INCONTRO FORMATIVO 18 marzo 2013

Alle 18.30 dopo la recita dei vespri P. Aldo Imbrogno ha illustrato alla fraternità la tematica:

IL DIGIUNO .

Sembra, tuttavia, che oggi molte persone non prendano sul serio il digiuno o, se lo fanno, non ne comprendano la vera finalità spirituale.

Per alcuni il digiuno consiste in una simbolica rinuncia a qualcosa; per altri è

un’osservanza scrupolosa di regole alimentari. In entrambi i casi, raramente il digiuno

è messo in relazione con lo sforzo quaresimale nella sua globalità.

E’ urgente chiedersi quale sia l’insegnamento della Chiesa sul digiuno e come possiamo applicare questo insegnamento alla nostra vita.

E’ importante, perciò, discernere il contenuto specificamente cristiano del digiuno.

Due eventi biblici correlati rivelano tale significato.

1. Il primo evento è la rottura del digiuno da parte di Adamo, nel paradiso.

2. Cristo comincia la sua missione con il digiuno.

Adamo tentato cedette alla tentazione, Cristo fu tentato e vinse la tentazione.

La conseguenza della caduta di Adamo fu l’espulsione dal paradiso e la morte. Il frutto della vittoria di Cristo fu la distruzione della morte e il nostro ritorno al paradiso.

Il parallelismo comincia a farci comprendere che il digiuno non è una semplice

regola, ma è legato al mistero stesso della vita e della morte, della salvezza e della dannazione.

Nell’insegnamento biblico, il peccato non è solo la trasgressione di una regola, che

comporta una punizione; esso è sempre una mutilazione della vita dataci da Dio.

Per questo, la storia del peccato originale ci viene presentata come un atto del mangiare.

Il nutrimento infatti è un atto di vita; è esso che ci mantiene in vita.

Ma qui sta tutto il problema: che significa essere in vita e che significa vita ?

Per noi questo termine ha un significato biologico: la vita è precisamente ciò che

dipende dal nutrimento e, in modo più generale dal nutrimento fisico.

Ma per la Sacra Scrittura e per la tradizione cristiana questa vita di solo pane si

identifica con la morte, perché è una vita mortale, perché la morte è un principio sempre all’opera in essa.

La Bibbia ci insegna che Dio non ha creato la morte. Egli è il Datore della vita. Come, dunque, la vita è diventata mortale ?

Perché è la morte e solo la morte l’unica certezza assoluta di ciò che esiste ?

La Chiesa risponde: perché l’uomo ha rifiutato la vita quale gli veniva offerta e

donata da Dio, e ha preferito una vita che dipende non da Dio solo, ma dal solo pane.

La disubbidienza, non solo ha meritato la punizione, ma ha pure cambiato la relazione tra l’uomo e il mondo.

Il mondo era stato dato da Dio come nutrimento, come mezzo di vita; ma la vita

doveva essere comunione con Dio; essa aveva in Lui, non solamente il suo termine, ma anche la sua pienezza:

IN LUI ERA LA VITA E LA VITA ERA LA LUCE DEGLI UOMINI.

Il mondo e il nutrimento furono cosi creati come mezzi per la comunione con Dio, e

solo se accettati per amor di Dio potevano dare la vita.

IN SE STESSO IL NUTRIMENTO NON HA LA VITA E NON PUO’ DARE LA VITA.

Solo Dio ha la vita è può dare la vita. Nel nutrimento stesso, Dio – e non le calorie e

le proteine – era il principio di vita.

Cosi, mangiare, essere in vita, conoscere Dio ed essere in comunione con Lui erano

un’unica e medesima cosa.

La tragedia di Adamo sta nell’aver mangiato per amor proprio.

E più ancora nell’aver mangiato in disparte da Dio, allo scopo di essere indipendente.

Adamo aveva posto la sua fede nel nutrimento, invece di porla solo in Dio.

Anche noi siamo come Adamo: diciamo di credere in Dio, di ricevere la vita da Lui.

Ma Dio non è la nostra vita, il nostro nutrimento, non viviamo in Dio e per Dio.

Piuttosto, viviamo della nostra scienza, della nostra esperienza, della nostra visione

del mondo, in una parola di tutto ciò che si fonda sul principio: di solo pane.

CRISTO VIENE A RIPARARE IL DANNO ALLA VITA INFLITTO DA ADAMO.

Egli comincia col digiuno.

LA FAME è quello stato in cui percepiamo la nostra dipendenza da qualcos’altro,

quando sentiamo il bisogno urgente del cibo; questo ci mostra che non possediamo la vita in noi stessi.

E’ il momento in cui possiamo porci la domanda: da che cosa dipende la mia vita ?

La domanda non è intellettuale, essa è percepita da tutto il corpo ed è questa

concretezza della percezione che pone in tentazione. SATANA si presentò ad Adamo e a Cristo dicendo:

“La vostra vita dipende solo dal cibo”. Adamo credette a Satana e mangiò.

Cristo respinse la tentazione e disse: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di Dio”.

Con il suo rifiuto ha smascherato quella menzogna cosmica, che è fondamento della

nostra visione del mondo: della scienza della medicina, e forse della stessa religione.

Il tentativo dell’uomo di vivere di solo pane.

CHE COSA E’ ALLORA IL DIGIUNO PER NOI CRISTIANI ?

E’ il nostro entrare, il nostro prendere parte all’esperienza di Cristo stesso, attraverso

la quale egli ci libera dalla totale dipendenza dal cibo, dalla materia e dal mondo.

In realtà, vivendo ancora in questo mondo decaduto, noi siamo ancora dipendenti dalcibo.

Ma come la nostra morte è diventata, in virtù della morte di Cristo, un passaggio alla

vita, così il cibo che noi mangiamo e la vita che esso sostiene possono essere vita in Dio e per Dio.

Parte del nostro cibo è già diventato cibo d’immortalità: il Corpo e il Sangue di Cristo stesso.

Ma anche il pane quotidiano che riceviamo da Dio può essere, in questa vita e in

questo mondo, ciò che ci dà forza e ciò che ci mette in comunione con Dio, anziché ciò che ci separa da lui.

Tuttavia solo il digiuno può operare questa trasformazione, dandoci la prova

esistenziale che la nostra dipendenza dal cibo e dalla materia non è totale né assoluta,

e che, unita alla preghiera, alla grazia e all ‘adorazione, può essere anch’essa spirituale.

Tutto questo significa che il digiuno, compreso in tutta la sua profondità, è l’unico

mezzo con cui l’uomo ricupera la sua natura spirituale.

E’ una sfida al Tentatore, al Menzognero, il quale è riuscito a convincerci che noi

dipendiamo dal solo pane.

E’ altamente significativo il fatto che Cristo abbia incontrato Satana proprio durante il

digiuno e che, più tardi, abbia detto che Satana non può essere vinto se non con la

preghiera e il digiuno.

Se uno riesce a trasformare la fame in una sorgente di energia spirituale e di vittoria,

allora niente più rimane di quella grande menzogna nella quale siamo vissuti a partire da Adamo.

In fin dei conti digiunare significa avere fame, capire quanto il cibo sia necessario

alla vita dell’uomo, ma che questa dipendenza non è tutta la verità dell’uomo, perché

c’è una dipendenza più profonda, quella da Dio; la fame fisica diventa perciò

richiamo alla fame essenziale per l’uomo: la fame di Dio.

Proprio per questo il digiuno sarebbe un puro sforzo fisico se gli mancasse la parte

spirituale: la preghiera.

Se noi non facessimo lo sforzo spirituale corrispondente, se non ci nutrissimo della

realtà divina, se non scoprissimo la nostra totale dipendenza da Dio solo, il nostro

digiuno sarebbe un suicidio insensato.

Sarebbe presuntuoso e pericoloso per noi se volessimo praticare l’arte del digiuno

senza discernimento e prudenza.

Tutta la liturgia quaresimale è un costante richiamo alle difficoltà che incontra chi

vuole confidare solo sulla sua volontà.

E’ per questa ragione che abbiamo bisogno innanzitutto di una preparazione spirituale

allo sforzo del digiuno.

Essa consiste nel chiedere aiuto a Dio e nell’incentrare su Dio il nostro digiuno.

Si digiuna bene se si digiuna per amore di Dio.

Dobbiamo riscoprire il nostro corpo quale tempio della presenza di Dio; bisogna

recuperare rispetto religioso per il corpo, per il cibo, per il ritmo stesso della vita.

Tutto questo va fatto come preparazione in modo da avere le armi spirituali giuste

per affrontare il digiuno.

Solo in seguito viene il digiuno vero e proprio. Esso ha due livelli:

– il digiuno ascetico, che consiste in una riduzione più o meno drastica, in modo che

lo stato permanente di una certa fame possa essere vissuto come un richiamo a Dio e

uno sforzo costante della nostra mente di mantenere l’orientamento verso di lui.

Chiunque l’abbia praticato anche solo un pò, sa che questo digiuno ascetico, anziché

indebolirci, ci rende unificati, liberi, gioiosi, puri.

Allora si riceve davvero il cibo come dono di Dio. Ci si trova orientati verso quel

mondo interiore che inspiegabilmente diventa di per se stesso una sorta di cibo.

Per quanto riguarda la misura del digiuno ognuno deve sapersi regolare da sé, una

volta che è chiaro il principio di provare una certa fame, che da situazione negativa si

trasforma in forza positiva per la preghiera e la concentrazione in Dio.

– il digiuno totale deve essere necessariamente limitato nella sua durata e collegato

con l’eucarestia.

Nelle nostre attuali condizioni il momento migliore per vivere un digiuno totale è il

Sabato santo, in modo che quella giornata diventi attesa di Dio, speranza dell’incontro

con lui, fame di lui.

Si tratta di concentrarsi sul dono che si va a ricevere e per il quale si è pronti a

rinunciare a tutti gli altri doni.

LA DIFFICOLTA’ DEL DIGIUNO.

Il nostro digiuno, per quanto limitato, se è un vero digiuno, condurrà alla tentazione,

alla debolezza, al dubbio, all’irritazione.

In altre parole, sarà un’autentica lotta e probabilmente molte volte perderemo.

Ma proprio la vita cristiana in quanto lotta e sforzo è l’aspetto essenziale del digiuno.

Una fede che non ha superato i dubbi e le tentazioni raramente è una fede autentica;

la semplicità della fede non è semplicismo, ma considerazione delle difficoltà della

vita e serena certezza che nonostante tutto Cristo è con noi per farci vivere.

Nessun progresso nella vita cristiana è possibile senza l’amara esperienza

dell’insuccesso.

Molte persone cominciano il digiuno con entusiasmo e vi rinunciano al primo

insuccesso.

Invece è dopo il primo insuccesso che avviene il vero collaudo: se dopo ogni

insuccesso ricominciamo daccapo, prima o poi il nostro digiuno porterà i suoi frutti

spirituali.

Tra la santità e lo scoraggiamento o l’indifferenza c’è lo spazio per la pazienza,

anzitutto con se stessi.

Non ci sono scorciatoie per la santità: per ogni passo dobbiamo pagare l’intero

prezzo.

Iniziamo con il minimo, accrescendo lo sforzo molto gradualmente.

In breve: da un digiuno simbolico e formale (quello inteso come obbligo – costume)

dobbiamo far ritorno al vero digiuno, sia pure limitato – modesto, ma effettivo e serio.

Mettiamoci con onestà di fronte alle nostre capacità spirituali e fisiche, e agiamo di

conseguenza, ricordando che non c’è digiuno che non sia una sfida a queste capacità e

non introduca una prova divina che le cose impossibili agli uomini sono possibili a Dio.

Gennaro Pasqualino Calidonna

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