono i tratti della nostra spiritualità che abbiamo lasciato o non viviamo ancora in modo di testimonianza?
  • Quale decisione possibile da mettere in pratica possiamo assumere per vivere concretamente il Vangelo?

 

11 Febbraio 2019 – Liturgia della Parola e Adorazione Eucaristica

XXVII Giornata Mondiale del Malato
11 febbraio 2019
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8)

Liturgia della Parola e Adorazione Eucaristica

Canto di inizio ed esposizione del Santissimo Sacramento

C. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
R. Amen.
C. Il Signore Gesù, che ha chiamato i suoi discepoli per annunciare il Regno di Dio, sia con tutti voi.
R. E con il tuo spirito.
C. Il Signore Gesù, che è passato in mezzo all’umanità facendo del bene e guarendo ogni debolezza e infermità, comandò ai suoi discepoli di aver cura dei malati, di imporre loro le mani e di benedirli nel suo nome. Raccomandiamo a Dio le sorelle e i fratelli infermi perché, sopportando con pazienza i dolori del corpo e dello spirito, si sentano associati alle sofferenze del Cristo e consolati dalla grazia del suo Spirito.
C. Preghiamo.
O Padre, che esaudisci sempre la voce dei tuoi figli, ricevi il nostro umile ringrazia- mento per i beni che gratuitamente ci doni e fa’ che, in una vita libera dalle insidie del male e resa serena dalla tua grazia, ci dedichiamo con rinnovata fiducia all’edificazione del tuo regno. Per Cristo nostro Signore.
R. Amen.

Ascoltiamo la Parola di Dio dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10,5-15)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: “Non andate fra i pagani e non entrate nel- le città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città.
Parola del Signore.
Rendiamo grazie a Dio.

Dal Salmo 102 (103)
Rit. Benediciamo insieme il nome del Signore.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici. R/.

Egli perdona tutte le tue colpe,
ti circonda di bontà e misericordia, sazia di beni la tua vecchiaia,
si rinnova come aquila la tua giovinezza. R/.

Quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero verso quelli che lo temono. R/.

Per la riflessione
Dalla Esortazione Apostolica Salvifici Doloris n.26
Questa interiore maturità e grandezza spirituale nella sofferenza certamente sono frutto di una particolare conversione e cooperazione con la Grazia del Redentore crocifisso. È lui stesso ad agire nel vivo delle umane sofferenze per mezzo del suo Spirito di verità, per mezzo dello Spirito Consolatore. È lui a trasformare, in un certo senso, la sostanza stessa della vita spirituale, indicando all’uomo sofferente un posto vicino a sé. È lui – come Maestro e Guida interiore – ad insegnare al fratello e alla sorella sofferenti questo mirabile scambio, posto nel cuore stesso del mistero della redenzione. La sofferenza è, in se stessa, un provare il male. Ma Cristo ne ha fatto la più solida base del bene definitivo, cioè del bene della salvezza eterna. Con la sua sofferenza sulla Croce Cristo ha raggiunto le radici stesse del male: del peccato e della morte. Egli ha vinto l’artefice del male, che è Satana, e la sua permanente ribellione contro il Creatore. Davanti al fratello o alla sorella sofferenti Cristo dischiude e dispiega gradualmente gli orizzonti del Regno di Dio: di un mondo convertito al Creatore, di un mondo liberato dal peccato, che si sta edificando sulla potenza salvifica dell’amore.
E, lentamente ma efficacemente, Cristo introduce in questo mondo, in questo Regno del Padre l’uomo sofferente, in un certo senso attraverso il cuore stesso della sua sofferenza. La sofferenza, infatti, non può essere trasformata e mutata con una grazia dall’esterno, ma dall’interno. E Cristo mediante la sua propria sofferenza salvifica si trova quanto mai dentro ad ogni sofferenza umana, e può agire dall’interno di essa con la potenza del suo Spirito di verità, del suo Spirito Consolatore.

Pausa di riflessione e adorazione personale

Preghiera dei fedeli
C. Fratelli carissimi, la gratuità con la quale siamo stati salvati da Cristo ci chiama a una duplice risposta: l’accoglienza di questo dono e l’impegno ad annunciare che il Regno dei cieli è vicino. Fiduciosi, rivolgiamo al Padre la nostra preghiera.

L. Preghiamo insieme e diciamo: Ascoltaci, o Signore.

– Perché sappiamo sempre riconoscere nel Papa, successore di Pietro, il dono di fedeltà che Cristo ha fatto alla Chiesa Sua Sposa, e viviamo la comunione ecclesiale come segno di speranza e di salvezza, preghiamo. Rit.

– Perché la Chiesa sia sempre aperta ad accogliere la novità gratuita e l’azione dello Spirito e, superando ogni diffidenza e timore, giunga ad ogni periferia del mondo, preghiamo. Rit.

– Perché tutti coloro che soffrono per malattia, invalidità, divisioni familiari e altre situazioni di dolore, possano sentire sempre la linfa vitale che viene dall’unica vite che è Cri- sto, preghiamo. Rit.

– Perché le famiglie cristiane siano la prima cellula che accoglie, custodisce, protegge la vita in ogni momento dell’esistenza e abbiano sempre la forza per affrontare le malattie, acute o croniche, preghiamo. Rit.

– Perché gli operatori sanitari, e le strutture in cui operano, siano sempre attenti al volto di Cristo presente in ogni persona umana, testimoniando l’amore gratuito con cui tutti siamo amati, preghiamo. Rit.

– Perché santa Madre Teresa di Calcutta, san Luca, medico ed evangelista, san Raffaele Arcangelo, sant’Antonio, san Camillo e san Giovanni di Dio, santa Gianna Beretta Molla, san Giuseppe Moscati, san Padre Pio e gli altri Santi e Beati medici, San Francesco di Paola, guaritori e taumaturghi accompagnino con la loro preghiera il nostro cammino, e ci siano di aiuto nella malattia e nella cura, preghiamo. Rit.

– Perché coloro che hanno in mano le sorti del buon governo delle nazioni e delle città ricordino che c’è più gioia nel dare che nel ricevere e sappiano suscitare prassi concrete di fraternità, giustizia e bene comune, preghiamo Rit.

– Perché tutti noi, trasformati dalla grazia, ci riconosciamo testimoni della Buona novella e siano sempre docili all’azione dello Spirito Santo, preghiamo. Rit.

C. Apri, o Signore, il nostro cuore al tuo mistero d’amore e donaci la consolazione di sapere che la nostra preghiera è a te gradita e da te accolta. Per Cristo nostro Signore.
T. Amen.

Preghiera per la XXVII Giornata Mondiale del Malato
Padre di misericordia,
fonte di ogni dono perfetto,
aiutaci ad amare gratuitamente
il nostro prossimo come Tu ci hai amati.
Signore Gesù,
che hai sperimentato il dolore e la sofferenza,
donaci la forza di affrontare
il tempo della malattia
e di viverlo con fede
insieme ai nostri fratelli.
Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio,
suscita nei cuori il fuoco della tua carità,
perché sappiamo chinarci sull’umanità piagata
nel corpo e nello spirito.
Maria, Madre amorevole della Chiesa
e di ogni uomo,
mostraci la via tracciata dal tuo Figlio,
affinché la nostra vita diventi in Lui
servizio d’amore e sacrificio di salvezza
in cammino verso la Pasqua eterna.
Amen.

Padre nostro

Benedizione eucaristica
C. La misericordia del Signore vi dia occhi per vedere le necessità dei fratelli.
R. Amen.
C. Cristo, buon samaritano del mondo, vi ammaestri e vi guidi per comprendere il mistero della sofferenza.
R. Amen.
C. Lo Spirito Consolatore confermi in voi il proposito e la grazia di fare del bene e vi doni serenità e salute.
R. Amen.
C. E su tutti voi qui presenti, scenda la benedizione di Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.
R. Amen. C. Andate in pace.
R. Rendiamo grazie a Dio.

Canto mariano

A cura dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI

28 Gennaio 2019 – Collatio Laboratorio 2: Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

II Tappa: “Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo”
Relazione di Teresa Paonessa

Il nostro gruppo si è riunito per confrontarsi sulla tematica della seconda tappa dell’itinerario che il Consiglio Nazionale ha inviato per questo anno, avendo come riferimento l’Esortazione Apostolica Gaudete et Exultate: “Dalla negatività e tristezza/alla Gioia e senso dell’umorismo” (GE 122 – 128), trattata dall’attuale Vicario Provinciale Padre Antonio Bottino.

Non avendo potuto confrontarci con delle domande specifiche sull’argomento si è deciso di passare alla lettura del paragrafo interessato, per dare la possibilità anche ai confratelli precedentemente assenti di essere partecipi dell’argomento.
Dopo la lettura ci siamo soffermati molto sulla “Gioia” dal punto di vista cristiano.
E’ stata posta la domanda: Vediamo sul volto dei Cristiani la Gioia? Spesso la Gioia è con noi, ma poi nella vita quotidiana riusciamo a trasmetterla?

Tutti, individualmente, hanno risposto intervenendo a rotazione.
Al primo impatto con la lettura del testo è risaltato che non si vede questa gioia sui nostri volti!
Poi siamo stati invitati a rispondere in modo personale. È risultato che, secondo il carattere di ciascuno, spesso non traspare la gioia che si sente dentro.
Altro elemento è lo stato d’animo che, in determinate situazioni negative, non riesce a gioire e ci ostacola a capire che “la Gioia del Signore è la nostra forza”.

Se abbiamo incontrato realmente il Signore, sicuramente la gioia trasparirà.

Dalla discussione è emerso anche che la gioia deve essere manifestata sempre, anche nei periodi più bui, anche quando la vita ci mette a dura prova, come si legge al n 125 GE.

Secondo altri, alla base della Gioia cristiana devono esserci i Sacramenti, in primis la confessione, dopo la quale deve trasparire di più.

Abbiamo portato come esempio le monache di Clausura, in tutti i monasteri che abbiamo visitato come Fraternità (Paola, Taurianova, Conflenti) sempre, sul volto di queste sorelle c’è un sorriso e un volto radioso, forse perché hanno incontrato veramente il Signore?
Anche la compianta consorella Arcangela, che ha vissuto gran parte della sua vita immobile e che aveva incontrato il Signore, trasmetteva gioia e serenità a quanti la incontravano.

Nel nostro gruppo era presente una consorella che è sempre radiosa, con una disponibilità unica, una forza dentro e una carica che è per noi un modello. Così si è espressa: “Io sono gioiosa sempre, quando sono in contatto con Dio, attraverso la preghiera quotidiana, la lettura della Parola.”
Lei si sente piena di Gioia, in ogni occasione della sua vita. Ci chiediamo spesso il perché.
Un sacerdote che conosce il suo percorso di vita ci ha spiegato che il suo stato gioioso, la sua disponibilità e l’affetto sincero che nutre per gli altri è dovuto al fatto che ha saputo perdonare fino in fondo in una situazione tragica della sua vita, inoltre la sua giornata è scandita dalla preghiera e dalla capacità di offrire a Dio ogni sofferenza.

Anche Padre Antonio Bottino aveva detto che la preghiera è il primo aiuto e ci mette a confronto con la Parola di Dio, sottolineandone l’importanza dell’ascolto.

La gioia che hanno dimostrato i Santi dovrebbe esserci da esempio.
Chi incontrava San Francesco tornava a casa sereno.
L’esortazione di San Nicola Saggio era “Spera in Dio e stai allegro”.

28 Gennaio 2019 – Collatio Laboratorio 1: Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

II Tappa: “Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo”
Relazione di Luciano Rocca

Spaventa la santità?
Riuniti, dopo aver meditato la riflessione di P. Antonio Bottino, O. M. sul tema e partendo dal concetto che per noi la santità è irraggiungibile, se consideriamo ciò che siamo, ci poniamo di fronte al mistero della Santissima Trinità, al progetto di Dio per l’umanità, praticamente entriamo in comunione con Dio, con il suo cuore.
Affrontare l’invito alla santità ci turba, siamo quasi spaventati se ricordiamo i tanti martiri, fratelli e sorelle, di ogni tempo, tutta la schiera dei santi che hanno offerto il loro sangue per la fede. Restiamo quasi inermi constatando le nostre infedeltà e la nostra fragilità. Ma la loro testimonianza ha grandemente incoraggiato la chiesa unitamente ai tanti missionari, fin dagli albori del cristianesimo ad iniziare dagli apostoli.

Lieti nel Signore.
Dunque senza scoraggiamento, fissando lo sguardo misericordioso di Gesù, siamo pronti ad accogliere l’invito di Papa Francesco, il quale ci esorta, come l’Apostolo ad essere lieti, ci raccomanda di essere nella gioia secondo l’invito dei Profeti. Una gioia che è dono dello Spirito che si affianca al cammino del discepolo quando accetta il messaggio di Gesù delle beatitudini (Mt 5,1-12).
Il realismo delle beatitudini ci scuote nel profondo, ci fa comprendere ciò che è caro a Dio e ci traccia la strada del cammino. Una strada che è spesso diversa da quella che noi vorremmo percorrere. Molte volte rimaniamo delusi dalla preghiera perché non veniamo esauditi, per problemi che ci sono in famiglia, sul lavoro e in altri ambiti sociali. Può prevalere in noi un senso di negatività.

Perseveranza.
Ma la perseveranza, l’accettare le situazioni della vita ci aiutano a non spegnere l’entusiasmo e quel fuoco che ci spingono ad andare verso l’altro per amore di Gesù. Talvolta questo scoraggiamento si avverte anche nella Chiesa.
Il cammino non si ferma mai. Le vicende di ogni giorno ci interpellano, ci stimolano ad una risposta che non può essere se non nel segno della speranza. Il male talvolta, può trasformarsi in bene con l’amore. Maria, nostra Madre ha trasformato le lacrime della croce nella gioia del Figlio risorto, che non abbandonerà mai più la sua Chiesa.
Con la fede, facciamo esperienza di un Dio che non ci delude e ci fa uscire, ci riscatta dalle situazioni più brutte. Anche quando non sono nella gioia, la fede mi fa capire cosa c’è che non va, mi aiuta a risollevarmi.

Riconciliarsi.
Per incamminarsi sulla strada del Vangelo, occorre anzitutto riconoscersi peccatori. Gesù dalla croce ci ha dato la possibilità di avere il perdono e di restituirci la serenità. Proprio questa è la testimonianza del terziario e del credente. Riconciliati con Dio doniamo e condividiamo questa serenità e questo equilibrio con i fratelli.
Ammonirsi con garbo, senza scontrarsi, non imbruttirsi nella solitudine (quando le cose non vanno come vorremmo), condividere i propri talenti che così si moltiplicano, superare il proprio Io, sono gli atteggiamenti che ci fanno riconoscere come veri fratelli.

La preghiera personale e comunitaria, l’ascolto fervente della Parola, la partecipazione ai sacramenti, l’adorazione eucaristica ci rafforzano in tutto questo.
E’ richiesto coraggio. La società oggi offre tutto, ma il sapersi accontentare del poco è la scelta che ci suggerisce anche il nostro Santo, Francesco di Paola per essere autenticamente felici. Il cammino di conversione da lui tracciato e vissuto ad imitazione di nostro Signore, ci riporta alle beatitudini, al sapere sopportare, come ammonisce Papa Francesco, ad invocare la misericordia per i nostri e per gli altrui peccati, ad offrire tutto in rendimento di grazie, sicuri che la gioia non tarderà, il Maestro ci sanerà (Mt 9,12).

Soccorrere i fratelli.
Questo cammino che potremmo definire di guarigione, perché avvertiamo realmente la precarietà della nostra vita, diventa spiritualmente più efficace a contatto con la carne dei nostri fratelli bisognosi, pellegrini, assetati, affamati, ignudi, carcerati, infermi, defunti. Il Signore ci è vicino proprio quando siamo in affanno, non si dimentica di noi.
Siamo collaboratori di Dio, qualcuno affermava che siamo LE SUE MANI, egli ha fiducia in noi e ci affida grandi progetti. Con umiltà e con spirito di servizio, senza vanità siamo chiamati a costruire una fraternità tra gli uomini ed insieme a tutti, credenti e non credenti, i quali tantissime volte ci sono di esempio per l’altruismo, la partecipazione e l’entusiasmo.

Affidiamo a Dio e all’azione dello Spirito Santo questi propositi, convinti che essere nel cuore di Dio vuol dire poter abbracciare tutte le realtà umane: la gioia, il pianto, il peccato, la povertà, le offese ricevute, l’afflizione, la solitudine, il dubbio, l’ignoranza, la sete di giustizia, il lavoro, la malattia, la mitezza, la misericordia, la pace.

Testimonianze.
Quante realtà quotidiane hanno un profumo di santità: lavorare pazientemente per lunghe ore al giorno, mettere al mondo un figlio contro il parere di tutti, combattere la violenza pacificamente e legalmente, assumersi responsabilità politiche con rischio personale, soprattutto nei nostri Comuni, soccorrere chi non ha nulla.

La santità ha tante facce e tante strade che percorrono uomini e donne comuni del nostro tempo meraviglioso e drammatico che incontriamo lungo il nostro cammino. Forse l’invito di Papa Francesco ci richiama proprio a saper scorgere e scoprire questi santi di oggi, come ha fatto il Santo Papa Giovanni Paolo II che li ha elevati agli onori degli altari in grandissimo numero.

Esistono quindi belle testimonianze che incoraggiano la nostra fede, avendo presente che occorre essere lieti e felici anche di aver conseguito una sola tappa del lungo cammino.
Così come nei sentieri di montagna, come fece San Francesco sul monte Pollino, si fa una sosta e si ammira un paesaggio incantevole che ci consola, ci ripaga e ci rallegra della fatica.

21 Gennaio 2019 – Incontro di Formazione: Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

II Tappa: “Dalla negatività e tristezza alla gioia e senso dell’umorismo”
Relazione di Padre Antonio Bottino O. M.

Gioia e senso dell’umorismo

122. Quanto detto finora non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani è «gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17), perché «all’amore di carità segue necessariamente la gioia. Poiché chi ama gode sempre dell’unione con l’amato […] Per cui alla carità segue la gioia».[99] Abbiamo ricevuto la bellezza della sua Parola e la accogliamo «in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo» (1 Ts 1,6). Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita, allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4).

123. I profeti annunciavano il tempo di Gesù, che noi stiamo vivendo, come una rivelazione della gioia: «Canta ed esulta!» (Is 12,6); «Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme» (Is 40,9); «Gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri» (Is 49,13); «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso» (Zc 9,9). E non dimentichiamo l’esortazione di Neemia: «Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza» (8,10).

124. Maria, che ha saputo scoprire la novità portata da Gesù, cantava: «Il mio spirito esulta» (Lc 1,47) e Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Quando Lui passava, «la folla intera esultava» (Lc 13,17). Dopo la sua risurrezione, dove giungevano i discepoli si riscontrava «una grande gioia» (At 8,8). A noi Gesù dà una sicurezza: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. […] Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,20.22). «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).

125. Ci sono momenti duri, tempi di croce, ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che «si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto».[100] E’ una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani.

126. Ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri. Il malumore non è un segno di santità: «Caccia la malinconia dal tuo cuore» (Qo11,10). E’ così tanto quello che riceviamo dal Signore «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio.[101]

127. Il suo amore paterno ci invita: «Figlio, […] trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Ci vuole positivi, grati e non troppo complicati: «Nel giorno lieto sta’ allegro […]. Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni» (Qo 7,14.29). In ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo: «Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione» (Fil 4,11). E’ quello che viveva san Francesco d’Assisi, capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto.

128. Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia. Mi riferisco piuttosto a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). L’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia» (Rm 12,15). «Ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti» (2 Cor13,9). Invece, se «ci concentriamo soprattutto sulle nostre necessità, ci condanniamo a vivere con poca gioia».[102]

Per la riflessione:

  • La santità dal punto di vista biblico
  • La santità dal punto di vista geografico

 

14 Gennaio 2019 – Incontro di Formazione: Introduzione alla sintesi sull’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”

Introduzione alla sintesi sull’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”
Relazione di Padre Giovanni Sposato O. M.

Nei documenti papali c’è una gerarchia?
Ma cosa vuol dire enciclica e che differenza c’è con una lettera apostolica?
Nell’era della comunicazione “usa e getta”, spesso la gerarchia delle notizie la fanno i mezzi d’informazione o la casualità di Facebook. Per questo conviene andare sempre direttamente alle fonti.
Nei documenti papali c’è una gerarchia.
Eccola, in ordine di importanza:
costituzione apostolica
enciclica
esortazione apostolica
lettera apostolica
messaggio
Alcuni di questi documenti possono essere emessi sotto forma
– di bolla pontifica, cioè con il sigillo del Papa;
– di breve apostolico, per argomenti di minore importanza;
– di motu proprio, quando il Papa emana qualcosa non suggerito dalla Curia romana.
Il nome costituzione apostolica è dato a documenti importanti e solenni, che riguardano la promulgazione di leggi, argomenti rilevanti o un insegnamento definitivo.
Tra gli esempi: la Munificentissimus Deus, con la quale Pio XII proclamò il dogma dell’Assunta, la costituzione dogmatica Lumen gentium del Vaticano II, la Pastor bonus, con la quale Giovanni Paolo II riorganizzò la Curia romana.
L’enciclica è una “lettera circolare” (è il significato del termine), cioè pubblica, rivolta a tutta la Chiesa, a una parte, o a tutti gli esseri umani. Tratta argomenti di rilievo, di carattere dottrinale, morale o sociale. Un esempio è la Pacem in terris di Giovanni XXIII, indirizzata anche a “tutti gli uomini di buona volontà”.
La lettera apostolica è un documento più generico, spesso con un destinatario particolare, ma anche rivolta a tutti i fedeli, come la Novo millennio ineunte di Giovanni Paolo II, emanata al termine del Giubileo del 2000.
L’esortazione apostolica è una delle tipologie di documenti ufficiali redatti dal pontefice della Chiesa cattolica.
In ordine di importanza, si colloca, quindi, al di sotto di:
– costituzione apostolica
– enciclica
ma al di sopra di:
– lettera apostolica
– lettera semplice
– messaggio.
Esortazione apostolica post-sinodale
La esortazione apostolica post-sinodale, o esortazione apostolica postsinodale, è un documento che il Papa elabora a partire dalle Proposizioni che il Sinodo dei vescovi produce come frutto dei suoi lavori. Esistono anche esortazioni apostoliche che non sono frutto dei lavori di un sinodo.

«Gaudete et exsultate, quoniam merces vestra copiosa est in caelis; sic enim persecuti sunt prophetas, qui fuerunt ante vos.»
«Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.»
(Vangelo secondo Matteo 5,12; citato nell’incipit di Gaudete et exsultate.)

Gaudete et exsultate, in italiano Rallegratevi ed esultate, è la terza esortazione apostolica (prima di questa: Evangelii gaudium e Amoris laetitia) di papa Francesco. Benché porti la data del 19 marzo 2018, solennità di San Giuseppe, il testo è stato reso pubblico solo il 9 aprile successivo.

Contenuto
In quest’esortazione viene affrontato il tema della chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Introduzione L’espressione, che introduce l’esortazione apostolica, fa riferimento al discorso delle Beatitudini, in cui Gesù invita, a rallegrarsi e ad esultare, coloro che per causa sua vengono perseguitati o umiliati. Attraverso queste parole, il Papa vuole rinnovare la chiamata alla santità nella società odierna, con le sue sfide ed opportunità, ma anche con i suoi rischi. Nella sua riflessione, il Pontefice afferma che la santità può essere vissuta in diversi modi e propone l’esempio di Abramo, chiamato a camminare integro dinanzi a Dio. Infine, ricorda che «Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente».

Il testo è composto da 177 paragrafi, dei quali 2 sono nell’introduzione e 175 nei 5 capitoli:
Introduzione
1. La chiamata alla santità
2. Due sottili nemici della santità
3. Alla luce del Maestro
4. Alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale
5. Combattimento, vigilanza e discernimento

26 Novembre 2018 – Scheda

Papa Francesco ci parla della Santità
Dalla “Gaudete et exsultate” dieci consigli del Papa

“Gaudete et exsultate” è l’esortazione apostolica che Papa Francesco ha scritto sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Egli ci consegna dieci consigli perché possiamo muoverci in questo cammino.

  1. NON DEFILARSI. “Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati a essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova”. “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio”.
  1. LASCIATI GUIDARE DALLE BEATITUDINI. “Le Beatitudini in nessun modo sono qualcosa di leggero o di superficiale”. “Essere poveri nel cuore, questo è santità”. “Reagire con umile mitezza, questo è santità”. “Saper piangere con gli altri, questo è santità”. “Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità”. “Guardare e agire con misericordia, questo è santità”. “Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità”. “Seminare pace intorno a noi, questo è santità”.
  1. VUOI AMARE? AGISCI. “Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia”. “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!”.
  1. COLTIVARE L’UMILTÀ. «L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità. Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni non sei umile e non sei sulla via della santità. La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via». «Non dico che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perché questo sarebbe masochismo, ma che si tratta di una via per imitare Gesù e crescere nell’unione con Lui».
  1. SII NELLA GIOIA. «Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza». «Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi. Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia».
  1. OSA EVANGELIZZARE. «Nello stesso tempo, la santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo». «Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza, della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita».
  1. NON RASSEGNARTI MAI. «Per l’abitudine noi non affrontiamo più il male e permettiamo che le cose “vadano come vanno”, o come alcuni hanno deciso che debbano andare. Ma dunque lasciamo che il Signore venga a risvegliarci, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia. Sfidiamo l’abitudinarietà, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto».
  1. PREGA OGNI GIORNO E RICOMINCIA. “Non credo nella santità senza preghiera, anche se non si tratta necessariamente di lunghi momenti o di sentimenti intensi”. “Abbiamo tutti bisogno di questo silenzio carico di presenza adorata. La preghiera fiduciosa è una risposta del cuore che si apre a Dio a tu per tu, dove si fanno tacere tutte le voci per ascoltare la soave voce del Signore che risuona nel silenzio”. “Se non permetti che Lui alimenti in esso il calore dell’amore e della tenerezza, non avrai fuoco, e così come potrai infiammare il cuore degli altri con la tua testimonianza e le tue parole?”.
  1. PREPARATI AL COMBATTIMENTO. “La vita cristiana è un combattimento permanente. Si richiedono forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo”. “Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita senza una prospettiva soprannaturale. Non pensiamo dunque che sia un simbolo, una figura. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi”. “Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario”.
  1. IMPARA A DISCERNERE CIÒ CHE DIO VUOLE DA TE. “Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo è il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è anche un dono che bisogna chiedere”. “Molte volte questo si gioca nelle piccole cose, in ciò che sembra irrilevante, perché la magnanimità si rivela nelle cose semplici e quotidiane”. “È in gioco il senso della mia vita davanti al Padre che mi conosce e mi ama, quello vero, per il quale io possa dare la mia esistenza, e che nessuno conosce meglio di Lui”.

26 Novembre 2018 – Incontro di Formazione: Ecco come si diventa Santi (nella vita quotidiana)

Ecco come si diventa Santi (nella vita quotidiana)
Commento all’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”
Relazione di Padre Giovanni Sposato O. M.

L’esortazione Gaudete et exultate sulla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo» non è riservata a pochi ma è una via per tutti. Non un trattato sulla santità, ma una sua descrizione, così come l’aveva profilata il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium. È l’urgenza di una risalita all’essenzialità. A ciò che conta per vivere pienamente da uomini e da veri cristiani nel contesto storico attuale.
Nei cinque capitoli del documento Papa Francesco sgombera così il campo dalle false immagini che si possono avere della santità, da ciò che è nocivo e ideologico e «da tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale», e, spiegando che la santità è frutto della grazia di Dio, indica le caratteristiche che ne costituiscono un modello a partire dal Vangelo.
Illumina così la vita nell’amore non separabile per Dio e per il prossimo, che è il comandamento centrale della carità e il cuore del Vangelo dalle parole stesse di Gesù: «Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23).
Esse sono come la carta d’identità del cristiano» «Così, se qualcuno di noi si pone la domanda: “Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”, la risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini. In esse si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita».

Capitolo primo: La chiamata alla santità

È il capitolo centrale dell’esortazione. Il canovaccio di riferimento di uno stile di vita. E si comprende da qui la forza e l’utilità di questo documento che mette insieme in modo organico ciò su cui Papa Francesco insiste da cinque anni, andando controcorrente rispetto a quanto abitualmente si fa nella società. «La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale – scrive – Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato».

La santità della porta accanto
«Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità… Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente» scrive Francesco e nel primo capitolo ricordando che i santi non sono solo quelli già beatificati o canonizzati.
«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere… Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (7).
Francesco non si ferma pertanto a spiegare i mezzi di santificazione o le varie forme di devozione invita subito a non scoraggiarsi di fronte a «modelli di santità che appaiono irraggiungibili», perché 2 dobbiamo seguire la «via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi». (11). E spiega e ripete che per essere santi «non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi.
Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno». (14)
Ribadisce quindi che l’obiettivo di questa esortazione «è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata personale che rivolge anche a te: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza», «ognuno per la sua via, dice il Concilio». «Lascia dunque che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità» (15).
E ripete l’invito a non avere paura a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo: «Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta». «La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita «non c’è che una tristezza… quella di non essere santi» (34).

Capitolo secondo: Due sottili nemici della santità

I due nemici della santità e il cuore della Legge
Nel secondo capitolo si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo». Ancora una volta, quindi, il Papa fa riferimento a queste due eresie «sorte nei primi secoli cristiani», e che a suo giudizio «continuano ad avere un’allarmante attualità» dentro la Chiesa (35).
Si tratta di «due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare» (35). Se infatti la santità è un dono della grazia nella vita della Chiesa, queste due sottili forme di eresia ne sono un ostacolo proprio perché rimuovono la necessità della grazia di Cristo, oppure svuotano la dinamica reale e gratuita del suo agire.
Per questo complicano e fermano la Chiesa nel suo cammino verso la santità. I «nuovi pelagiani» ad esempio «per il fatto di pensare che tutto dipende dallo sforzo umano incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali – spiega il Papa – complicano il Vangelo diventando «schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca» (59).
Questi s’impegnano nel seguire un’altra strada che è «quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore». E si manifesta in molti atteggiamenti: «L’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale.
In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo» (57). Il Papa ha quindi ricordato che siamo chiamati a curare attentamente la carità che è il centro delle virtù e della Legge.
Cristo ci ha consegnato «due volti, quello del Padre e quello del fratello», «o meglio uno solo, quello di Dio che si riflette in molti, perché in ogni fratello è presente l’immagine stessa di Dio» (61). L’amore per Dio e per il prossimo non possono perciò essere separati: «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» perché pienezza della Legge infatti è la carità». Perché «tutta la Legge trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (60).

Capitolo terzo: Alla luce del Maestro

Le Beatitudini: ritratto di Gesù e stile di vita controcorrente
Nel terzo capitolo, Francesco srotola una per una le beatitudini evangeliche contenute nel capitolo 5 del Vangelo di Matteo e le rilegge attualizzandole. «Vivere le Beatitudini – spiega – diventa difficile e può essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata». Ma queste sono «la carta d’identità del cristiano». (leggere n. 63)

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»
«Le ricchezze non ti assicurano nulla – ricorda il Papa – Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli» (68). «Essere poveri nel cuore, questo è santità».

«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra».
«È un’espressione forte, in questo mondo che fin dall’inizio è un luogo di inimicizia dove si litiga ovunque, dove da tutte le parti c’è odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini» (71). Osserva Francesco: «Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole”.
Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino. È meglio essere sempre miti, e si realizzeranno le nostre più grandi aspirazioni: i miti «avranno in eredità la terra», ovvero, vedranno compiute nella loro vita le promesse di Dio» (74). La mitezza è propria di Cristo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).
Il Papa pertanto ricorda che «anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza, e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza. Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello» (73). «Reagire con mitezza, questo è santità».

«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati»
«La persona che vede le cose come sono realmente – scrive – si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice» (76). «Saper piangere con gli altri, questo è santità».

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»
«La giustizia che propone Gesù – spiega – non è come quella che cerca il mondo, molte volte macchiata da interessi meschini, manipolata da un lato o dall’altro. La realtà ci mostra quanto sia facile entrare nelle combriccole della corruzione, far parte di quella politica quotidiana del “do perché mi diano”, in cui tutto è commercio» e si resta «ad osservare impotenti come gli altri si danno il cambio a spartirsi la torta della vita» (78). «Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità».

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».
«“Tutto quanto vorrete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loroˮ. Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve applicare “in ogni casoˮ» (80). Gesù, ricorda il Papa, «non dice “Beati quelli che programmano vendetta”, ma chiama beati coloro che perdonano e lo fanno “settanta volte setteˮ». «Guardare e agire e agire con misericordia, questo è santità».

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»
«Quando il cuore ama Dio e il prossimo, quando questo è la sua vera intenzione e non parole vuote, allora quel cuore è puro e può vedere Dio» (86). «Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità».

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
«Il mondo delle dicerie, fatto da gente che si dedica a criticare e a distruggere, non costruisce la pace», scrive Francesco (87). Mentre i pacifici «costruiscono pace e amicizia sociale» (88). Anche se «non è facile costruire questa pace evangelica che non esclude nessuno, ma che integra anche quelli che sono un po’ strani, le persone difficili e complicate… quelli che sono diversi» (89). «Seminare pace intorno a noi, questo è santità».

«Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli».
«Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità – avverte il Papa – non pretendiamo una vita comoda» (90). «Non si può aspettare, per vivere il Vangelo, che tutto intorno a noi sia favorevole» (91). Ma Francesco spiega anche che «un santo non è una persona eccentrica, distaccata, che si rende insopportabile per la sua vanità, la sua negatività e i suoi risentimenti».
Non erano così gli apostoli che «godevano della simpatia “di tutto il popoloˮ» (93). Quanto alle persecuzioni, esse «non sono una realtà del passato, perché anche oggi le soffriamo, sia in maniera cruenta, come tanti martiri contemporanei, sia in un modo più sottile, attraverso calunnie e falsità» (94). «Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo è santità».

Il protocollo su cui saremo giudicati (n. 95)
Francesco rievoca le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo (25,31-46) sul dar da mangiare agli affamati e accogliere gli stranieri e ricorda che queste sono la «regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso… un problema che devono risolvere i politici…
Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità… un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!» (98).
«In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi – afferma Francesco – pertanto sottolinea con decisione «davanti alla forza di queste richieste di Gesù è mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di accoglierle con sincera apertura, “sine glossa”, vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze» (97).

La nocività delle ideologie (n. 100)
Purtroppo, scrive Francesco, a volte «le ideologie ci portano a due errori nocivi». Da una parte, quello di trasformare «il cristianesimo in una sorta di ONG», privandolo della sua «luminosa spiritualità» (100). Dall’altra parte c’è l’errore di quanti «vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista».
O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo.
Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo (101).
«Spesso si sente dire – riprende il Papa – che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli.
Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)?» (102). «Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia» (107).

Capitolo quarto: Alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale

Il santo e la violenza verbale dei media
All’interno del grande quadro della santità proposte dalle Beatitudini e Matteo 25,31-46, nel quarto capitolo Francesco presenta alcune caratteristiche che, a suo giudizio, sono indispensabili per comprendere lo stile di vita a cui Cristo ci chiama nel contesto attuale e che hanno particolare importanza a motivo di alcuni rischi e limiti della cultura di oggi, «dove si manifestano – afferma – l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale».
Le prime sono: la sopportazione, la pazienza e la mitezza. Virtù necessarie. «Anche i cristiani – scrive poi il Papa – possono partecipare a reti di violenza verbale mediante internet… Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui».
«È significativo che a volte, pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianzaˮ, e si distrugga l’immagine altrui senza pietà» (115). Lì si manifesta senza alcun controllo che la lingua è «il mondo del male» e «incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna (Gc 3,6)».
Il santo, ricorda Francesco, «evita la violenza verbale» (116). «La fermezza interiore, che è opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale – scrive il Papa – perché la grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore» (117).

L’umiltà e le umiliazioni
L’umiltà – spiega – può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità» (118). Non si riferisce solo alle situazioni violente di martirio, «ma alle umiliazioni quotidiane di coloro che sopportano per salvare la propria famiglia, o evitano di parlare bene di sé stessi e preferiscono lodare gli altri invece di gloriarsi, scelgono gli incarichi meno brillanti, e a volte preferiscono addirittura sopportare qualcosa di ingiusto per offrirlo al Signore» (119).
«Non dico – afferma – che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perché questo sarebbe masochismo, ma che si tratta di una via per imitare Gesù e crescere nell’unione con Lui. Questo non è comprensibile sul piano naturale e il mondo ridicolizza una simile proposta» (120). È un atteggiamento che presuppone un cuore pacificato da Cristo, «libero da quell’aggressività che scaturisce da un io troppo grande.
La stessa pacificazione, operata dalla grazia – dice papa Bergoglio – ci permette di mantenere una sicurezza interiore e resistere, perseverare nel bene anche “se contro di me si accampa un esercito” (Sal 27,3)» (121).

Senso dell’humor e fervore
Il Papa sottolinea che quanto detto finora «non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia. Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (122). Bisogna superare la tentazione di «fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (134).
«Dio è sempre novità – scrive Francesco – che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere… là lo troveremo: Lui sarà già lì» (135). Ci mette in moto, ricorda il Papa, l’esempio di tanti preti, religiose e laici «che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita…
La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» (138).
E Francesco ricorda anche come importante «la vita comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa», che «è fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani» (143): anche Gesù «invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari». «Infine, malgrado sembri ovvio – precisa Francesco – ricordiamo che la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione» che non è è evasione dal mondo intorno a noi.

Capitolo quinto: Combattimento, vigilanza e discernimento

In lotta contro il demonio
Il quinto capitolo avverte che il cammino per la santità è anche «una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male» (159). Il «male» citato nel Padre Nostro è «il Maligno» e «indica un essere personale che ci tormenta» (160). «Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti.
Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi» (161). E può portare alla «corruzione spirituale», che «è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché «anche Satana si maschera da angelo della luce (2 Cor 11,14)» (165).
«Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo – ricorda Francesco – è il discernimento», che «è anche un dono che bisogna chiedere» (166). «Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167). Pertanto il Papa chiede «a tutti i cristiani di non tralasciare di fare ogni giorno… un sincero esame di coscienza» (169).

Un’esistenza disponibile per Dio e per i fratelli
«San Paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere «a nessuno male per male» (Rm 12,17), a non voler farsi giustizia da sé stessi (cfr v. 19) e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene (cfr v. 21). Questo atteggiamento non è segno di debolezza ma della vera forza». Solo «chi è disposto ad ascoltare – conclude Francesco – è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze ma che porta a una vita migliore» (172).
Questo atteggiamento «implica, naturalmente, obbedienza al Vangelo come ultimo criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza» (173). «Chiediamo – conclude papa Francesco – che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito» (177).

12 Novembre 2018 – Sintesi: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et exsultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Gisella Leone

Il discernimento svolto dai gruppi sulla tematica della Santità, in particolare sulla prima tappa: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza, secondo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete ed exultate”, è stato proficuo e reciprocamente arricchente. C’è stata infatti una condivisione delle nostre realtà spirituali e temporali e si sono evidenziati dei concetti fondamentali per la concretizzazione in ognuno di un proprio percorso di Santità.

E’ emersa una consapevolezza che la chiamata alla Santità sia una chiamata Universale; Dio infatti, Padre Misericordioso, ha sin dagli inizi della Storia nel suo Progetto, la salvezza di tutto il genere umano, nonostante le sue continue infedeltà ha tanto amato il mondo da immolare il proprio Figlio, Gesù che obbediente al volere del Padre,  pieno anch’Egli  di un amore profondo per l’Umanità Peccatrice, ha scelto di morire in croce, risorgendo il terzo giorno, per lavare le nostre colpe e darci la possibilità di salvezza, nell’osservanza dei “Comandamenti Divini”.

La Santità quindi è un cammino di continua conversione, nella continua scelta di morire al peccato per rinascere a vita nuova, di “trasfigurazione”, per ottenere la Salvezza Eterna. (Apocalisse 7,14-17).

La Santità non è correlata solo ad eventi straordinari, quali le Stimmate, i Miracoli; non è appannaggio solo dei consacrati, ma la si può conseguire vivendo e testimoniando i “Comandamenti Divini”, primo fra tutti l’Amore verso Dio e il prossimo nella propria quotidianità Secolare, vivendo ognuno il proprio ruolo con spirito di  responsabilità e sacrificio.
Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione.
Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.
Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con umiltà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli.
Sei un genitore o nonno o nonna ? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù.
Hai autorità? Sii santo lavorando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.
La Santità quindi, è disponibilità al servizio verso l’altro in tutta umiltà; donazione gratuita di sé e dei propri talenti per amore verso Dio e i fratelli, non per auto-referenzialità, sull’esempio di Cristo che, gratuitamente ha dato la Sua Vita per la nostra salvezza.
La Santità è accoglienza dell’altro senza pregiudizi e discriminazione, è solidarietà, condivisione, soprattutto negli stati di fragilità materiali e spirituali. E’ ancora perdono, comprensione, accettazione dell’altro nella sua diversità, anche con i difetti e le molestie, ricercando sempre la comunione, non l’emarginazione. La Santità è sobrietà, onestà, rettitudine, ricerca solo dell’“Essenziale” in pieno affidamento alla Provvidenza Divina, evitando i compromessi, le illegalità per “spianarsi la strada” e conseguire successo, potere, ricchezze, carriera. Le cosiddette luci accecanti e fatue del mondo odierno alle quali ogni cristiano credente, ma soprattutto noi laici minimi per la nostra Spiritualità Penitenziale, dobbiamo contrapporre la luce della nostra Fede, che ci porta in tutt’altra direzione..
“Siate nel mondo, ma non siate del mondo”; perché chi vuol essere amico di questo mondo, non potrà essere amico di Dio. (IV capitolo della Regola TOM);
San Francesco di Paola ci esorta anche: “E’ meglio una vita virtuosa che longeva; è meglio una coscienza pura che un forziere colmo di quattrini”.

Vivere in santità significa prediligere i desideri dello Spirito a quelli della Carne (cupidigia, inganno, delitti,  concupiscenze ecc.) che portano l’uomo alla perdizione. Significa temperare  le proprie passioni e far emergere le proprie virtù; sopprimere il proprio IO a volte molto ingombrante (fardello materiale), per dare il primato a DIO, vivendo l’amore e il rispetto per i fratelli. Far tacere il proprio IO non è facile; non è facile sopportare le ingiustizie, i tradimenti, le offese ricevute, ricambiare il male con il bene.

Emergono ansia, tensione, bisogno di rivalsa, ira, rancori che disperdono e debilitano, ostacolando un cammino di santità, nonostante sia prevalente in tutti la volontà di perseguirlo!

Cosa fare?  In Matteo 11,25-30 Gesù esorta : << Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e Io vi ristorerò; prendete il mio giogo sopra di voi e imparate  da me che sono mite ed umile di cuore e riceverete ristoro per le vostre anime >>.
Gesù non ci toglie le croci, ma nel suo esempio, ci insegna a viverle con pazienza e speranza di una ricompensa futura. Vedi Vangelo delle beatitudini e del Giudizio Finale.

La prima grande caratteristica di Santità è quindi rimanere centrati, saldi in DIO che ama e sostiene, riscoprendo la propria Fede in Lui, abbandonandosi fiduciosi alla Sua Provvidenza. “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”. La forza interiore che scaturisce da questo incontro con Cristo, alimentata dalla speranza in Lui, permette di sopportare e sostenere le contrarietà della vita e vivere quindi la Carità in tutte le sue sfaccettature.

Nel cammino verso la Santità elemento importante è la Preghiera in tutte le sue forme: da quelle più classiche di preghiera recitata (Rosario, Lodi, Vespri), alla preghiera  di contemplazione, Lectio Divina,  preghiera del cuore,  Adorazione Eucaristica,  da promuovere e intensificare perché alimenti la nostra Fede.

I Sacramenti, soprattutto la Confessione e l’Eucarestia che rispettivamente, nella rinascita del perdono e nel rivivere il grande Sacrificio di Gesù per noi, ci rinforzano a proseguire il nostro cammino offrendo le nostre piccole croci quotidiane per il bene dei fratelli.

Purtroppo, la vita frenetica della società odierna e gli impegni lavorativi resi più ingombranti impediscono a volte un ritempramento spirituale.

Importante nel cammino verso la santità è l’educazione alla Fede e soprattutto l’esempio di vita dato dai genitori ai propri figli nell’ambito della famiglia, ritenuta la cellula della società; quindi cercare un ritorno alla famiglia come “Chiesa Domestica” da contrapporre ad una società che oggi misconosce i valori cristiani, sfasciando questa importante “Istituzione” con le conseguenze che ne derivano.

La stessa Fraternità TOM tramite la condivisione del Carisma, i vari momenti di Spiritualità, la formazione continua, il confronto e rinforzo reciproco tra i singoli membri, è un ottimo aiuto nel cammino di Santità, soprattutto se in essa regna un clima costruttivo di collaborazione reciproca, per essere “ Pietre Vive” nell’edificazione del Corpo di Cristo che è la CHIESA.