Incontro del 14 maggio 2012

RIFLESSIONI SULLA REGOLA T.O.M. CAPITOLO V – PAR.14 : “ Inoltre voi tutti compite opere di misericordia, per quanto potete, verso poveri e orfani, vedove e infermi, e conformatevi benignamente ai sacri digiuni della Chiesa”.

Il nostro Santo Fondatore San Francesco Da Paola, ci ha lasciato una regola perché noi, aderendo ad essa e vivendone le virtù, possiamo conseguire la salvezza eterna per noi stessi e per gli altri e contribuire ad edificare il regno di Dio. In Matteo : 25,37-40 (Il giudizio Finale), sta scritto infatti : Il re dirà a quelli che sono alla sua destra:  <<Venite, benedetti dal Padre Mio, prendete possesso del Regno preparato per voi sin dalla creazione del mondo; perché ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, fui pellegrino e mi albergaste, ero nudo e mi rivestiste, infermo e mi visitaste, carcerato e veniste a trovarmi. Allora i giusti risponderanno: <<Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ristoro, assetato e ti demmo da bere, quando ti vedemmo pellegrino e ti alloggiammo; quando ti rivestimmo,quando ti vedemmo infermo o carcerato e siamo venuti a visitarti? > > E il re risponderà loro: << In verità vi dico : Ogni qualvolta che avete fatto questo ad uno dei più piccoli dei miei fratelli, lo avete fatto a me >>. Viceversa per quelli che non avranno fatto tutto ciò, essi saranno distrutti nel fuoco eterno >>. La salvezza è quindi subordinata al vivere l’amore, ad avere albergato nel proprio cuore il “Dio Carità”. Il primo capitolo della Santa Regola dice proprio così : “ Siate servi fedeli di Dio e riponete solo in Lui il vostro cuore “. Il nostro cuore cioè deve essere alleggerito dai falsi idoli, deve sfuggire dal realizzare noi stessi, deve rifuggire dalle vanità del mondo: Capitolo IV della stessa Regola, in un percorso di ascesi penitenziale che porta a vivere la vera carità verso l’altro. Le stesse opere di misericordia sopraelencate infatti, potrebbero essere disancorate da quella che dovrebbe essere una autentica esperienza di carità, cioè dall’amore di Dio, e dunque poco rilevanti nell’economia della salvezza, perché incapaci di rendere visibile il volto di Cristo. San Paolo, in I Corinzi : 13,1 mette in guardia dal rischio di divenire un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna, perché si potrebbero compiere grandi gesti, anche dare tutte le proprie sostanze, o dare la propria vita, non facendo esperienza della vera carità verso l’altro.(Opere buone fatte per soddisfazione personale o al solo scopo di evidenziarsi, ecc.). Per esprimere la vera carità, bisogna contemplare il “Dio Carità”. Gesù nel vangelo di San Luca dice infatti : << Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre Vostro >>. Solo guardando il volto benigno del Padre, è possibile incamminarsi nei sentieri della misericordia. In Salmi : 145,8-9 sta scritto : << Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza, si espande su tutte le creature >>. Ancora in Osea : 11,8 << Il mio cuore si commuove entro me, il mio intimo freme di compassione >>.In tante altre scritture è evidenziata la grande misericordia di Dio, il suo attaccamento all’uomo, espresso da un amore paterno e materno insieme che si prende cura delle sue necessità e soprattutto depone l’ira e lo sdegno e perdona, accoglie e riaccoglie sempre……nonostante le fragilità, le infedeltà e i reiterati rifiuti. Gesù stesso è il volto umano della Misericordia di Dio : Anche Lui, il Figlio, diventa il padre compassionevole dinanzi alle folle affamate, paragonate a pecore senza pastore, alle quali sceglie di dare un cibo che plachi la fame del loro cuore (ossia la sua stessa vita). La compassione fremente di Gesù, il Grembo di Dio che accoglie e rigenera, sono la misura della misericordia senza limiti, cui orientare i nostri deboli passi sul sentiero della carità. Soltanto quindi se facciamo esperienza dell’immensa misericordia di Dio e di Cristo, come i tralci uniti alla vite (con la contemplazione della parola – la preghiera – i Sacramenti, soprattutto l’Eucarestia), noi possiamo poi essere capaci di esprimere la nostra vera misericordia verso l’altro, accogliendolo così com’è, nel nostro grembo, così come noi stessi siamo stati e siamo sempre accolti nel grembo di Dio. Solo in tale contesto, noi abbiamo la forza di rinunciare a noi stessi (nelle nostre vanità – rivendicazioni – ambizioni) per interagire con l’altro, rimanere attenti a lui, compiendo il percorso penitenziale che ogni cristiano e soprattutto ogni laico minimo è tenuto a compiere. E tutto questo per glorificare Dio che per primo ci dà l’esempio, rendendoci docili strumenti del suo progetto di Amore per l’umanità. Il ceppo infatti della vite, non produce frutto da sé, ma dà la linfa ai tralci perché essi stessi producano frutto per Lui, e i frutti sono diversi, secondo le attitudini di ognuno di noi.

GISELLA LEONE

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