Formazione: incontro del 12 novembre 2012

Alle 18.30 dopo la recita dei vespri P Antonio Casciaro ha illustrato alla fraternità della tematica “CHIAMATI A FISSARE IL PROPRIO CUORE IN DIO”: LA FEDE SENZA LE OPERE E’ MORTA (Gc 2,14-18).

Premessa

Continuando il nostro itinerario formativo, incentrato ad un maggior approfondimento della fede in Dio,  qualche settimana fa,  abbiamo riflettuto sull’identità del cristiano, fondata essenzialmente sull’appartenenza a Dio vissuta nelle condizioni ordinarie della vita: famiglia, lavoro, comunità ecclesiale;  poi ci siamo soffermati sui vari rischi della fede che può diventare autorefenziale se la sganciamo da Dio Padre, Figlio e Spirito Santo;  se la sganciamo dalle opere fino a giungere a vedere che ciò in cui noi crediamo dipende da come noi rispondiamo a quella domanda che Gesù rivolse ai suoi discepoli: “Ma io chi sono per te”? E se questo Dio è al primo posto nella nostra vita la conseguenza della nostra risposta non può che essere la seguente: da una parte  pensare, giudicare, agire, sperare come lui.  Dall’altra, occorre fare proprio il comportamento del Signore, improntato ad amabilità e accoglienza delle persone, a vicinanza e solidarietà, a compassione e misericordia, a sobrietà e povertà, a verità e pazienza, a fedeltà al Padre e amore agli uomini. Oggi invece, si cercherà di riflettere in che cosa la nostra fede va migliorata, prendendo in esame la lettera di S. Giacomo.

1. “La fede e le opere”[1] (2,14-26)

L’apostolo Giacomo ha raccomandato di non mescolare la fede con i nostri gusti, le nostre preferenze, le nostre manie. Nella sua istruzione vuole insegnare come debba essere correttamente intesa la professione di fede.  Il problema che Giacomo ha davanti non è il testo di san Paolo che in una delle sue lettere dice: “l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo” (Gl 2,16),  ma riguarda alcuni discepoli di Paolo che avevano capito male l’insegnamento paolino e lo stavano trasmettendo in modo deformato. San Paolo aveva spiegato e fondato in modo  molto saggio che la salvezza viene in base alla fede. Qualcuno aveva poi trasmesso questo insegnamento dicendo che basta la fede. Contro questa mentalità scorretta Giacomo sviluppa questa riflessione:

Che utilità c’è, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?  Può forse la fede salvarlo? 15Se ci sono un fratello o una sorella mal vestiti e mancanti di nutrimento quotidiano 16e uno di voi dicesse loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro ciò che è necessario per il corpo, a che giova? 17Così anche la fede: senza le opere, è morta in se stessa. 18Ma qualcuno dirà: Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io ti mostrerò dalle mie opere la fede. 19Tu credi che esiste un solo Dio? Fai bene; anche i demòni credono e tremano! 20Ma vuoi riconoscere, o uomo vano [vuoto], che la fede senza le opere è inutile? 21Abramo, nostro padre, non fu giustificato dalle opere, avendo condotto il figlio suo, Isacco, sull’altare? 22Vedi che la fede cooperava insieme alle sue opere, e che la fede fu completata dalle opere 23e si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, e fu chiamato amico di Dio. 24Vedete che dalle opere dell’uomo viene giustificato e non dalla fede soltanto. 25Similmente anche Raab, la prostituta, non fu forse giustificata dalle opere quando ospitò agli invitati e li rimandò per altra strada? 26 Come infatti il corpo senza spirito è morto, così anche la fede senza opere è morta.

Molte persone di fronte a questo testo, se conoscono le lettere di Paolo, restano perplesse perché sembra che qui venga detto il contrario di quello che S. Paolo insegna.  Non si tratta di scegliere Paolo contro Giacomo, si tratta di capire che dicono la stessa cosa, ma con prospettive diverse.

2. Due diversi modi di intendere la “fede”

Che cosa intende Giacomo per fede? Intende quello che intendiamo noi abitualmente, quando diciamo di “fare la professione di fede”, cioè avere la conoscenza delle dottrine divine. L’apostolo considera quindi la fede da un punto di vista del contenuto, le cose che si credono (i teologi la chiamano fides quae). Ne è un esempio il Credo, cioè l’elenco di quelle formule. Che cosa credi? “Credo che esiste un solo Dio Padre Creatore di tutte le cose, credo in Gesù Cristo suo unico Figlio che nacque, mori, risuscitò e salì al cielo…”Sono dottrine, sono teorie vere, ma questo tipo di fede non basta; se c’è solo questa dottrina teorica non c’è salvezza. San Paolo, però, quando parlava di fede non intendeva questa stessa cosa, intendeva l’atteggiamento personale come atto di fiducia, non le cose che si credono, ma l’atteggiamento con cui si crede (i teologi la chiamano fides qua). In questo caso la fede è la fiducia, è affidamento, è abbandono.

3. Due diversi modi di intendere le “opere”.

Quando Paolo parla delle “opere” intende le opere della legge ebraica, cioè l’osservanza delle norme rituali, delle regole – che poi cambiano nei secoli, nei gusti dei vari gruppi Nell’Antico Testamento c’erano delle regole fondamentali come la concisione, il sabato, la distinzione dei cibi tra quelli che si possono mangiare e quelli che non si possono mangiare. Queste sono le opere della legge, bisogna fare quelle opere; se si fanno quelle opere si è a posto. Paolo però, dice che questo non basta,  ma risulta essere  indispensabile la fede. La salvezza nasce da una relazione  tra la persona umana e la persona divina. Paolo nel suo discorso sulla fede, parlava dell’inizio della salvezza, mentre Giacomo parla del compimento della salvezza. Paolo insiste sull’inizio e l’inizio non sta in me, non sta nelle mie opere, nelle mie capacità, nelle mie attività, ma sta in una abbandono fiducioso in Dio, nel credere fermamente che lui mi può salvare. A questo punto – quando è iniziata la relazione di amicizia, dopo che io mi sono abbandonato al Signore – c’è poi tutto il cammino da fare, cioè rimanere in quella relazione buona con il Signore che chiede di essere vissuta concretamente nella pratica della vita. Ecco allora che le opere di cui parla Giacomo non sono le opere della legge, le opere rituali, ma sono le opere della carità cristiana. Queste non sono la causa della salvezza, non mi salvo cioè grazie a loro, per merito delle mie azioni, ma sono l’effetto, la conseguenza di questo mio abbandono fiducioso e assoluto in Dio, in Gesù.

La fede: un’efficace relazione d’amore

Avendo chiarito che cos’è la fede, ora si cercherà di approfondire il significato delle opere facendo riferimento ad alcuni periodi della lettera di S. Giacomo:

Che utilità c’è, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?

Dove è l’utile? Molte volte noi siamo convinti che sia fondamentale difendere dei principi di fede, difendere delle teorie. Molte persone discutono con noi discutono su questioni teoriche: su cosa fa Dio, su cosa fa la Madonna, su cosa fa il papa; e questo si può dire, e questo non si può dire. A che cosa serve? Ad esempio,  in ospedale ci sono due medici, uno crede, l’altro non crede. Dache cosa te ne accorgi? Uno va in chiesa alla domenica, l’altro no. Se ci parli insieme uno dice io credo, l’altro dice io non credo; poi in corsia te ne accorgi? Si vede la differenza? Se la differenza non si vede a che serve che uno dei due dica di credere? È qui il problema! Se non ci sono le opere la fede è morta, è un corpo morto: è il caso della fede intesa semplicemente come adesione teorica, condivisione di idee. La fede invece che è amore, relazione di fiducia che incontra il Signore personalmente, quella fede cambia la vita, segna fortemente la vita; quella fede è l’accoglienza alla grazia di Dio. Il rischio è, di fare tante  belle parole e qui san Giacomo rimprovera proprio questo atteggiamento. Non basta dire, “bisogna fare qualcosa”; la teoria senza la pratica non ha utilità. La rivelazione di Dio, l’opera di Gesù Cristo non è una bella teoria, ma è il dono di una capacità di intervenire praticamente per cambiare la realtà.

I nostri linguaggi di Chiesa, i nostri consigli, le nostre riunioni sono sempre di questo tenore; a dare consigli sono capaci in tanti, quasi tutti sono buoni consiglieri. “Ci vorrebbe qualcuno che facesse…”; ma è sempre qualcun altro che… dovrebbe fare. “Bisognerebbe cantare meglio, ci vorrebbe qualcuno che cantasse”; non però che io mi posso impegnare a studiare, a cantare meglio. Vedo un problema, mi impegno, mi prendo a cuore la situazione e cerco di fare qualcosa io: questo è il comportamento giusto. Anche nelle nostre comunità c’è il rischio della teorizzazione, del “bisognerebbe”, ma sono sempre gli altri quelli che dovrebbero fare qualcosa.. Questo è un atteggiamento di fede morta, di fede che non giova.

mostrami la tua fede senza le opere

Come faccio io a capire che tu credi in Gesù Cristo se non me ne accorgo dalle opere? Solo con le opere io ti posso mostrare la fede. Attenzione però, anche qui non è questione semplicemente del fare delle cose. Non è un fare diverso – come il tipo di attività – mi faccio prete, mi faccio suora, quindi sono una persona di fede; il mio compagno invece si è fatto medico. No. Quei due medici che lavorano in ospedale fanno tutti e due le stesse cose: fanno i medici, curano dei malati, fanno quello che devono fare. Allora quello che ha fede come si vede nelle opere? Perché va anche parrocchia fare catechismo? No! Non si vede che quel medico è cristiano perché va anche in parrocchia a fare catechismo, si vede da come cura gli ammalati; non però dalle sue capacità come medico, ma dalla sua accoglienza dei malati, dalla sua com–passione e partecipazione umana ai problemi dei pazienti, dalle attenzioni e dalla pazienza che dimostra verso chi si affida alle sue cure. Sono quelle le opere della fede. Noi abbiamo l’idea che una persona di fede va in parrocchia a fare qualcosa. Distribuisce i foglietti in chiesa… allora è una persona di fede. Faccia piuttosto bene il medico, faccia bene l’infermiera, faccia bene l’idraulico, faccia bene la maestra, e così via per tutte le realtà; quelle sono le opere della fede. Abbiamo creato molte volte delle divisioni e delle separazioni: uno fa il mestiere come può, come vuole, poi – per essere una persona di fede impegnata – va anche a fare qualcosa in parrocchia. Sono divisioni strane, ma purtroppo sono radicate: se manca  una adesione di fondo, una adesione convinta, matura, che coinvolga tutta la persona, la fede non  produce gli effetti.

Il pericolo di essere “vuoti”

L’apostolo Giacomo usa delle espressioni  anche forti…

20Ma vuoi riconoscere, o uomo vuoto, che la fede senza le opere è inutile?

Si sta rivolgendo sicuramente a persone di fede, a persone che sono lì riunite in assemblea, magari che sono a Messa, e parla di una persona vuota. Non è tanto questione di essere “insensato”, quanto piuttosto “inconsistente”: in greco il termine è kenós, che significa: “vuoto, inutile, insignificante”. È possibile, è un pericolo, un rischio anche per noi quello di essere persone vuote, inconsistenti.

Un altro aspetto della fede è proprio quello del fondamento, dell’essere fondati e il fondamento è Dio, è Gesù Cristo, fondati in lui; non persone leggere, portate dal vento delle passioni, dei gusti, dei lussi delle mode. È possibile che certi atteggiamenti di fede siano inutili e che noi siamo vuoti, vani, senza consistenza. Sono parole anche pesanti che non devono suonare come rimproveri, ma come occasione di verifica, per la nostra vita. È necessario che ognuno di noi si interroghi: ma io sono consistente o vuoto? Esiste realmente questa mia relazione con il Signore che determina le opere che faccio? Quello che faccio, lo faccio per amore, come conseguenza? Abramo credette in Dio e credette al punto da arrivare a offrirgli il figlio. Il Signore lo fermò, ma la fede di Abramo non si è fermata a dire: “Credo in un solo Dio”; proprio perché credeva – perché si fidava – era pronto a tutto. Dunque, è necessario che ci sia una vita concretamente buona, è necessario che la fede diventi vita, diventi stile di vita, non teoria, ma vita. Il Signore ci ha salvato gratis, il Signore ci regala il paradiso, ma – avendoci fatto un grande dono – ci chiede di usare questo dono. Chiediamo al Signore che risvegli in noi la fede e ci faccia diventare sempre più persone coerenti. Anche i diavoli credono. Ma… il diavolo non si fida di Dio, non si affida a Dio, ma sa che c’è. Anche lui sa che c’è un Dio solo, che ha un figlio che si chiama Gesù Cristo, che ha mandato lo Spirito Santo. Tutto questo lo sa anche il diavolo; dicono addirittura che il diavolo sia il miglior teologo! Sa tutte queste cose, ma non vive di conseguenza; non c’è un cambiamento nella sua vita. Sa la teoria, ma non vive come Dio. La nostra fede deve essere diversa da quella del diavolo, essendo una fede che aderisce al Signore per essere come il Signore.

P. Antonio Casciaro O.M.


[1] Da questo punto in poi il commento che segue è di Don Claudio Doglio, lettera di Giacomo.

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