Formazione 2018-2019

22 Ottobre 2018 – Collatio Laboratorio 2: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete ed exultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Mimmo Famularo e Teresa Paonessa

Dopo aver letto la relazione esposta da Gisella Leone abbiamo commentato alcuni punti salienti della stessa e abbiamo proseguito rispondendo singolarmente alle domande che ci sono state poste.

La domanda sulla quale maggiormente ci siamo soffermati che in parte abbraccia anche le altre due è stata la prima: Cos’è la santità? Quali sono le tue riflessioni sul contenuto del Vangelo delle beatitudini e del giudizio finale?
Tutti, in modi diversi, siamo intervenuti rispondendo che in qualche modo cerchiamo di vivere la santità.
Ma prima di viverla ci siamo posti la domanda: cos’è? Variegate sono state le risposte.

La santità è un cammino di perfezione, ma un cammino tortuoso soprattutto per la vita frenetica che oggi viviamo.
E’ emerso nel dibattito che l’accidia, uno dei 7 vizi capitali, citata nella relazione, è un forte ostacolo nel cammino di santità. Spesso siamo presi dalla pigrizia che ci porta a rimanere nelle comodità delle nostre case, invece di uscire a compiere del bene o a partecipare a messa, ad un’Adorazione o allo stesso incontro di Fraternità.

La santità è un obiettivo difficile da raggiungere. Ma non impossibile.

In sintesi, santità per noi è avere fede, è una fermezza interiore, è fare un’opera di bene verso colui che ti ha fatto del male, è sopportazione, è perdono, “non tramonti il sole sopra la vostra ira” prima di sera chiarirsi e chiedersi scusa.
E’ emerso anche che alla santità si ci educa iniziando a viverla in famiglia.

La santità è cercare il bene dell’altro, e si raggiunge, con quanto si esprime nel Vangelo delle beatitudini, la Magna Carta del Santo, o meglio, la sua carta d’identità.
Accogliamo l’altro, ascoltiamo l’altro che magari ci chiede aiuto, fermiamoci e non andiamo sempre di corsa, sempre senza tempo disponibile. Ricordiamoci che non diventeremo santi da soli, ma vivendo ogni giorno con i fratelli che il Signore ci pone al fianco.

Tutti, secondo quanto è emerso, aspiriamo alla santità, anche perché la santità ci porta a conquistarci la vita Eterna, quindi la Contemplazione di Dio. Per noi Terziari questo obiettivo è fissato già nel Primo Capitolo della Regola “Vi siete posti al servizio del Re del cielo abbracciando questa Regola e, in virtù dell’osservanza di essa, sperate di possedere la vita Eterna”. Quindi “Gaudete ed exultate”, rallegriamoci ed esultiamo perché grande è la nostra ricompensa nei cieli.
L’inferno, al quale non sempre si pensa, fa paura.

Nel Cammino verso la santità elemento importante è la Preghiera, in tutte le sue forme. Da quelle più classiche di preghiera recitata (Rosario, Lodi, Vespri), alla preghiera di contemplazione, Lectio Divina, preghiera del cuore, Adorazione, da promuovere e intensificare (così come suggerite tra le proposte operative nel Programma Nazionale).

Fermiamoci un attimo a pensare, meditare, fare un’autocritica e chiederci quanto amiamo il prossimo?
Nel prossimo vediamo il Cristo? Domanda che oggi non ci poniamo, nonostante siamo a contatto con il problema dell’immigrazione e della morte che giornalmente alberga e riempie i nostri mari.

La santità oltre che con la preghiera si raggiunge con l’umiltà. Umiltà nel pregare, umiltà nell’affidarsi al Signore senza il quale niente è possibile.
Altro elemento importante è l’offerta al Signore dei nostri momenti di dolore, delle nostre pene, dei momenti di sopportazione per delle offese ricevute ingiustamente.
L’umiltà del cuore e della mente è un grande mezzo per raggiungere la santità.

Nella relazione ha colpito la disposizione delle tre parole: sopportazione, pazienza e mitezza. Lette in questo modo indicano il cammino della santità. Se invece si leggono in senso inverso, identificano già il santo.

Prima di rispondere alla seconda domanda: Cerchi di vivere la santità nel tuo quotidiano? abbiamo letto dal retro copertina dell’Esortazione Apostolica quanto segue:
“Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiosi o religiose.
Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno.
Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione.
Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.
Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli.
Sei un genitore o nonna o nonna? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù.
Hai autorità? Sii santo lavorando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.”

Meditando su questo, ci siamo resi conto che poi non ci viene richiesto chissà che cosa, ma vivere quotidianamente il ruolo in cui siamo stati chiamati con spirito di responsabilità e di sacrificio.

Quali sono le difficoltà? Abbiamo risposto mettendo in evidenza che ciò che ci allontana dalla santità sono: le diverse educazioni ricevute, le diverse vedute della vita, il carattere, l’arrivismo, il mondo virtuale dove oggi si vive che impedisce la comunicazione e il rapporto cono glia altri. Pensiamo a quando ci troviamo seduti nelle sale di attesa di qualche posto, con altre persone, la foto che ne esce fuori è: tutti a testa bassa davanti ai cellulari, i vari social che sembrano essere mezzi di comunicazione si trasformano in mezzi di isolamento.

Tutti siamo stati concordi nell’affermare che il cammino di ognuno di noi progredisce, anche se a rilento, nessuno di noi si sente uguale a qualche anno fa, sicuramente ci sforziamo di “progredire di bene in meglio”.

Se rimaniamo saldi al Signore sicuramente ci accompagnerà nel modo giusto verso la Santità, la Sua Parola sarà la via giusta da percorrere.
Non scoraggiamoci e chiediamo al Signore, con la preghiera costante, la Santità e stiamo certi che ci esaudirà.

22 Ottobre 2018 – Collatio Laboratorio 1: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete ed exultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Elisa Martelli

Il gruppo ha risposto in maniera chiara e consapevole che base della santità è l’incontro con Dio, instaurando verso di Lui un rapporto di totale abbandono. Soprattutto il porsi di fronte alla vita e agli altri come Lui vuole.

Santità vuol dire essere pronti ad affrontare le varie situazioni che ogni giorno ci si prospettano. Spesso infatti, presi dal vortice della vita, pensiamo alle cose negative e nei momenti di sconforto e sofferenza dimentichiamo che Dio c’è ed è l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi. Fermarsi e pensare a Dio per affidarsi e abbandonarsi a Lui diventa la nostra forza per superare i momenti difficili in santità. Entrare nell’ottica di Dio, vedere come Lui vede, amare come Lui ama, in maniera totale, senza mettere paletti, permette a noi di ridimensionare il proprio IO e a Dio di agire, trasformandoci e plasmandoci come Lui vuole. Mettere a tacere l’IO per lasciare agire lo Spirito Santo che inonda e porta con Sé solo il bene, e fa quindi trasparire la vera santità.

Il bene non si può contenere e santità è muoversi verso gli altri, per il bene comune, perché guardare gli altri ci solleva. La società moderna e il pensare comune ci porta a prendere le distanze dalle necessità altrui, a fare un passo indietro, a non lasciarci coinvolgere e pensare solo al proprio bene, alla propria tranquillità. Invece fermarsi un po’, non correre per inseguire e soddisfare solo il proprio IO ci porta alla santità. Amore e carità verso gli altri, con umiltà, senza chiedere nulla in cambio, senza guardare o sindacare sul comportamento degli altri, senza pretendere di essere ricambiati o ringraziati, fa sì che i veri valori non vengano meno, ci fa essere di esempio e scuote la coscienza.

Santità è fare una scelta fra bene e male. Il bene si riceve dalla Parola di Dio ed il modo migliore per testimoniare il bene è pensare solo all’essenziale e portarselo dietro. È un processo di ascesi, è una dinamica che scrosta dai condizionamenti materiali permettendoci di pensare solo all’essenziale.

La Parola di Dio invita a confrontarsi prima interiormente con sé stessi e poi con gli altri. In questo contesto riflettiamo le Beatitudini (Mt 5, 1-12). È una Parola che non ci risolve i problemi, ma ci aiuta ad affrontare le situazioni della vita alla luce di Dio, che è l’unico e solo bene, il reso non conta, è solo un fardello pesante che intralcia la strada. Le Beatitudini con tanta semplicità ci indicano come dobbiamo stare davanti a Dio e agli altri.

Questo comporta una scelta radicale e coraggiosa, senza tentennamenti e ambiguità. Vivere la spiritualità del T.O.M. e in fraternità aiuta a fare questa scelta perché si è sempre stimolati a percorrere la via della santità.

La fraternità aiuta a confrontarsi, correggersi. Consapevoli che nessuno mai è arrivato, camminare insieme dà forza e coraggio a non fare passi indietro, a non demordere dalla consapevolezza che Dio è misericordioso e a non lasciarsi sopraffare dall’accidia, dalla pigrizia e dal pensare che le cose non cambiano perché tanto il mondo va così. Una scelta che costantemente siamo chiamati a fare, anche se scoraggiati. Fare sempre un esame di coscienza aiuta a sopportare, perdonare e stare sulla via della santità.

Santità è camminare nel buio con quella piccola luce della fede, che non ci basta mai ad essere di aiuto a chi pensa di essere nella luce accecante con l’esempio della croce che porta alla santità.

15 Ottobre 2018 – Incontro di Formazione: Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza

La dimensione contemplativa del carisma minimo
Leggendo l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete ed exultate”
Le caratteristiche della santità nel mondo attuale

I Tappa: “Dall’ansietà nervosa e violenta alla sopportazione, pazienza e mitezza”
Relazione di Gisella Leone

Il progetto di Dio è la salvezza di tutto il genere umano; ogni uomo quindi, è chiamato a percorrere un cammino di conversione interiore, di santità, conformandosi a Cristo nel contesto del suo vissuto quotidiano. L’itinerario  formativo TOM 2018/2019, ha proprio l’obiettivo di approfondire il senso della vocazione laicale minima, come fondata sull’adesione assoluta a Dio (“ Fissate solo in Lui il vostro cuore” ved. Cap. I Regola TOM 1 par.) e aperta alla Santità , in una dimensione concreta e attuale, intessuta nelle vicende quotidiane di ciascun minimo che vive nel mondo.

La società odierna, fortemente egoistica, egocentrica, insoddisfatta, frettolosa, volubile, vive una profonda crisi di valori, quali il rispetto per l’altro, l’onestà, la giustizia, la solidarietà, ecc. Si delinea un mondo di precarietà affettiva e materiale che si ripercuote sul benessere psico-fisico del singolo individuo e della comunità, alimentando tensioni, aggressività, violenze, solitudini, che disperdono e debilitano.  Emergono inoltre: uno stato di negatività e di tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo e tante forme di spiritualità prive di un vero incontro con Dio.

Questo stato di cose si discosta e ostacola in ogni credente la concretizzazione di un percorso di Santità. Papa Francesco, con l’Esortazione Apostolica “Gaudete ed Exultate”, delinea il grande quadro della Santità che ci propongono il Vangelo delle Beatitudini (Matteo 5, 1-12) e quello del Giudizio Finale (Matteo 25, 31-46), all’interno del quale, coglie caratteristiche, espressioni spirituali ulteriori, molto utili secondo lui, a comprendere lo stile di vita a cui il Signore Iddio ci chiama; nel preciso, individua  cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo, molto importanti a motivo dei rischi  e dei limiti della cultura di oggi.

I Caratteristica. ”Sopportazione, pazienza e mitezza, da contrapporre all’ansietà nervosa e violenta del nostro tempo”.

La prima grande caratteristica di santità è rimanere centrati, saldi in Dio che ama e sostiene.. In Matteo 11, 25-30 Dio dice: <<Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò; prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e riceverete ristoro per le vostre anime>>. Ciò presuppone una grande fede in Dio; un completo abbandono in Lui, come un bimbo nelle braccia della propria mamma.. perché percepisce che da lei potrà ricevere solo il bene! La forza interiore che scaturisce da questo incontro con Cristo, alimentata dalla speranza in Lui, permette di sopportare, sostenere le contrarietà della vita; di vivere la Carità, accettando con umiltà (abbiamo in Cristo un grande maestro) le aggressioni degli altri, le loro infedeltà e difetti.  <<Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?>>  vedi Romani 8,31.

Tutto ciò è fonte di pace, della vera pace (diversa da quella che dà il mondo), perché scaturisce in un cuore che, rigenerato da Cristo, ormai libero da quell’io troppo ingombrante (fardelli materiali) che gli impediscono di volare alto, diventa capace  di sopportare qualcosa di ingiusto, per offrirlo al Signore; diventa capace di non giudicare in maniera spietata l’altro, accogliendolo nella sua diversità; di limitare, ricercando l’umiltà, la sua auto referenzialità, per non screditare gli altri; oppure, proprio perché libero dall’egocentrismo, è reso audace a reclamare giustizia per i deboli dinanzi ai potenti, incurante di conseguenze negative per la propria immagine (es. San Francesco alla corte del  re di Napoli). San paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere a nessuno male per male  (Romani 12,17); a non voler farsi giustizia da se stessi e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene. Questo atteggiamento, non è segno di debolezza, ma della vera forza, perché Dio stesso è lento all’ira, ma grande nella potenza. La Parola di Dio ci ammonisce: <<Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze, con ogni sorta di malignità>> (Efesini 4,31). E’ necessario lottare e non far radicare le nostre inclinazioni aggressive. <<Adiratevi, ma non peccate, non tramonti il sole sopra la vostra ira>> ( Efesini 4,26). Quando si  è oppressi da particolari circostanze, è bene ricorrere all’ancora della supplica, che ci riconduce nelle mani di Dio. In Filippesi 4, 6-7 è espresso: <<Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza, fate presenti a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti ; e la voce di Dio, che supera ogni intelligenza,  custodirà i vostri cuori>>.

Per la riflessione:

  • Cos’è la Santità? Quali sono le tue riflessioni sul contenuto del Vangelo delle Beatitudini (Matteo 5,1-12)  e del Giudizio Finale (Matteo 25, 31-46)?
  • Cerchi di vivere la Santità nel tuo quotidiano? Quali sono le difficoltà?
  • L’Esortazione Apostolica di papa Francesco  “Gaudete ed Exultate”: Sopportazione, pazienza e mitezza da contrapporre all’ansietà nervosa e violenta del nostro tempo:  Quali sono le esortazioni di papa Francesco, fondate sulla “Parola”, per poter concretizzare tali virtù nella nostra vita?

30 Settembre 2018 – Lectio Divina Comunitaria all’inizio dell’Anno Pastorale 2018-2019

SANTUARIO MARIA SANTISSIMA DI PORTO SALVO – FRATERNITA’ DEL TERZ’ORDINE DEI MINIMI SAMBIASE

Lectio Divina Comunitaria all’inizio dell’Anno Pastorale 2018-2019
di Don Armando Augello

Dal Vangelo di Marco (9,38-48)

38 Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». 39 Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. 40 Chi non è contro di noi è per noi.
41 Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.
42 Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. 43 Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile.  45 Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna.  47 Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, 48 dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Il testo va compreso nel contesto più largo 8,27-10,52: Gesù, andando con i suoi discepoli verso i villaggi di Cesarea di Filippo ove ai piedi dell’Hermon sorge il Giordano (8,27), cittadina che Erode Filippo aveva resa capoluogo della sua tetrarchia e l’aveva dedicata all’imperatore Tiberio Cesare, e ridiscendendo poi a Cafarnao in Galilea (9,30-33) per poi salire a Gerusalemme (10,32), per tre volte predice che sarà crocifisso e risorgerà: svela così la sua vera identità di Messia.

Gesù secondo il testo procede così: accompagna ogni predizione con un insegnamento su come seguirlo sulla sua strada, e poi conferma quanto dice con un segno che anticipa la sua potenza di amore e di vita:
1. Prima predizione della morte resurrezione: 8,27-33,
*seguita da un insegnamento sul perdere la vita per guadagnarla: 8,34-9,1,
* e quindi dal segno della Trasfigurazione, con discesa del monte (Hermon?):9,2-13 più la guarigione di un giovane “spirito muto”:9,14-29.

2. Seconda predizione della passione: 9,30-32,
*seguita dall’insegnamento, quando giunsero a Cafarnao in casa di Pietro, su chi è veramente il più grande servendo da ultimo sino a farsi bambino nelle mani del Padre: 9,33-37,
* e quindi dal segno della invocazione del suo nome: 9,38-48.

3. La terza predizione: 10, 32-34,
*seguita dall’insegnamento su come essere autorità donando la vita come il Figlio dell’uomo: 10,35-45,
* e quindi dal segno della guarigione del cieco Bartimeo di Gerico: 10,46-52.

Il nostro testo rientra nella seconda predizione, e ne costituisce il segno:
il segno è secondo l’insegnamento precedente in cui Gesù, agli apostoli che discutono su chi sia il più grande nella sua comunità (prima ancora che nella società), rivela chi sia il più grande per come egli stesso sta per vivere la sua grandezza di Messia nel Figlio di Dio, cioè raggiungendoci nella nostra miseria di peccato e di morte; precisamente afferma: “Se qualcuno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servo di tutti”.

Quindi riprende il termine “grande” con il termine “primo”. Per essere primo come Lui bisogna essere l’ultimo, ma non in una misura definita di umiltà nella quale gli altri ci riconoscono bravi perché umili, ma rendendosi di fatto servi di tutti secondo come tutti hanno bisogno di essere serviti: la misura e il modo di essere grandi e primi sono dati dallo scendere al livello dei bisogni altrui per amore di riscattarli dalla loro situazione. Ciò implica una continua attenzione d’amore alle singole persone e realtà, e la piena disponibilità a corrispondere per come possibile.

E Gesù, volendo dare un esempio concreto di tale identità di “primo identificato servo di tutti”, quasi rendendo visibile il suo insegnamento e anticipando qualcosa della sua passione, prende un bimbo tra la folla: il bimbo con il suo non contare socialmente nulla e con la totalità dei suoi bisogni è una delle misure dell’ultimo che bisogna divenire per servire: anzi lo rende primo mettendolo al centro, e lo abbraccia per farsi carico del suo stato oltre ogni condivisione, e chiarisce il gesto con tali parole: “Chi accoglie uno solo di questi piccoli nel mio nome, accoglie me, e chi accoglie me non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato” (9,37). Gesù, il vero più grande è la misura della nostra vera grandezza, impegna nel bimbo la grandezza del Suo nome quasi lasciandosi misurare da lui secondo i suoi bisogni: l’impegno del suo nome nel bimbo fa sperimentare la presenza del Figlio Messia e anzitutto del Padre che accolgono: in noi sono Essi che accolgono la miseria del mondo. E questo è il volto rivelato di Dio in Cristo.

Ma ci si potrebbe anche domandare: Gesù, così insegnando, intendeva anche rivelare che l’impegno del Suo nome nell’accogliere un bimbo (servo e ultimo) permette di trovare nel bimbo il Padre e il Figlio non solo accoglienti nel loro nome, ma anche “accolti”, come chiaramente è affermato in Mt 25,35: “in uno dei fratelli più piccoli avete accolto me”?

In tal senso Gesù e il Padre non sono solo accoglienti ma anche accolti, e quindi fattisi “piccoli” solidali con noi piccoli. E in verità il Padre ha dato a Gesù di salvarci dal basso, dal nostro essere peccatori e povere creature (cfr incarnazione integrale).

La domanda fatta da Giovanni in 9,38 se impedire ad uno che “non ci segue” di impegnare il nome di Gesù per scacciare i demoni, e la risposta di Gesù di non impedirlo, permette di fare un ulteriore passo sulle vie della salvezza; infatti noi di solito consideriamo il bimbo al suo livello di bisogni; ma Gesù lo considera anche nel suo essere piccolo e nella sua crescita come discepolo suo e membro del “noi” della sua comunità. Ebbene: Gesù dona il criterio di accoglienza: basta “non essere contro di noi” (9,39), giacché solo “Chi non è con me, è contro di Me” (Matteo 12,30; cfr Lc 11,33).

Anzi potrebbe darsi il caso che uno di questi ancora piccoli nel Regno finisca per dare un bicchiere di acqua agli stessi discepoli perché sono del Messia: un modo indiretto per impegnare il Suo nome. Ebbene: avrà la ricompensa. Per cui il pericolo vero è al contrario, cioè che “piccoli del genere”, piccoli in un senso diverso del piccolo come età e bambino, e cioè o nella fede o nel vissuto da discepolo, possano essere scandalizzati da chi presume essere discepolo perfetto e li scacciasse. Del resto si era verificato che proprio i discepoli talvolta non erano stati graziati di scacciare i demoni (9,28) pur avendo ricevuto il potere di scacciarli (3,14; 6,7-13).

Per i discepoli le occasioni per scandalizzare i piccoli nella fede e nel discepolato possono essere tante: cosi ogni qualvolta una mano o un piede o un occhio non sono usati per accogliere i piccoli, ma per allontanarli: una mano che punta il dito e che condanna invece di prendere per mano; un piede che allontana invece di avvicinare; un occhio che disprezza invece di essere benevolo: si provveda allora a paradossalmente eliminare mano, piede e occhio, cioè a fare qualsiasi sacrificio, pena essere noi condannati di una condanna che è peggio che finire nell’immondezzaio della Valle dei figli di Hinnon a sud ovest della collina di Sion resa discarica, anche dei cadaveri dei lapidati, perché i re Achaz e Manasse vi avevano eretto un tempio (Tofet = distruzione; poi eliminato dal re Giosia) a Moloc, e permesso la offerta di sacrifici umani (cfr Il Re 16 e 21; Geremia 7,31).

Anche Matteo raccomanda di non scandalizzare i piccoli nella fede e nella vita cristiana: 18,6.10-14; e Paolo raccomanda di tenere conto di coloro che ancora credono agli idoli e che la carne ad essi immolata possa essere sacra; per cui i cristiani non devono mangiare la loro carne quasi facessero anche essi un atto di culto pagano (Corinti 8,7-13; 9,12).

Nota bene: se in Atti 8,18-24 viene proibito a Simon Mago di impegnare lo Spirito Santo, e in 19,13-20 ai sette figli di Sheva di impegnare il nome di Gesù per fare gli stessi prodigi di Paolo, e in 13,6-12 al mago Bar Jesus di far tacere Paolo, è perché questi personaggi vogliono usare “magicamente” il nome del Signore. Ecco perché lo stesso demone ai 7 figli di Sheva che lo vorrebbero scacciare dice: “Conosco Gesù e so chi è Paolo: ma voi chi siete?” (Atti 19,15).

Pertanto:
-esaminiamoci se abbiamo preteso chiudere Gesù in una qualche forma di “NOl”, o possederlo, o disporne solo noi;
-come pratichiamo “la pastorale di integrazione” accogliendo tutti, fosse anche con un minimo di loro disponibilità al bene e alla verità, a meno che qualcuno da sé stesso non si escluda volendo essere “contro Gesù”;
-come da parte nostra favoriamo la fiducia in Gesù rendendoci ultimi anziché primi, servi anziché grandi, noi stessi ancora piccoli nella fede e vita cristiana anziché perfetti, avvicinando gli altri dal basso di noi prima che da quello degli altri (solidarietà, condivisione…);
– se, come singoli e come comunità divario tipo, siamo discepoli che seguiamo Gesù sulla via di Gerusalemme e per come egli si è comportato con le varie persone, cominciando dai peccatori e piccoli nella fede.

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