INCONTRO FORMATIVO 17 giugno 2013

Dopo la recita comunitaria dei Vespri, per favorirne la riflessione e la preghiera che aiuta il nostro cammino di fede, il Padre Assistente ha commentato:

I Canti delle Ascensioni o Graduali :Salmi N° 120-134

Dalla riflessione di Padre Pino Stancari i passi di un pellegrino.

IL VIAGGIO DI UN PELLEGRINO E IL NOSTRO VIAGGIO

La Parola del Signore ci precede e ci attende sempre; costituisce il vero centro attorno a cui ruotano tutto il nostro impegno di vita interiore, la nostra ricerca, la nostra riflessione e i nostri sentimenti. Ad essa consegniamo tutto quel bagaglio di tensioni, interrogativi, slanci e insieme paure, stanchezze, incertezze e delusioni che, certamente, ci portiamo dietro.
Tappe di un viaggio

I Canti delle ascensioni sono le tappe di un viaggio: il viaggio a Gerusalemme di un pellegrino – l’ascensione, appunto – il nostro viaggio.
Si tratta di una raccolta di quindici Salmi, per lo più molto brevi e molto famosi, noti a tutti e ripetibili a memoria da molti di noi.
Questa raccolta costituiva una specie di libretto destinato ad aiutare chi saliva a Gerusalemme, a far sì che il proprio viaggio si realizzasse in atteggiamento di preghiera.
Sono quindici perché quindici erano i gradini che separavano la zona esterna del tempio dal cortile più interno. Per questo sono anche detti Salmi graduali: salendo i gradini l’uno dopo l’altro si recitavano i quindici canti per essere così pronti a entrare nel santuario.
In realtà, a prescindere da questa loro collocazione liturgica, questi canti sono disposti in modo tale da illuminare il viaggio in tutta la sua interezza, dal momento in cui il pellegrino non si è ancora messo in cammino e dimora nel suo ambiente fino al momento in cui, compiuto il viaggio e svolte a Gerusalemme le varie fasi della celebrazione di una delle grandi feste del calendario liturgico di Israele, egli prende congedo e torna alla sede di provenienza e di normale abitazione.
Così la serie di questi Salmi ci consente di accompagnare il pellegrino in tutto il suo viaggio, da quando decide di partire a quando prende lo slancio per ritornare indietro.

Per un popolo in diaspora

La raccolta dei Canti delle ascensioni è stata redatta, nella forma che il salterio ci consegna, nell’epoca successiva all’esilio, epoca caratterizzata dal fenomeno sempre più vistoso della diaspora. Il popolo di Dio è disperso.
Il fenomeno era antico: risaliva almeno all’epoca dell’esilio, ma certo anche in epoca precedente aveva interessato alcune tribù; e per le grandi tribù del nord la dispersione era stata un evento che metteva in discussione la permanenza di un’unica chiamata per l’intero popolo di Dio. L’aggressione assira le aveva sradicate dal loro contesto.
Poi fu la volta delle deportazioni delle tribù del sud – che coincidevano di fatto con la tribù di Giuda – al tempo di Nabucodonosor.
È vero che dopo la vittoria di Ciro, re dei Persiani, venne emanato un editto che consentiva a coloro che erano deportati a Babilonia di fare ritorno, ma è anche vero che molti di essi non ritornarono. Una componente molto numerosa del popolo di Dio restò dispersa e nell’ epoca neo testamentaria costituiva la porzione maggioritaria del popolo di Israele.
In questa situazione, per coloro che vivono lontani, dispersi in tanti diversi contesti dell’oriente e intorno al bacino del Mediterraneo, Gerusalemme resta un riferimento luminoso, chiarificatore, un segnale posto da Dio nella storia umana e in rapporto al quale i frammenti di questo popolo disperso ritrovano unità.

Gerusalemme: il progetto di Dio si conferma

Il disegno, che è così drammaticamente snaturato e afflitto da eventi e lacerazioni che hanno colpito la comunità dei credenti, si ricompone in rapporto a Gerusalemme.
Dalla diaspora si guarda verso di essa; da diversi e distanti luoghi del mondo, periodicamente, i fedeli salgono a Gerusalemme e questo viaggio ha un valore sacramentale.
È la celebrazione di un vero e proprio sacramento di comunione, di riconciliazione, di pace: la storia del popolo di Dio non è abbandonata a se stessa, ma è illuminata da una volontà fedele.
Dio vuole realizzare un suo disegno; e la dispersione in corso non significa il fallimento di quel disegno: esso si realizza passando attraverso gli itinerari più frastagliati e drammaticamente esposti al contatto con le realtà più lontane e con le aggressioni più perverse. Il piano di Dio attraversa queste dolorose realtà per confermarsi con la sua indefettibile efficacia.
La diaspora comporta una quantità enorme di angustie, incertezze, problemi nuovi, scontri e contrarietà: essa non può essere idealizzata; eppure è vero che proprio in essa si conferma la continuità del piano di Dio.
Il viaggio dei pellegrini a Gerusalemme costituisce allora un evento sacramentale che celebra questa paradossale conferma dell’antico disegno, della volontà che Dio ha manifestato fin dall’inizio nella storia degli uomini attraverso la chiamata del popolo, l’alleanza, e la sua sapiente pedagogia.

Verso Gerusalemme, segno della riconciliazione

Tutta la storia della salvezza è caratterizzata dalla successiva esperienza del viaggiare. I patriarchi, l’esodo con l’attraversamento del deserto, l’esilio, il ritorno e la successiva dispersione verso periferie sempre più remote sono esperienze di viaggio.
Sempre, però, Gerusalemme rimane come riferimento indiscusso e sacramentalmente valido. Per questo da ogni orizzonte pur lontano ci si volge e ci si incammina verso di essa.
Questo può accadere più volte nella vita o almeno una volta; in occasione delle grandi feste o almeno per una di esse. Può accadere almeno per morire.
Sempre più frequente, nell’epoca giudaica, si fa questo fenomeno: la salita a Gerusalemme di coloro che attendono la morte. Ecco perché la città diventò il luogo di ricovero di molti anziani in attesa di incontrare il Messia, che proprio a Gerusalemme doveva manifestarsi.
Molti ebrei provenienti dalla diaspora, che ormai parlano la lingua dei pagani e che sono acculturati al mondo greco – gli ellenisti – salgono a Gerusalemme per attendere la morte; e la città diventa un grande cimitero, fino a oggi.
Agli antichi cimiteri ebraici si sono aggiunti i cimiteri cristiani e quelli musulmani: Gerusalemme è un luogo in cui val la pena morire, e anche questa sua destinazione cimiteriale è componente intrinseca del suo valore sacramentale.
Questa situazione spiega quel passo degli Atti degli Apostoli (cap. 6) dove gli ellenisti si lamentano per il cattivo trattamento ricevuto dai loro anziani: il fatto è che gli anziani costituiscono il numero preponderante dei giudei di lingua greca entrati a far parte della nuova comunità cristiana e la loro assistenza mette in difficoltà gli apostoli.
Gerusalemme, dunque, è piena di anziani di diversa provenienza; e questo dimostra che il popolo di Dio, pur disperso, guarda alla città santa e vi riconosce il segno inequivocabile della fedeltà con cui Dio conduce la storia del suo popolo e compie l’intera storia umana.
I profeti avevano già affermato che tutti i popoli della terra avrebbero volto verso Gerusalemme le loro attese e speranze. Così essa è grande segno ecumenico, segno della riconciliazione che Dio realizza per tutte le sue creature: si parla di “nuovo cielo e nuova terra”, con riferimento agli eventi ultimi che proprio a Gerusalemme devono verificarsi.
Quanto avviene a Gerusalemme vale come garanzia di novità per tutte le creature: una novità definitiva.

Salmo 123 Canto delle ascensioni di Davide

A te levo i miei occhi,

a te che abiti nei cieli.

Ecco, come agli occhi dei servi

alla mano dei loro padroni;

come gli occhi degli schiavi,

alla mano della sua padrona,

così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio,

finchè abbia pietà di noi.

Pietà di noi,Signore,pietà di noi,

già troppo ci hanno colmato di scherni,

noi siamo troppo sazi

degli scherni dei gaudenti,

del disprezzo dei superbi.

Devozione a Dio, sospetto e solidarietà

Dopo il v. 1, con il valore introduttivo di una dichiarazione così esplicita di desiderio di Colui che rimane Puro, Libero e Splendente nella Santità, il v. 2 contiene uno svolgimento meditativo. Di nuovo il pellegrino, con prudenza, guarda Gerusalemme, la sua realtà che si impone.
Ripensa e prende posizione. Dice quello che succede; e si descrive in rapporto alla città che vede: un servo che rimane vigilante in attesa di quel gesto con cui il padrone gli comunicherà il da fare. È atteggiamento di grande devozione e affetto, accompagnato da un tono di allarme, da un brivido di sospetto. C’è una tensione che cancella la nota di letizia che aveva accompagnato l’ultimo tratto del viaggio. Gli occhi sono fissi, calamitati. Solo un gesto del padrone e quest’uomo sfodererà gli artigli come un cane fedele in difesa dell’amato.
Così egli guarda al Signore, e non solo lui!
Nel v. 1 si esprimeva in prima persona singolare, nel v. 2 parla in prima persona plurale. Questo passaggio dal singolare al plurale non è indifferente. Non è solo, ci sono altri con lui. È confermata quell’esperienza di comunione che il Salmo precedente ha illustrato ed esaltato, anche se lo è sul versante del sospetto, dell’allarme e della tensione. Comunque il pellegrino anche così si riconosce parte di una realtà comunitaria.
Insieme si noti l’ultimo rigo del v. 2: «finché abbia pietà di noi…». La pietà di cui si parla è l’atto del chinarsi. Dio si piegherà su di noi per occuparsi di noi e sollevarci. Quella tensione che si esprimeva – generata da fervore e intransigente coerenza – si stempera in modo da trasformarsi in una vera e propria invocazione che esprime uno stato di miseria e debolezza estrema. Se il Signore non si piega sulla nostra bassezza nulla sarà possibile ancora per questi pellegrini stranieri in casa e per questo solidali. Si aspettavano pace e solidarietà dalla intera comunità di Israele.
Sono delusi e consolati solo dalla presenza di altri simili a loro. In questo uso del «noi» si percepisce la convinzione profonda che esiste una solidarietà anche nei confronti di coloro che accolgono male o imbrogliano i pellegrini. Questi sono ignari dei raggiri che li coinvolgono, li scoprono quando sono danneggiati e derisi. Allora dicono «noi», si riconoscono tra loro, sfortunati e poveri. Eppure in questo «noi» non sono del tutto assenti anche coloro che fanno da avversari e forestieri.
Il nostro pellegrino incontra a Gerusalemme gente che fa finta di essere straniera in quel luogo. Allora egli si rivolge al Signore e si dichiara totalmente fiducioso, per tutti, nella pietà che viene da Lui.

Un grido

Così gli ultimi due versetti del Salmo riportano un grido. È come se a nome di tutti il pellegrino dicesse: «Basta! Non ne posso più!».
Il Salmo si era aperto con il levare lo sguardo al Signore, ora il pellegrino lo implora di chinarsi su persecutori e perseguitati. La sua sazietà – il non poterne più – è relativa agli scherni subiti, ma anche a quelli restituiti, perché il testo originale – su questo il nostro testo non ci aiuta a capire – fa comprendere che coloro che approfittano di Gerusalemme per i loro bassi interessi non sono le sole fonti di disgusto. Il pellegrino dice anche: «Noi siamo troppo sazi… del disprezzo» per i «superbi» (v. 4): il disprezzo con il quale noi rispondiamo loro. È sazi età per una infame violenza reciproca, di cui ci si ingozza fino alla nausea. In ogni caso il Salmo si conclude con questa semplice e perentoria dichiarazione: “Basta!».
A sua volta anche Gesù dirà «Basta!. (Lc 22,38) a chi lo invita alla violenza.

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