Messaggio per la Quaresima del Padre Generale P. Marinelli

Come figli di Francesco, cittadini di un mondo in continuo cambiamento siamo chiamati a riposizionarci sull’Essenziale e a partire da questo ripensare i segni più efficaci della nostra consacrazione minima.

Carissimi,

La Quaresima con i suoi contenuti spirituali: ascolto della Parola, incontro nell’Eucaristia con Colui che riscalda il cuore, restituendolo all’unità, impegno nelle opere di carità, motiva e purifica l’ascesi che comporta la scelta e la professione della “ vita quaresimale”.

Se il messaggio di Cristo all’inizio della sua vita pubblica: “Convertitevi e credete al Vangelo” era l’invito alla “metanoia” per accogliere “la salvezza” presente e all’opera nelle vicende umane, nel tempo del “già e non ancora” – intriso di miseria e di misericordia di Dio, di peccato e di grazia, di povertà e di ricchezza, di debolezza e di forza – diventa impegno da vivere e dovere nel ricordare la nostra partecipazione al mistero di Cristo morto e risorto (cfr Rom 8, 17).

Ritengo essenziale e quanto mai opportuno continuare ad approfondire i contenuti della Quaresima, che formano lo specifico spirituale della famiglia Minima. In quest’ottica mi auguro che altri confratelli mettano a disposizione le loro doti di mente e di spirito, per continuare il lavoro di approfondimento e attualizzazione delle intuizioni spirituali del Fondatore, che rimangono sempre il cantus firmus della proposta dell’Ordine, memoria permanente che il Regno, nonostante tutto, sta venendo a noi e che noi stiamo servendo il suo disegno.

Credo ormai un dato acquisito dai tanti studi prodotti, in particolare nel dopo Concilio, che la ricchezza spirituale e i mezzi ascetici presenti nella Regola non possono esaurirsi o concentrarsi unicamente su una delle modalità, quale l’astinenza dalle carni, praticata nello strutturarsi della Quaresima nella chiesa. Farlo, comporterebbe un impoverimento dell’impianto quaresimale sminuendo la forza spirituale del IV voto.

Solo l’urgenza di accogliere la Parola e di lasciarsi incontrare da Essa giustifica la “forza della Penitenza”, intesa nel duplice aspetto di ascesi fisica e di totale conversione della mente, del cuore e della vita a Dio (C 35). Credo importante questa puntualizzazione, perché costituisce la “premessa certa” dalla quale partire per ogni attualizzazione.

Già in altre occasioni ho espresso la preoccupazione e l’invito a ridare al carisma la freschezza e la capacità dialogante con la società del nostro tempo. “Coniugare il linguaggio penitenza carità, scrivevo nella lettera Diamo forza alla Speranza, può contribuire a reinventare il linguaggio dei segni perché il nostro carisma sia quella cifra leggibile, comprensibile per l’uomo di oggi. [….] Acquisire lo stile quaresimale e comunicare lo stile quaresimale per noi significa vivere nella e della essenzialità; vivere e portare a vivere la spiritualità dell’esodo; essere sempre pronti a partire per incontrarsi con la Libertà; un gustare la Pasqua come vita rinnovata e comunicazione di una vita rinnovata” (Diamo forza alla speranza, pag 14, 15).

Se la “Vita Quaresimale” non può essere ridotta alla sola osservanza di una modalità, è altrettanto vero che non può essere pensata soltanto come una dimensione della conversione morale.

Essa, perché possa essere viva, ha bisogno di segni di qualità. Mi domando: cosa sarebbe la nostra proposta senza il linguaggio dei segni? Infatti, solo il segno qualifica e rende visibile ciò che non è visibile. L’essenziale è che il segno parli delle realtà superiori promesse da Dio.

Su questi temi mi auguro una maggiore apertura al Terz’Ordine. La condivisione della spiritualità che ci fa attingere alla stessa sorgente, deve condurci ad un reciproco e continuo arricchimento per vivere meglio il dinamismo del carisma. L’argomento, mentre trova disponibilità ed entusiasmo presso i laici, nei religiosi richiede una maggiore conversione dello sguardo, della mente e del cuore.

Coscienti di essere “custodi” e non semplici “conservatori” del carisma, rendiamoci disponibili a discernere e accogliere le diverse sollecitazioni che aiutino a superare certe mediocrità di pensiero, proposte superficiali e inconsistenti, che non vorrei indice di un “qualunquismo spirituale”. Una tentazione da evitare in questo nostro tempo dove non c’è spazio per esperienze poco impegnative e di corto raggio. Come figli di Francesco, cittadini di un mondo in continuo cambiamento siamo chiamati a riposizionarci sull’Essenziale e a partire da questo ripensare i segni più efficaci della nostra consacrazione minima.

Il Piano di Pastorale Vocazionale tratteggia in modo assai significativo del Minimo del terzo millennio: “uomo del primato di Dio che cammina di pari passo con gli uomini, capace di presentare un vangelo vivo ed attualizzato nell’oggi dell’uomo; figlio degno di Francesco che sente viva la sua presenza; profeta che prepara a vivere nell’impegno e nell’altruismo la vita, facendosi dono ai fratelli per mezzo della Chiesa perché possano incontrare il Signore; uomo equilibrato che fa memoria del passato, vive e cammina nel presente, proiettato verso il futuro, capace di additare mete e contenuti sempre validi all’uomo di oggi” (PPV, p. 15).

Una sintesi che armonizza i tratti essenziali dell’identità e della missione: interiorità e compagnia, presenza e itineranza, memoria e anticipazione, dono e proposta.

Sollecitati dalla Parola, accogliamo questo “tempo” di Quaresima, per noi “Vita continua”, come “opportunità” che ci è offerta, perché ciascuno possa intraprendere un cammino nella propria interiorità. Addentriamoci nella grande prateria delle nostre sicurezze, dei sentimenti, delle passioni. Superata la paura di incontrare il Signore, ascoltiamo il suo invito: bisogna “nascere di nuovo”. Lasciamo che sia Lui a guidarci sulle strade ove vuole condurci, allora capiremo la necessità di dover “rinascere dall’alto, dallo Spirito”. Spesso, mi viene chiesto: cosa significa ridare freschezza, parola e contemporaneità al carisma? Si dice: Non sono sufficienti gli studi fin qui prodotti, dobbiamo ancora rimetterci a studiare? Forse è giunto il momento di convincerci che è necessario rinascere dallo Spirito, perché il dinamismo del carisma, dono dello Spirito non cri stabilizzabile in un tempo particolare, possa situarsi nell’oggi dell’uomo.

Nel deserto parlerò al tuo cuore (Os 2,16).

Come punto di partenza per gustare e vivere pienamente questo tempo di Quaresima, scegliamo la categoria biblica del “deserto”.

Conosciamo i contenuti teologici – spirituali: luogo di esodo e di conquista, di solitudine e di ascolto, di purificazione e di incontro, di tentazione e di alleanza.  Questa bipolarità di significati sintetizza l’esperienza del lungo peregrinare del popolo di Israele, così come l’esperienza di quegli uomini chiamati ad un incontro privilegiato con Dio.

Nel nostro caso di uomini votati alla testimonianza della necessità della penitenza come vita orientata e centrata in Dio, esso diviene il paradigma spirituale di un “tempo di grazia”, perché ognuno possa maturare o rimodulare le proprie scelte e il proprio incontro con Dio. Lì comprenderemo la necessità della conversione come processo di ricerca di Dio, e di messa in ordine nella vita a partire da Lui: “Cercatemi e vivrete” (Am 5,4), “convertitevi e vivrete” (Ez 18,22). Sarà,

infatti, questo stile di continua ricerca-conversione all’Essenziale a determinare il salto di qualità per il mondo dello spirito.

Convinto che solo una forte e solida spiritualità radicata e fondata nel quotidiano, sia l’inizio di un autentico rinnovamento, invito i singoli e le comunità a far propria la ricchezza teologica del “deserto” per far si che la nostra interiorità e le nostre comunità divengano autentiche “oasi” di incontro e di dialogo con la Parola e fra i vari componenti. Per far questo accogliamo l’invito dell’Apostolo: ” Perseverate nella preghiera e vegliate in essa […] perché Dio ci apra la porta della Parola “ (Col 4,3).

Inoltriamoci per questa via, portando con noi solo l’essenziale: ciò che siamo e ciò che abbiamo, disponibili a lasciare tutto ciò che è ingombrante e superfluo; a liberarci da giudizi e pregiudizi, che impediscono l’incontro e il dialogo; a superare i tanti “silenzi”, che a lungo andare ci hanno fatto perdere il gusto del silenzio, essenziale all’ascolto. Addentriamoci non per “fuggire”, ma per metterci in un coraggioso faccia a faccia con Dio, dove è impossibile barare.

Sollecitati dalla pedagogia divina, lasciamo cadere le maschere e le corazze che provocando resistenza al rinnovamento, ci fanno preferire le sicurezze al rischio, la stasi alla dinamica, il passato al domani. Incamminiamoci da pellegrini e forestieri solleciti a cogliere i segni della presenza di Dio.

Nella narrazione biblica il “deserto” non è solo un tempo di prova, di purificazione, di liberazione e di scelte, al contrario esso è il tempo del provvisorio e del passaggio; di conseguenza un tempo essenzialmente aperto alla speranza e al “nuovo”.

Per quanto ci riguarda sia come singoli, sia come comunità, chiamati a rendere ragione della nostra vita, non possiamo situarci solo nel passato, perché significherebbe mortificare “l’oggi” che ci chiama a rinnovare la fedeltà, che non può essere quella di ieri o quella di domani (sarebbe un declinare le proprie responsabilità), ma quella “fedeltà creativa” capace di farci decidere “qui e ora” quello che dobbiamo vivere e i campi nei quali agire.

Solo la disponibilità a lasciarci rinnovare, a intraprendere un ritorno personale e comunitario, legittima è dà senso alla Quaresima, quale tempo “propizio”, tempo di “grazia”, tempo dello Spirito capace di renderci uomini “nuovi”. “Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti” (Gl 2,12-13). Un cammino lungo dove ci è richiesto di fare spazio al Vangelo per conoscere maggiormente Cristo “ la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze[…]con la speranza di giungere alla risurrezione” (Fl 3, 10).

Corroborati dalla passione di Cristo (Reg TOM, cap III.)

La vita cristiana, come anche la vita di speciale consacrazione trova la sua motivazione solo nella contemplazione del Crocifisso morto e risorto.

Sotto la croce, nel momento in cui si consuma il più grande atto d’amore “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”, cogliamo i primi miracoli che ridanno la gioia, frutto di una vita donata. Il ladrone pentito ottiene il perdono “oggi sarai con me in paradiso”; il centurione cambia il suo modo di giudicare “veramente quest’uomo era giusto”; le folle che avevano assistito allo spettacolo si convertono chiedendo perdono “se ne tornavano percuotendosi il petto”.

L’esperienza spirituale di Francesco e il “carisma” consegnato a noi suoi figli, trova tutta la sua ragione d’essere nella contemplazione del Crocifisso già presente nell’anno votivo nel convento di San Marco Argentano: “attendeva all’orazione, quasi per tutta la notte, prostrato dinanzi al crocifisso”. Dall’orazione e dalla contemplazione della croce, Francesco passa alle scelte: “Cominciò a vivere di strettissimo magro, mentre gli altri mangiavano carne ed altri cibi”. Questo suo modo di vivere suscita ammirazione “quei religiosi, ammirandone la perseveranza, si sentivano

spinti ad essere più devoti e ad amarlo, ma anche lo stesso vescovo della Diocesi; tanto che questi desiderava vederlo e parlagli” (Anonimo, cap. II).

La freschezza e la coerenza spirituale contagerà quanti lo avvicineranno nel deserto paolano: “molti, spronati dalla sua vita virtuosa, rinunziarono al mondo e menarono una vita solitaria, mettendosi al suo seguito” (Anonimo, cap III), “quanti vestivano il suo saio, lo ricevevano con gioia; a loro diede una Regola e un modo di vivere in povertà, castità e obbedienza, osservando per tutto il tempo della loro vita una vita quaresimale” (Anonimo, cap IV).

Il fine ultimo della sua vita austera e penitente è offrire se stesso come sacrificio santo e gradito a Dio in unione ai patimenti di Cristo: “vedendo che i peccatori e i bestemmiatori crocifiggevano di nuovo Gesù Cristo […] il servo di Dio viveva tutto mortificato e martirizzato nel cuore e nel corpo” (Anonimo, cap XV). L’eremo di Francesco come anche i cenobi sono luoghi dove si respira la gioia e si comunica la gioia, infatti: ”non c’era persona che si recasse da lui per chiedere consigli o per qualche afflizione senza tornarsene interamente confortato, lieto e soddisfatto per le risposte da lui ricevute” (Anonimo, cap VII); anche gli stessi religiosi trovano motivo di gioia nell’intrattenersi con lui, perché la “sua austera conversazione era una predica salutare” (Anonimo, cap XV).

Dall’incontro con Cristo crocifisso e risorto sgorga la gioia della chiamata-risposta del minimo che aderendo al suo Signore, accetta di assumere la propria esistenza come un con – morire e un con – risorgere con Lui.  Le Costituzioni evidenziano questo tratto della nostra spiritualità: i religiosi “daranno esempio di austerità gioiosa ed equilibrata” (C 40), vivendo “permanentemente i valori della quaresima nella totale conversione della mente, del cuore e della vita a Dio […] e in intima unione all’espiazione redentrice di Cristo” (C 35).

Alla scuola della Croce si impara a decentrarsi da se stessi per concentrarsi su Dio e crescere nella relazione con Lui; a distaccarsi dal comodo e dall’abitudinario per appropriarsi della vita; a superare giudizi e pregiudizi che rendono arido il cuore e tristi i volti per testimoniare una “santità” gioiosa conseguenza di una continua crescita nella gioia evangelica; superare il negativo, facendo spazio al positivo che c’è nell’altro. Era questa la chiave segreta o il filo d’oro che tesseva i rapporti interpersonali della comunità di Francesco, facendola lievitare nella gioia “del vivere il Vangelo” e “crescere nell’unità”. Il discepolo Anonimo nota a tale proposito: “Non parlava mai male di nessuno; anzi, prendeva d’occhio e riprendeva severamente coloro che volentieri prestavano orecchie ai detrattori. Odiava il vizio di tagliare i panni addosso, e allontanava i maldicenti[…] provava invece un vero godimento nell’ascoltare coloro che parlavano bene degli altri” (Anonimo, cap VII).

Poni nel Signore la tua gioia (Sal 37,4).

Dinanzi ai tanti problemi che affliggono la vita consacrata, se non altro nel mondo occidentale: contrazione numerica, innalzamento dell’età, mancanza di vocazioni, diminuzione delle presenze, fermarsi all’analisi del puro dato sociologico può generare sconcerto e passività. D’altra parte la stessa problematica può essere analizzata alla luce di quanto lo Spirito dice alla Chiesa e dei tanti indicatori sociali, punti luminosi che costituiscono una rete di domande, come cristiani e per noi consacrati per una particolare missione. Onestamente dobbiamo ammettere che è necessario un radicale cambiamento di mentalità e di stile per superare quella “ poca fedeltà” al rinnovamento atteso dal Concilio che voleva: una vita consacrata fondata sulla Parola, impegnata a vivere l’agape fraterna, libera di porre la sua tenda in mezzo agli uomini, non per confondersi, ma al contrario fedele a quel “di più evangelico”, disposta a camminare con loro ed insieme a loro costruire “la civiltà dell’amore”.

In questo quadro vi invito a riflettere sui consigli evangelici quale forza dirompente per la mentalità consumistica, edonistica ed elitaria odierna. Vissuti con una vita gioiosa, radicale e credibile, essi divengono la concretizzazione visibile del comandamento dell’amore nella sua duplice direttrice: Dio e l’uomo.

Come Famiglia minima, poi, non possiamo dimenticare la particolare luce della “Vita quaresimale” che evidenzia la capacità di vivere in pienezza la vita, di instaurare relazioni libere e fraterne, di educarci al buon uso dei beni della terra, di farci compagnia dell’uomo in ricerca, capaci di abitare i confini senza che questi diventino barriere.

In una società di “mercanti”, in cui tutto diventa oggetto di “consumo e di scambio”, il Minimo impegnato a vivere con radicale coerenza per tutta la vita i contenuti della quaresima si pone come”segno di contraddizione” che interroga ed inquieta. Per questo le comunità religiose e le fraternità laicali con il loro modo di concepire, orientare e vivere la vita, devono assumere un ruolo significativo nel territorio. La nostra presenza nell’oggi della chiesa e del mondo deve manifestare la priorità dello spirito sulla materia, del trascendente sul visibile, dell’eterno sul provvisorio. Ciò non significa estraneità o indifferenza alle vicende umane, al contrario la nostra vita vissuta con sobrietà, semplicità, aperta all’ospitalità “ilari corde et vultu placido”, educandoci ad avere lo sguardo ed il cuore aperti verso i poveri, si fa preghiera ed insieme accoglienza di tutti coloro che cercano un’oasi, dove deporre i loro fardelli morali e fisici e riprendere il cammino con rinnovata speranza.

In una società in cui i valori si fanno sempre più deboli eclissandosi dall’orizzonte dell’umana convivenza, dove le “espropriazioni” aumentano con ritmo crescente, come figli di Francesco siamo chiamati a vivere una testimonianza che chiamerei di “evangelico contrasto”. In una società in cui la verità cede il posto all’opinione siamo chiamati a centrare con rinnovata freschezza ed entusiasmo la nostra vita in Gesù Cristo; mentre nel mondo il bene viene sacrificato con spregiudicatezza all’utile e al tornaconto abbiamo il dovere di proporre con forza lo stile della condivisione, della solidarietà e della gratuità.

Educati in una “tradizione cristiana”, orfani ed esiliati in una terra che non riconosciamo più nostra, abbiamo smesso di cantare, finendo per dimenticare l’arte musicale esperta nel cantare la Bellezza e la Vita. Eppure sono questi nuovi deserti che con le loro provocazioni ci sfidano a riprendere la nostra arte “ci chiedono parole di canto … canzoni di gioia … cantateci i canti di Sion” (Sal 136).

Credo che il vero problema della nostra vita risieda in questa “orfananza” dalla quale l’unica via di uscita è costituita da una rinnovata, fedele e creativa adesione ai contenuti quaresimali propri della nostra specifica forma di vita.

Forse oggi abbiamo bisogno di riacquistare la libertà interiore che faccia sentire ed essere veramente in continuo esodo: da noi stessi, dalle preoccupazioni, dalle nostre nostalgie, dalle certezze del passato e dalle paure del futuro. E’ necessario uscire fuori da questa folla di pensieri che ci tengono prigionieri. La risposta di Gesù al giovane che chiede cosa deve fare per avere la vita, può essere illuminante in proposito: Va vendi quello che hai, poi vieni e seguimi. La perenne giovinezza della vita religiosa, richiede questa continua libertà: povertà, obbedienza e conversione per cogliere e seguire le imprevedibili vie dello Spirito.

Recuperare la profezia dei consigli evangelici in una società che guarda sempre con crescente sospetto la sfera del “religioso”, evidenziando a ragione e a torto la propria “laicità”, diventa per noi consacrati un impegno quanto mai urgente. Questa “urgenza” non significa, né vuol dire attuale infedeltà, quanto capacità di presentare la pienezza della vita, della realizzazione, della felicità che esprimono. Bisogna testimoniare la logica evangelica del “perdere” per “guadagnare”, della “morte” per la “vita”, logica che un mondo ed un uomo centrato unicamente su se stesso e sulla soddisfazione dei propri bisogni non comprende, finendo per pensarla poco credibile in chi la vive. Nonostante i limiti umani come singoli e come comunità siamo chiamati a rendere visibile la

forza trasformante delle beatitudini proclamate da Gesù sul monte, Legge Nuova per un uomo rinnovato e redento dalla tenerezza di Dio, della quale i consigli evangelici sono segno illuminante e vitale dell’azione dello Spirito nella Chiesa e nel mondo.

Comunicatori della gioia pasquale

I contenuti della quaresima non sono un no alla gioia e alla bellezza della vita, al contrario l’affermano, evidenziandola nei suoi valori fondamentali. Di conseguenza la spiritualità “quaresimale” è la celebrazione gioiosa dell’incontro e del sì all’Amore.

L’icona che ci viene proposta dall’Evangelista Luca 24, 13-35, è quanto mai attuale per vivere e testimoniare una nuova pedagogia della penitenza.

Conosciamo come la delusione aveva prevalso sui discepoli di Gesù: stanchi e delusi della fine del maestro se ne tornano al loro villaggio e alle loro precedenti occupazioni. Non si riconoscono più negli insegnamenti del maestro, anzi non lo considerano più tale, infatti, tutto ormai è passato. “I sommi sacerdoti ed i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute”. Sono ritornati ai loro vecchi capi e alle loro precedenti preoccupazioni. Ma quando sembra tutto perduto si avvicina un compagno insperato: “Gesù in persona si accostò e camminava con loro, ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”. Poi il Maestro catechista spiega le scritture fino ad arrivare in casa alla celebrazione della pasqua: “prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò, e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Dal buio alla luce; dalla delusione alla speranza; dalla freddezza con cui è accolto l’inaspettato compagno alla adesione man mano crescente ai suoi insegnamenti; dalla dispersione al ricompattarsi attorno alla persona del Risorto. Il cammino con lui li ha guidati a un’intensa esperienza che li ha cambiati profondamente. La speranza riesplode nei loro cuori stanchi e delusi. La preghiera e il Pane spezzato si aprono alla vita. Partono di corsa: l’esperienza vissuta va comunicata agli altri.

Il racconto ci introduce nel discorso della comunicazione della nostra esperienza penitente, di uomini conquistati da Cristo.

Uomini della gioia pasquale, dobbiamo aiutare l’uomo stanco, sfiduciato, chiuso nelle sue esperienze a riconquistare la grandezza di essere figlio di Dio e a incamminarsi verso la luce della Pasqua. Non ha bisogno di tante parole, ma di incontrare la Parola. Con Lui come compagno non avrà paura di guardarsi dentro, di comprendere i propri fallimenti, perché si sente compreso e già perdonato. Può lasciarsi rimproverare dal proprio cuore, certo che Dio è più grande del suo cuore, e già lo ha perdonato nella croce del Figlio.

Assolviamo tale compito in molte circostanze, forse, dovremmo osare di più. Nelle mutate condizioni dei tempi e dei luoghi dobbiamo attuare quella creatività capace di esperire nuove strade, nuovi stili di comunicazione idonee a parlare al cuore. Non aspettare nei nostri “templi” e nelle nostre “case”, ma uscire ed incamminarci per fare la “strada” insieme. Anche nello stile della nostra pastorale va attuata una conversione. Dinanzi a questa icona evangelica dobbiamo fare il nostro esame di coscienza.

La spiritualità della penitenza, infatti, per essere vera ed autentica deve necessariamente portarci là dove l’uomo è in necessità per farsi carità compassionevole. Se ci sentiamo veramente conquistati da lui, è perché lui ci ha conquistati e ci vuole capaci di amare e conquistare alla sua maniera. Se ci sentiamo redenti, è perché lui ci ha redenti e vuole che portiamo agli altri la redenzione. Il Fondatore pur avendo scelto la vita eremitica, stava insieme con gli altri, pronto ad accogliere i loro bisogni. Viveva questo aspetto della sua esperienza spirituale con fedeltà, ma anche con libertà e creatività.

Siamo Minimi, e quale piccolo seme, lasciamoci interrare nei solchi della storia. La fecondità della nostra vocazione e missione dipende dalla personale e totale consegna al Signore Gesù, servo per amore. E’ Lui il progetto che il Fondatore non ha indugiato a realizzare con tutte le forze. E’ Lui la salda roccia su cui costruire le nostre comunità e fraternità, segnate da entusiasmo, generosità e gioia (Benedetto XVI).

Saremo, infatti, credibili, quanto più in semplicità ed umiltà costruiremo relazioni innervate dalla passione per Lui e per l’uomo.

Ci accompagni Maria, la Vergine e Madre: da Lei impariamo a camminare nel silenzio della fede, nella fedeltà alla Parola e nella carità operosa.

Roma, 9 marzo 2011, mercoledì delle ceneri

P. Francesco Marinelli
Correttore Generale

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