Incontro del 19 marzo 2012

L’incontro di formazione è stato tenuto dal confratello Gennaro Calidonna proponendo alla fraternità le sue riflessioni sulla lettera del Papa.

Tutti, consapevolmente o meno, stiamo diventando dei gran corridori.

A volte siamo catapultati in un continuo slalom di appuntamenti, legati alle nostre famiglie e alle nostre amicizie, ecc. L’impressione che ci accompagna costantemente è perciò quella

del non aver mai tempo, dell’essere sempre in ritardo. Il nostro essere sempre di corsa ci rende poi anche parecchio nervosi, insoddisfatti, tesi, con il volto teso e imbronciato, e infine chiusi e impenetrabili agli altri e alle loro richieste, perché un tale stile di vita ci svuota, ci conduce sempre fuori di noi stessi, non ci concede di ritornare alle sorgenti autentiche del nostro essere e di poterci ristorare.

Non c’è, in verità, solo una fame del corpo da soddisfare, vi è pure una fame dell’anima di cui dobbiamo divenire coscienti. E un’anima che non ci vede più è un grosso pericolo: è la porta aperta verso la superficialità e la distrazione. Più radicalmente un’anima affamata è esposta al pericolo di non riconoscere l’altro che ci sta accanto, con il suo carico di umanità, di gioia, di dolore, di vita.

Ebbene quello della Quaresima è proprio un tempo per prendere piena consapevolezza che anche la nostra anima ha una fame da soddisfare: fame di luce, fame di consolazione, fame di bellezza, fame di orientamento, fame di autenticità, fame di verità, di punti fermi, di valori, di pace, di gioia.

Più puntualmente: fame di preghiera, fame di Parola.

La Quaresima è per questo uno spazio liturgico intenso e particolarmente segnato dalla preghiera e dall’ascolto della Parola. E dalla pratica del digiuno corporeo quale occasione per ascoltare l’altra fame che c’è in noi. Di pregare la Parola e di una Parola che diventi nostra preghiera, ciascuno di noi ha bisogno. Ogni giorno. E la Quaresima suona la sveglia in tale direzione. Unicamente in questo modo potremo essere all’altezza di quelle preziose indicazioni che Benedetto XVI ha indicato nel suo messaggio per la Quaresima del 2012: la responsabilità verso il fratello, il dono della reciprocità, il comune cammino nella santità. E tutto questo parte – ha scritto il Papa – dalla nostra capacità di “prestare attenzione”, cioè di osservare bene, di essere attenti, di guardare con consapevolezza, di accorgersi di una realtà.

Dipende cioè dall’arte di coltivare la nostra anima, con la preghiera, con la Parola, con il digiuno che si fa carità e con la penitenza che si fa richiesta di perdono e di amore.

“Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello. L’esortazione del Papa per la Quaresima 2012 ci porta al cuore della fede cristiana, ricentrandoci sull’amore fraterno e sulla responsabilità verso il prossimo.

Il nostro prossimo (l’altro) è condizione di vita per noi.

Riflettendo sul nucleo centrale della fede cristiana – la carità – il Papa ci offre un prezioso testo della Lettera agli Ebrei, per approfondire e mettere in pratica il cammino cristiano personale e comunitario verso la Pasqua: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb 10,24).

Ci invita a fare il punto sulla responsabilità verso il fratello. È un grande tema per la fede cristiana e per la convivenza umana. «Intellettualmente e materialmente l’altro è per ciascuno di noi condizione di vita» .

Cerchiamo di entrare nel vivo del discorso del Papa, analizzando l’invito a «prestare attenzione». Che cosa significa? Lo spiega bene egli stesso: «significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà». E più avanti: « invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli». Si tratta di saper imparare a “osservare”, cioè a leggere i segni, mettendo in gioco la nostra persona. Dobbiamo confrontarci con Gesù, nostro prossimo, e poi con tutti gli altri prossimi che lo rappresentano.

Questa è una grande sfida per l’uomo contemporaneo, ripiegato su di sé e sempre più distratto e sedotto. Si esige perciò una svolta epocale: dall’io al tu, dall’egoismo alla fraternità, dall’indifferenza alla solidarietà. Il Papa è consapevole della debolezza dell’ora attuale: «Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo mascherato da una parvenza di rispetto per la “sfera privata”». La nostra vita rischia di diventare sempre più strappata agli altri, cioè “privata” dal bene comune, in particolare da quello per eccellenza che è la relazione positiva con gli altri: la fraternità.

L’attenzione si fa ascolto dell’altro.

Perciò è necessaria una svolta. Si tratta di una riscossa, di un “risveglio” che implica un impegno personale di intelligenza e di volontà, quindi di libertà. Ma c’è di più. Stiamo prendendo consapevolezza che un percorso di idee deve essere accompagnato da uno stile di vita coerente che trasformi elementi teorici in applicazioni concrete.

In una «civiltà dell’urlo e del rumore» e di una «cultura del non ascolto» in cui, murati nel monologo, si privilegiano pratiche egocentriche, diventa indispensabile il recupero del dialogo. Esso è la soluzione al problema delle relazioni umane. Ma per dialogare bisogna saper ascoltare. E questo richiede “attenzione”: l’essere presenti a se stessi e agli altri, senza distrazioni.Bisogna voler ascoltare e farlo con tutto se stessi: «l’ascolto impegna tutto il nostro essere» ; «esige la presenza della persona e tutti quegli atti che fanno la presenza: coscienza, volontà, attenzione, silenzio, impegno, tempo; atti che sono proprio all’opposto della passività e dell’improvvisazione». Come prestare attenzione agli altri se siamo incapaci di colloquio, di dialogo?

L’ascolto si fa disponibilità verso gli altri.

Il silenzio voce dell’anima:

Il silenzio, ancor prima di essere possibilità di riflessione, deve essere spazio per l’ascolto, capacità di accoglienza, recettività senza pregiudizi, disponibilità libera dalla presunzione di sé. Il silenzio, così inteso, può paragonarsi a quel terreno buono di cui leggiamo nel Vangelo capace di ricevere il seme della parola: della Parola di Dio e della parola dei propri simili.

Il silenzio può essere un dono o una sorta di penitenza, concepito quasi come un’ammenda o come una limitazione, dipende da come lo si concepisce, lo si vive, dal contesto in cui si è chiamati a incarnarlo. E’ un dono quando diventa lo spazio per incontrare Dio, per comunicare con Lui e, con gli altri. Dio ci parla attraverso il suo silenzio. La contemplazione è l’incontro di due silenzi: quello di Dio e quello dell’uomo. Chi impara a pregare veramente, impara ad ascoltare il Verbo silenzioso, impara ad ascoltare e sa veramente relazionarsi anche con gli altri uomini. A volte, però, il silenzio può essere una penitenza. Ci sono momenti in cui è difficile non parlare, perché ciò diventa un bisogno. E’ difficile tacere quando non si è compresi, quando si è stati offesi, quando l’altro vuole avere sempre ragione, quando vediamo comportamenti sbagliati negli altri, quando abbiamo una sofferenza, quando capiamo che l’altro ci giudica male. Quando si riesce a vincere il bisogno di parlare e si sa tacere, il silenzio diventa “penitenza” che ci insegna a dominare le nostre passioni e che, anche con dolore, ci apre la via ad una forma di ascesi che conduce ad una vera maturità umana e cristiana. Si sperimenta, allora, una grande pace e si riesce a dominare anche i propri pensieri rettificandoli e trasformandoli in positivo, ritrovando l’equilibrio interiore.

«È necessario, per esempio, prima di tutto, far tacere la fretta che ci spinge a non interessarci del prossimo col pretesto del nostro molto da fare. Se ricorriamo a questo pretesto, è segno che in noi manca la condizione fondamentale dell’ascolto, che è quella di essere sempre disponibili verso gli altri, sempre desiderosi di accoglierli e fare loro del bene. Non è questione di tempo: si tratta di disposizione interiore».

Ma c’è un secondo ostacolo, ancora più insidioso: «C’è una fretta ancora più nascosta, che ci impedisce di ascoltare: ed è la fretta con cui noi, subito, immediatamente, cataloghiamo la persona che ci parla. Al punto che crediamo di sapere già dove vorrà parare col suo discorso. E così avviene che invece di ascoltare, pure tacendo di voce, noi parliamo a noi stessi di quella persona, e ne parliamo indipendentemente da lei, come a noi pare e piace; e così non la incontriamo, non l’accettiamo, non ci immedesimiamo in lei».

Il pregiudizio minaccia la genuinità dell’ascolto, la sua pienezza. Perciò è necessario un silenzio interiore radicale, per fare il vuoto dentro di noi ed essere accoglienti, e, al tempo stesso, “vivere l’altro”, “farsi uno” con lui, “farsi uno con tutti”, per “centrare la comunicazione sul tu”.

Di fronte alla vita disprezzata, alla persona sfruttata, all’uomo e alla donna sola, e ad ogni figlio di Dio abbandonato, non si può tacere, non si può stare “fermi”. Volere il bene dell’altro, con maturità e con responsabilità: questo ci permette di essere «custodi» dei nostri fratelli, e di vedere negli altri, in ogni nostro simile, un altro “me stesso .

Un impegno forte, quello proposto dal Papa alla Chiesa. Un impegno radicale che ci metta nelle condizioni di riconoscere l’Amore di Dio per noi, e di “ridonarlo” coraggiosamente a tutti i nostri fratelli.

Dunque un sostegno e una “correzione” anche spirituale come segno di attenzione, di carità e di amore in vista di quella reciprocità che fa sì che “la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale”.

Una strada che esige impegno e non permette scorciatoie, richiedendo di spendersi in prima persona senza riserve e senza “tiepidezza”, ricordando l’insegnamento dei maestri spirituali secondo i quali “nella vita di fede chi non avanza retrocede”. E avanzare significa anche tendere alla “misura alta della vita cristiana.

Un altro aspetto su cui il Papa ci invita a riflettere durante la quaresima è la pratica della elemosina. L’elemosina, che esprime l’apertura al fratello. Non c’è vera apertura a Dio senza che il cuore si apra realmente al fratello, senza che si superi il cerchio dell’egoismo. Elemosina = misericordia. Proprio quello che chiediamo a Dio quando diciamo: “Signore abbi misericordia”; quella tenerezza di cui abbiamo bisogno e che chiediamo umilmente a Dio, noi siamo chiamati a donarla al fratello. Sarà la misericordia espressa nel gesto della condivisione, ma anche nella presenza e nel tempo che spendiamo per il fratello.

L’elemosina rappresenta un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno e, al tempo stesso, un esercizio ascetico per liberarsi dall’attaccamento ai beni terreni. La pratica dell’elemosina diviene pertanto un mezzo per approfondire la nostra vocazione cristiana. Quando gratuitamente offre se stesso, il cristiano testimonia che non è la ricchezza materiale a dettare le leggi dell’esistenza, ma l’amore. Ciò che dà valore all’elemosina è dunque l’amore.

Questo dono d’amore di Dio nei nostri confronti non deve esaurirsi in noi stessi, ma è dono che si rinnova tanto più lo condividiamo: allora elemosinare è dare ma prima ancora darsi.

Gennaro Calidonna

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