Incontro formativo 13 maggio

Una fede adulta, professata, pregata e testimoniata.

“con il cuore si crede e con la bocca si fa la professione di fede”. (Rm 10,10)

Dopo la recita dei Vespri P Antonio Casciaro ha relazionato quanto segue…

Premessa

Stiamo per concludere questo anno sociale così ricco, di tante esperienze formative e di incontri con persone che sicuramente hanno segnato la nostra vita. Quest’anno che ormai volge al termine, è stato particolarmente caratterizzato, da una profonda riflessione sulla nostra fede, soffermandoci non solo sui contenuti, che devono alimentare e sostenere la nostra vita di spirito, ma anche su quali debbano essere i tratti essenziali e visibili che mi distinguono e mi classificano come cristiano. Un anno sicuramente intenso che ci ha dato la possibilità di ricaricarci e di vivere con più slancio la nostra missione di cristiani e di terziari nel mondo.

Questa sera analizzando il penultimo punto del programma formativo nazionale, “con il cuore si crede e con la bocca si fa la professione di fede” (Rm 10,10), faremo un discorso, possiamo dire più pastorale, più missionario, partendo come sempre prima di tutto da noi stessi, fino a vedere in che modo il terziario minimo, affascinato dalla spiritualità di S. Francesco può e deve incidere sul proprio territorio ad intra ed extra parrocchiale.

1. La fede della Chiesa

Partiamo dunque dalla fede, che è il fondamento della mia appartenenza a Dio, ma anche dell’annuncio. La fede ha due dimensioni indissociabili: nasce dall’ascolto (Rom 10,17) ed è dunque questione di sequela; e per sua intrinseca natura chiede di essere vissuta e testimoniata nella concretezza della storia.

a) La fede come’ascolto

La Chiesa è generata dal Vangelo, dalla buona notizia che l’ha raggiunta da parte di Dio e che la conduce a proclamare nel tempo l’annuncio pasquale. La sua dimensione costitutiva è dunque l’ascolto e la sequela del Signore. Il rinnovamento di vita da parte dell’uomo e di conseguenza anche l’azione pastorale è «un’azione anzitutto spirituale», (Lineamenta n. 5, p. 23), un agire che rinvia la comunità all’ascolto del suo Signore.

Se le parole della Chiesa non passano nell’attuale contesto, non è primariamente perché le persone

non capiscono o sono chiuse, o perché i giovani attuali sono più superficiali di quelli del passato, né

perché i metodi di evangelizzazione sono superati, ma perché le parole del Vangelo non parlano più

alla Chiesa stessa. Come dice Benedetto XVI, continuiamo a «considerare la fede come un dato ovvio», scontato. E’ scontato che noi siamo cristiani, e per la maggioranza della gente è scontato essere cristiani.

Questa impostazione spirituale della questione, è stata autorevolmente sottolineata da Giovanni Paolo II quando afferma: «Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana.

Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali che vivono in

questi paesi e in queste nazioni» (Christifideles laici 39). Benedetto XVI, a sua volta, usa il termine

“tattica” per evitare ogni fraintendimento:

«Non si tratta qui di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di deporre tutto ciò che è soltanto tattica e di cercare la piena sincerità… portando la fede alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità è convenzione e abitudine» (Discorso ai cattolici impegnati nella Chiesa e nella società, viaggio in Germania, 25 settembre 2011).

Deve essere dunque chiaro a tutti noi: la domanda che ci dobbiamo fare non è “cosa dobbiamo fare”, ma “siamo cristiani?

b) La fede: vissuta e testimoniata

Più noi ritorniamo al Signore, più sentiamo la necessità di farne dono a tutti. Ma anche qui occorre evitare una lettura semplicistica. C’è un annuncio esplicito del Vangelo, al quale noi pensiamo istintivamente, ma c’è un annuncio implicito. Lo sappiamo: la Chiesa parla con tutta la sua vita e la sua vita è più eloquente delle sue parole. Paolo VI ci ha ricordato che «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni»

(EN 41). Il Concilio Vaticano II in riferimento ai compiti della Chiesa ha parlato per più di cento volte di testimonianza.

Dobbiamo riconoscere che nelle nostre comunità accade spesso che il vero ostacolo all’accoglienza del Vangelo non sia il Vangelo, ma la testimonianza dei credenti. Se ascoltiamo le persone, non solo quelle che hanno preso distanza da noi, ma anche i cristiani, anche le stesse persone che fanno parte delle nostre famiglie, in particolare i giovani, ci dicono senza mezzi termini che il più grande ostacolo del Vangelo oggi è la Chiesa. Parlano certo della gerarchia, parlano del Vaticano, dei preti, degli scandali che ci sono stati e continuano ad esserci. Ma parlano anche delle nostre parrocchie e di coloro che si dicono cristiani ma che vivono come se non lo fossero. Certo, i media contribuiscono a dare della Chiesa un’immagine spesso distorta, ma umilmente riconosciamo che molte delle cose che la gente dice è vero. Siamo noi, purtroppo, non raramente la caricatura del Vangelo per le donne e gli uomini di oggi. Bisogna unire l’audacia dell’annuncio esplicito con l’impegno a fare di noi stessi e delle nostre comunità ecclesiali una figura concreta di questo annuncio, un quinto Vangelo non scritto su un libro, ma scritto nella nostra vita, nel nostro modo di trovarci, di celebrare, di stabilire i rapporti tra di noi nella comunità, di gestire l’autorità, di utilizzare le risorse economiche di cui la Chiesa dispone, di avere stili di vita evangelici, di aprire il cuore e le mani a tutti coloro che sono feriti dalla vita. Se annunciamo Gesù con la bocca, nella catechesi, nelle omelie, e anche parlando con le persone, ma presentiamo un volto di comunità che non conferma le parole che diciamo, allora la gente non si inganna: crede a quello che facciamo vedere più che a quello che diciamo. L’anno della fede diventa quindi un impegno non solo a un incremento di spiritualità, ma a una conversione del nostro modo di essere Chiesa. Siamo chiamati a ricostruire il volto delle nostre comunità, comunità che ascoltino il Vangelo e lo testimonino con la parola e con la vita. E’ solo nel grembo di una comunità viva che l’evangelizzazione può portare frutto nel cuore delle persone. Come costruire, dunque, un volto di comunità che sia in se stessa un Vangelo e vivere pienamente l’affermazione di S. Paolo: “con la bocca si crede e con il cuore si fa la professione di fede” (Rm 10,10)? Il sinodo della chiesa di Verona nel 2005 ha tracciato quattro punti di revisione del volto delle nostre comunità perché siano luoghi dove il Vangelo è vissuto e testimoniato .

a) Una Chiesa discepola

Primo elemento su cui puntare è una chiesa in stato di formazione. «Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os. 2,16). E’ un invito ai cristiani perché accolgano la chiamata a riascoltare il Vangelo come se fosse la prima volta, a riscoprire il tesoro di cui sono portatori, a recuperare lo stupore e l’amore forse appannato per l’usura del tempo. L’ascolto costante della parola di Dio, la lettura del Vangelo fatta insieme è la base della vita della Chiesa. Una Chiesa discepola è una Chiesa che prega e che celebra, che si raduna fedelmente nell’eucaristia domenicale, perché la preghiera e la liturgia sono quel tempo inutile, cioè gratuito, nel quale il Signore plasma il volto della Chiesa, ci rende lui quello che desidera che noi siamo. La lettura del Vangelo, la preghiera e la liturgia vanno poi accompagnati con un altro ascolto: quello delle donne e degli uomini di oggi, dei giovani in particolare e dei poveri. Una Chiesa discepola ascolta il Vangelo, prega, ascolta le persone. L’ascolto del Signore, la sua sequela, passa da questi due ascolti. Ne deriva che la prima attività pastorale della Chiesa è la sua passività.

b) Una Chiesa sinodale

Il secondo tratto del volto di Chiesa che il Concilio ci ha lasciato è quello di una Chiesa comunione

di comunità, una Chiesa fraterna al suo interno e con atteggiamento fraterno verso tutti, una Chiesa

che diventi segno, nel suo stesso modo di relazionarsi ed organizzarsi, dell’amore di Dio. Riconosciamolo. Non raramente sentiamo che ciò che detta i rapporti tra di noi non sono la carità e la reciproca stima, ma l’indifferenza, l’ambizione, la gelosia dei propri settori, l’individualismo. Lo Spirito ci invita a divenire una Chiesa dallo stile sinodale, nei rapporti reciproci, nell’articolazione di carismi e ministeri, nelle strutture e negli organismi di partecipazione, nella progettazione pastorale. Da questa base sicura non può che scaturire un agire missionario concordato, uno stile pastorale di unione delle forze, di collaborazione e di scambio di doni, perché l’unica cosa che sta a cuore a tutti è che il dono del Vangelo non manchi a nessuno. E’ l’unico modo possibile per assumere con responsabilità il mandato del Signore di annunciare il Vangelo e la vita buona che esso promette a tutte le creature (Mt 28,19).

c) Una Chiesa compagna di viaggio

A questa capacità di comunione, di collaborazione e di amore al proprio interno, corrisponde un atteggiamento estroverso e aperto al dialogo con tutti. Bisogna infatti essere ingenui nel pensare che se non siamo capaci di collaborazione e di amore tra di noi, non lo diventeremo magicamente nei riguardi delle persone che non appartengono alla nostra comunità, nei riguardi dei giovani, degli adulti, di chi appartiene ad altre confessioni cristiane, ad altre religioni, o semplicemente non crede. Il terzo tratto del volto di Chiesa è dunque quello di una Chiesa compagna di viaggio. Il Card. Dionigi Tettamanzi al Convegno di Verona diceva che siamo chiamati a parlare «non solo di speranza, ma anche e innanzitutto “con” speranza. E’ la speranza come “stile virtuoso” – come anima, clima interiore, spirito profondo – prima ancora che come contenuto». La lettura che come cristiani facciamo del tempo presente spesso è piena di “ismi”. Vediamo negli altri tutti i rischi e tutti i limiti. Abbiamo poca speranza. E’ la conseguenza dei due punti precedenti: ascoltiamo poco il Vangelo, ci amiamo poco, abbiamo poca fiducia e speranza negli altri. La lettura dominante che facciamo dei giovani, di quello che sta accadendo, del futuro del mondo è una lettura depressa. Non si tratta di avere un ottimismo ingenuo: ci sono molti segni di disumanizzazione e di vuoto interiore, ma c’è tanta ricerca di vita buona, tanta solidarietà. Dobbiamo allora insieme recuperare quanto la Gaudium et Spes ci ha insegnato: la Chiesa ha molto da dare alla cultura attuale, ma anche molto da ricevere. Non siamo nel mondo “di fronte agli altri”, siamo con gli altri. Abbiamo il dono del Vangelo da offrire, abbiamo una parola di Vangelo da ascoltare da loro, da tutti, perché lo Spirito Santo ci precede, ha una falcata di vantaggio su di noi. Quando noi arriviamo, lui è già nel cuore delle persone, e a ben pensarci, noi non portiamo nulla: aiutiamo le persone a vedere che in loro c’è già la presenza di Dio, il suo amore. Li aiutiamo a riconoscere questa presenza, perché come Giacobbe, si sveglino dal sonno e dicano: «Il Signore era qui e io non lo sapevo!» (Gen 28,16). Come al nostro interno siamo chiamati a vivere la complementarietà e la collaborazione, così all’esterno siamo chiamati a vivere la reciprocità: ad ospitare e lasciarsi ospitare.

d) Una Chiesa solidale

L’ultimo tratto, quello decisivo, è allora quello non del giudizio sul mondo, ma della passione e della compassione per l’uomo. Tutto ciò che è umano ci appassiona e ci fa compassione ogni ferita inferta nell’umanità delle persone. E’ la carità la parola ultima del Vangelo. In genere noi pensiamo che la carità sia il passo preliminare per preparare il terreno dell’annuncio, una sorta di pre-evangelizzazione. Non pensiamo invece che essa è anche il traguardo ultimo dell’evangelizzazione, il suo esito finale. La carità basta, perché la carità è Dio (1Cor 13). La consapevolezza che l’esito finale della storia è il Regno di Dio (e non la Chiesa) conferisce alla comunità cristiana tutta la forza e tutta la debolezza evangelica del suo essere sacramento, segno dell’amore di Dio per ogni creatura. La Chiesa sperimenta ed annuncia la forza liberante del Vangelo quando si mette dalla parte di chi è svantaggiato e si fa buon Samaritano di chiunque si trovi ai margini della vita. L’elenco delle povertà che colpiscono oggi il nostro paese è lunghissimo: la disabilità fisica e psichica, la malattia, la solitudine, la mancanza o perdita del lavoro, le fragilità che toccano gli affetti e la vita familiare, i disagi sperimentati dagli anziani, la mancanza di una casa, lo sfruttamento in tutte le sue forme, la presenza di immigrati e di stranieri. L’annuncio della vita buona del Vangelo nei riguardi di questi ultimi, ad esempio, non può essere altro che la parola di Paolo: «non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini… e familiari» (Ef 2,19). Di fronte alla povertà le comunità ecclesiali annunciano il Vangelo quando sanno coniugare insieme l’azione di

aiuto immediato ai bisogni più urgenti (risposte “brevi”) con il cambiamento profondo delle strutture che ne sono all’origine (risposte a lungo termine). Per questo l’impegno politico dei cristiani va considerato una forma alta di carità. Una Chiesa discepola, sinodale, compagna di viaggio e solidale: ecco il volto di comunità che annuncia il Vangelo con le parole e con la sua stessa vita. Ecco una comunità che fa propria l’eredità del Concilio. Non è infatti difficile riconoscere trasversalmente in questi quattro tratti delineati il messaggio delle quattro costituzioni fondamentali del Concilio: la Dei Verbum (una Chiesa che ascolta), La Lumen Gentium (una Chiesa di comunione e di solidarietà), la Gaudium est Spes (una Chiesa in dialogo, che ospita e si lascia ospitare), la Sacrosantum Concilium (una Chiesa che si lascia radunare dal suo Signore, che celebra, che prega).

3. Conclusioni.

Da quanto si è detto finora, emerge con chiarezza che il primo impegno per l’uomo è ritornare credenti, è ritornare discepoli. Paolo VI ricordava alla Chiesa, quale popolo di Dio due pensieri importanti: «che siamo comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore; e che siamo Popolo di Dio immerso nel mondo, e spesso tentato dagli idoli; ha sempre bisogno di sentir proclamare le grandi opere di Dio che l’hanno convertita al Signore, e di essere nuovamente convocata e riunita da lui. Ciò vuol dire, in una parola, che essa ha sempre bisogno di essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunciare il Vangelo» (EN 15).

P. Antonio Casciaro

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