Esperienza fraterna di “sana vita in comune”. La Comunità: un dono per donarsi

ESPERIENZA FRATERNA DI “SANA VITA IN COMUNE” – LONGOBARDI 29 gennaio 2012

Dopo la recita dell’ora media il P. Assistente ha illustrato il tema della giornata.

LA COMUNITA’: UN DONO PER DONARSI

L’incontro formativo del 23 gennaio, essendo ampia e interessante l’argomentazione, richiedeva di successivo approfondimento, anche perché l’idea di queste giornate insieme, vuole farci prendere coscienza del senso vero di vivere assieme e di fare comunità. Dopo aver riletto e illustrato, il XII cap. della lettera ai romani è seguita la riflessione.

Appartenere alla fraternità del terz’ordine dei minimi è dono di Dio, abbiamo aderito alla Sua chiamata, seguendo la scuola di S Francesco da Paola.

. Fin dall’inizio, Paolo invita a vedere e a vivere la comunità come un luogo sacro, dev’essere un luogo di culto spirituale, perché i credenti sono membra del Cristo, che nel corpo crocifisso e risorto è diventato il luogo di una presenza nuova di Dio.

Vedere le cose alla luce della fede non con la luce del mondo, ma vederle nella luce di Dio che è Amore.

. La fede è dono, anche se ognuno dà la sua risposta e solo la fede permette e chiede di trovare nel Signore il luogo d’incontro di tutti con ognuno e di ognuno con tutti, formando “un cuor solo e un’anima sola”, a servizio del Regno, secondo la carità di S Francesco da Paola.

. Alla base di una comunità cristiana e ancor di più di una fraternità minima, quindi, dev’esserci “la fede che opera per mezzo della carità nei rapporti di tutti con tutti”.

. Prima dell’amore c’è la penitenza, non come afflizione, ma come purificazione per mettere ordine nella nostra vita ed essere consoni a Cristo, smaltendo le cose che sono al di fuori di Cristo, nella gioia. I grandi Santi penitenti sono stati i più grandi Santi della gioia e della pace. Vivendo così scopriremo il fine ultimo che è Dio.

La carità è dono per gli altri, se si aderisce ai principi di Cristo si è di esempio agli altri. “Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi…”, pertanto no alla valutazione personale, ma “ offrirsi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”.

Alle 11.00 abbiamo partecipato alla celebrazione della S Messa, in seguito a gruppi si è discusso e ognuno ha offerto le proprie riflessioni personali.Gioiosamente abbiamo preparato e consumato il pranzo, condividendo le prelibatezze che ognuno si è premurato di portare.

La ripresa della condivisione delle riflessioni personali è avvenuta in assemblea, moderata da P Aldo.

“Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili…” Aspirare oltre la misura consentita è un’ambizione sconsiderata, irragionevole ed errata.

La misura della fede è dosata individualmente da Dio a ogni singolo credente. Ognuno deve stare dentro i limiti della rispettiva misura personale di fede.

La comunità è paragonata al corpo umano. Solo la fede coordina nell’unità la molteciplità dei membri, dei loro doni e i diversi carismi senza sottrarsi alla limitazione imposta dalla fede donata da Dio, senza distruggere non solo i loro doni, ma anche l’unità del corpo della comunità.

Ognuno ha dei carismi diversi, che variano secondo la grazia che ci è stata data. Essi sono la dimostrazione della grazia di Dio. I detentori valorizzino questi doni dello Spirito, loro concessi, nella giusta misura e nella loro limitazione nei confronti con gli altri. Se ciò avviene, si dimostrerà quel pensiero rinnovato, quell’esistenza trasformata, quella distanza critica dallo spirito mondano, il quale vuole sempre più di quanto gli si dà, e infine la libertà della donazione di sé.

Ciascuno serva Dio entro i limiti delle sue capacità. Chi si prende cura dei poveri lo faccia con semplicità, senza secondi fini.  Anche l’ufficio di capo è un carisma. Questo incarico deve essere esercitato con sollecitudine, con serietà e diligenza, con abnegazione e non pigramente. Le opere assistenziali e l’attività di responsabile non consentono per loro natura, il quieto vivere.

Chi fa opere di carità di ogni genere, agisca con serenità e gioia, non per costrizione o di malavoglia. Dio ama il donatore gioioso. La gioia di chi dona manifesta che, chi usa misericordia, dà agli altri con riconoscenza ciò che egli stesso ha ricevuto e così, con l’assistenza compassionevole fa capire che cosa sia la misericordia.

Al vertice si trova l’amore sincero, genuino. L’amore non recita, non fa messe in scena, non dà spettacolo. Esso si sposa sempre con la verità.

“Gareggiate nello stimarvi a vicenda”ciascuno ritenendo gli altri più meritevoli.

Nella realizzazione del sacrificio richiesto dalla misericordia di Dio, rientra anche la risolutezza nei confronti del male: Aborrite il male. Paolo pone l’accento sulla reciproca cordialità dell’amore fraterno, che deve regnare nella comunità. Essa è, infatti, la famiglia di Dio. Per quanto riguarda l’onore, o la deferenza, non basta tributarlo agli altri ma prevenire gli altri, ritenendoli superiori a se stessi.

.  L’amore sincero deve portare a prendersi cura delle necessità dei fratelli e a praticare l’ospitalità.

La misericordia di Dio esige che il cristiano preghi per la salvezza del suo nemico e faccia scendere la pace su di lui e non – invochi su di lui la maledizione.

Il gioire e il piangere insieme significa il vivere l’uno per l’altro. È l’abnegazione spinta a un punto tale che l’altro sono io ed io sono l’altro, e così vivo la vita dell’altro. Tale concordia si realizza quando si ha un unico modo di sentire in Cristo.

Non curarsi del parere di un altro fratello, ostinarsi a seguire la propria opinione, presume di sapere già tutto in virtù di un’ispirazione privata.

La misericordia di Dio invita a conservare la pace non solo con quelli che sono personalmente ben intenzionati, ma con tutti. Spesso i cristiani sono odiati, calunniati, perseguitati e nel nemico non c’è alcuna intenzione di rappacificarsi. La volontà di pace del cristiano dev’essere illuminata, ma non deve credere utopisticamente di poter giungere alla conciliazione in ogni caso. Se non è possibile e se non dipende da lui raggiungere la pace, il cristiano deve sopportare con pazienza e vedere in ciò la volontà di Dio.

La comunità è un dono per donarsi: un dono dell’Amore di Dio per donarsi con l’Amore di Dio, l’Amore dello Spirito Santo.

Accogliere e accogliersi: accogliere come vogliamo essere accolti, accettando la nostra e l’altrui debolezza, ”portando gli uni i pesi degli altri”con la forza della Grazia di Dio.

Alle 17.00 abbiamo reso lode al Signore per la serena giornata trascorsa.

Tina Di Cello Del.Stampa


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